Intervista a Stacy Kranitz: fotografia documentaria, etica e rappresentazione negli Appalachi

Stacy Kranitz lavora da oltre un decennio nelle comunità degli Appalachi centrali, sviluppando una ricerca fotografica che interroga il ruolo e l’etica della fotografia documentaria. 

L’intervista con Kranitz è rimasta per anni dimenticata su un hard disk. Pensavamo fosse andata perduta. Quando è riemersa, quasi quattro anni dopo, non è sembrato tanto di riaprire un archivio quanto di riprendere una conversazione che non si era mai davvero conclusa. Il tempo era passato, ma le domande no. Anzi, sembravano ancora più esposte, più urgenti. Quando ci siamo incontrati nel 2022, è stata chiara su un punto: il suo lavoro aveva smesso da tempo di funzionare come un progetto con un inizio e una fine. “Ho iniziato a viaggiare nella regione nel 2009”, ci ha raccontato, “e a un certo punto mi ci sono ritrovata dentro. Ha smesso di essere un progetto singolo ed è diventato qualcosa di continuo. Sto ancora lavorando lì oggi”.

Questo rifiuto della chiusura mette già in discussione una delle abitudini più radicate della fotografia documentaria e cioè l’idea che il fotografo arrivi, raccolga una storia e se ne vada. Che un progetto abbia confini chiari. Che anche lui, a un certo punto, scompaia.

Per gran parte del Novecento, la fotografia documentaria si è presentata come neutrale. Il fotografo osservava, registrava e si ritirava dietro l’immagine. L’oggettività veniva considerata una posizione morale, quasi una garanzia di verità. La macchina fotografica era vista come un testimone passivo, capace di osservare il mondo senza influenzarlo.

Susan Sontag ha smontato questa idea già decenni fa. Nel suo libro Sulla Fotografia ha sostenuto che le fotografie non mostrano semplicemente il mondo, ma lo interpretano. Ogni immagine è il risultato di una scelta, consapevole o meno. Dove si posiziona il fotografo. Cosa entra nell’inquadratura. Cosa resta fuori. Il momento in cui si preme il pulsante. “Fotografare significa inquadrare”, scriveva. E inquadrare significa dare una forma alla realtà.

Sontag è tornata su questi temi in Davanti il dolore degli altri, dove ha affrontato più direttamente l’etica dello sguardo. Vedere la sofferenza, avvertiva, non porta automaticamente alla comprensione o all’empatia. Le immagini possono creare distanza tanto quanto connessione. Guardare non equivale a sapere e certamente non equivale ad assumersi una responsabilità.

Queste riflessioni sono difficili da ignorare quando si pensa alla regione degli Appalachi, una regione fotografata per decenni più come un’idea che come un luogo abitato da persone reali. Si estende lungo una vasta area degli Stati Uniti orientali, dal sud dello Stato di New York, attraversando la West Virginia, fino all’Alabama e alla Georgia settentrionale. Non è un luogo piccolo né uniforme, anche se spesso viene raccontato come se lo fosse. 

All’inizio del Novecento, la regione è stata profondamente trasformata dall’industria del legname e dall’estrazione del carbone. Sono arrivati posti di lavoro, ferrovie, macchinari e la promessa di una stabilità economica. A questo è seguita una distruzione ambientale su larga scala. Foreste abbattute, montagne distrutte, territori alterati in modo permanente. Quando la domanda è diminuita e sono arrivate le regolamentazioni, le aziende se ne sono andate, portando via con sé i mezzi di sostentamento. Negli anni Cinquanta gran parte della regione è rimasta economicamente svuotata.

Negli anni Sessanta la ‘War on Poverty’ ha portato gli Appalachi sotto i riflettori nazionali, ma ha anche fissato un’immagine precisa nella mente del pubblico. La fotografia ha avuto un ruolo centrale in questo processo. Le immagini di isolamento e difficoltà economica hanno circolato ovunque, spesso scollegando quelle condizioni dalle forze politiche e industriali che le avevano prodotte. Gente di montagna. Minatori. Case fatiscenti. Famiglie isolate. Queste fotografie non si sono limitate a documentare la povertà. In molti casi hanno contribuito a definirla. E una volta consolidata, quella narrazione visiva è diventata difficile da scardinare.

È in questo contesto che il lavoro di Stacy Kranitz va letto. Queste domande sono centrali nella sua pratica e nel dibattito più ampio sul ruolo del fotografo.

Kranitz era già negli Appalachi per un altro lavoro quando ha iniziato a confrontarsi più direttamente con questa storia. “Mi sono resa sempre più conto del danno che la fotografia ha causato in questa parte del paese”, ci ha raccontato, “soprattutto per come questa regione è stata rappresentata nel tempo.” Da lì è nata una messa in discussione non solo delle immagini esistenti, ma dell’intera tradizione documentaria.

In quegli anni Kranitz viaggiava nella parte centrale degli Appalachi lavorando anche per testate come The New York Times, Time, Vanity Fair, Mother Jones, Bloomberg Businessweek, ESPN e The Washington Post. Quello che all’inizio sembrava un progetto si è trasformato in qualcosa di aperto, senza confini chiari.

Mi sembrerebbe sbagliato semplicemente finire un progetto e andarmene”, dice. “Non credo nelle strategie di uscita nel lavoro documentario. Quel tipo di approccio è estrattivo, quasi coloniale. Prendi quello che ti serve e sparisci. Io non lavoro così”.

I danni al territorio non appartengono al passato. Sono ancora presenti. “La devastazione ambientale causata dal mining con rimozione delle cime delle montagne è ancora molto visibile”, racconta. “Gran parte dei danni resta, anche dopo decenni”.

Ricorda di essere stata in un sito minerario a osservare il drenaggio acido che finiva nei corsi d’acqua. “È una fuoriuscita di colore arancione acceso. È tossica. Uccide pesci e vegetazione. Alcune delle miniere responsabili non sono attive da quarant’anni, eppure il danno continua. Non è un problema a breve termine”.

Le sue immagini non sono rassicuranti, né cercano di attenuare l’intensità che portano con sé. “Il tono viene da chi sono”, ci ha detto. “Sono una persona intensa e questa intensità entra nel lavoro. Un’altra persona potrebbe lavorare negli Appalachi per lo stesso tempo e produrre qualcosa di completamente diverso, magari più poetico, meno crudo. No so davvero fare un lavoro leggero. È nel mio sangue”.

Guardando le fotografie di Kranitz e ascoltandola parlare, è difficile non pensare alla scrittura di Chris Offutt, cresciuto nel Kentucky orientale in una comunità mineraria. Come Kranitz, Offutt si oppone alle immagini semplificate degli Appalachi, attingendo all’esperienza vissuta per complicare le storie raccontate sulla regione.

Uno degli aspetti più forti di As It Was Give(n) to Me è la presenza della stessa Kranitz all’interno delle immagini. Non si nasconde dietro la macchina fotografica. Non finge distanza. “Abbattere le barriere tra fotografo e soggetto, tra esterno e interno, è molto importante per me”, spiega. Allo stesso tempo, sottolinea che lo spettatore non ha bisogno di saperlo per entrare nel lavoro. Nel libro gli autoritratti sono completamente integrati. “La maggior parte delle persone non si accorge nemmeno che sono nelle immagini”.

Kranitz è esplicita anche nel suo scetticismo verso l’oggettività. “L’intero progetto ruota attorno alla tensione tra soggettività e oggettività, e all’idea che la vera oggettività sia un mito. La fotografia documentaria spesso fa finta che non sia così, ma per me è una finzione.” La nostra comprensione dei luoghi, insiste, è sempre soggettiva, indipendentemente da chi siamo o da dove veniamo.

Nella sua biografia va oltre, riconoscendo che le sue immagini “non dicono la verità, ma sono oneste nei loro limiti. Esotismo. Ambiguità. Fetishizzazione. Invece di negarli, li assume come parte del lavoro, usandoli per restituire quella che definisce la complessità e l’instabilità delle vite e dei luoghi che fotografa.”

È qui che il lavoro diventa più fragile e allo stesso tempo più interessante. Anche se non pretende di spiegare gli Appalachi, la soggettività dichiarata di Kranitz non cancella automaticamente gli stereotipi. Con il tempo, intensità, intimità, vulnerabilità, e perfino onestà, possono irrigidirsi in un linguaggio visivo riconoscibile, che rischia di diventare familiare, persino atteso.

Se oggi la fotografia documentaria accetta che la neutralità sia una finzione, resta una domanda più difficile: quanta soggettività serve davvero per resistere allo stereotipo? E quando invece comincia a produrne uno nuovo?

Questa intervista è stata registrata nel 2022 in occasione di Cortona On The Move, dove abbiamo avuto il piacere di incontrare Stacy Kranitz e parlare del suo lavoro. Dopo aver recuperato i file che credevamo persi, abbiamo deciso di pubblicarla perché offre l’occasione per riflettere su dove si trovi oggi la fotografia documentaria e su quali responsabilità etiche continui a portare con sé.

Nota della redazione: nonostante i nostri solleciti, al momento della pubblicazione non abbiamo ricevuto le immagini dell’autrice da affiancare all’intervista. Abbiamo comunque scelto di pubblicare la conversazione nella sua forma testuale, in attesa di poter eventualmente integrare il materiale visivo.

Silvia Donà