“Shooting the mafia”, due storie intrecciate

Film documentario diretto dalla regista britannica Kim Longinotto e distribuito nelle sale italiane dalla I Wonder Pictures a partire dal 16 Luglio scorso, “Shooting the mafia” ci porta nella vita di Letizia Battaglia e nella storia dagli anni ’70 agli anni ’90 di Palermo.

Prima fotografa italiana a lavorare per un giornale (“L’Ora” di Palermo), prima donna europea a vincere il premio Eugene Smith nel 1985, Letizia Battaglia nasce a Palermo il 5 Marzo 1935. Scopre la fotografia nel 1969, quando se ne innamora realizzando che riesce molto meglio ad esprimerla rispetto alle parole; da allora la macchina fotografica è un tutt’uno con lei. 

Il film non è propriamente solo un documentario sulla mafia e forse neppure un documentario esaustivo su Letizia Battaglia, che ad oggi, senza aver rinnegato nulla di quello che ha fatto, ha spesso dichiarato di sentirsi un po’ stretta nell’etichetta della “fotografa della mafia”.  La recente mostra alla Casa dei Tre Oci di Venezia (2019) ha esposto la sua abbondante produzione che certamente non è solo legata al crimine di Cosa Nostra, così come la mostra in corso a Firenze “Corpo di donna” presso la Crumb Gallery ci parla di nuovi filoni che Letizia, instancabile, sta percorrendo.

Quello che la Longinotto ci propone piuttosto è in realtà l’efficace narrazione dell’intrecciarsi di due storie: quella collettiva, degli anni dai ’70 ai ’90, di una Palermo martoriata dagli scontri mafiosi, e quella personale di una donna, di una fotografa, che ha fatto dell’impegno civile, vissuto per gran parte attraverso la sua macchina fotografica, lo strumento della propria espressione, ma, soprattutto, della propria liberazione in una società maschilista e conformista; una donna che crede nell’emancipazione femminile non tanto attraverso la rivendicazione di diritti, ma piuttosto tramite l’assunzione di responsabilità in prima persona e attraverso la lotta. È proprio così che Letizia mette sé stessa e le donne al centro della storia: attraverso l’azione. 

Kim Longinotto, dal canto suo, mette certamente Letizia al centro del film: ci accompagna nella visione, infatti, proprio la carismatica voce narrante della Battaglia; senza risparmiarci l’entusiasmo, il dolore, la paura, la tenerezza e l’amore, con l’immancabile sigaretta in bocca, la fotografa si racconta e ci conquista.

La linea narrativa della regista si dipana su due binari, anch’essi intrecciati: quello storico e quello personale, privato di Letizia, che ha vissuto in prima persona questo periodo, oltre ad avercelo raccontato per immagini.

Seguendo il primo percorso il documentario propone filmati di repertorio tratti dai processi ai boss mafiosi, dalle catture, dalle stragi, dai funerali, dalle manifestazioni dei siciliani esasperati da anni di lotte fratricide. Ascoltiamo le parole sprezzanti di Luciano Liggio, o le bugie di Totò Riina, le confessioni di Tommaso Buscetta, il dolore di Rosaria Schifani, il candore dei principi di Giovanni Falcone, la forza di Paolo Borsellino.  

Parallelamente, la Longinotto ci propone la vita di Letizia Battaglia. Il film si apre proprio con uno spezzone di un filmino amatoriale che stringe l’inquadratura sul sorriso di Letizia giovane, per passare immediatamente dopo ad un tratto di un’intervista dove la Battaglia ultraottantenne chiacchiera insieme ad un gruppo di bambini e li fotografa mentre giocano, anticipando ciò che per tutta la durata del film si respira di lei: l’amore per l’essere umano ed  il desiderio di ritornare all’innocenza, alla bellezza, dopo una vita passata a vivere tanta cruenta violenza nelle strade della sua città.

È tra la Letizia sorridente che non ha ancora scoperto la fotografia, e la Letizia seduta tra i bambini in una piazza di Palermo che dichiara «La fotografia mi commuove», che si snoda il documentario: la storia della società siciliana e della mafia e la storia di una donna che ha deciso di cercare la propria libertà ed affermazione senza mai prestare il fianco al cinismo, né al sentimentalismo.

Lungo tutto il film la Longinotto ci fa viaggiare nel tempo attraverso la sua vita, balzando da interviste recenti a fotografie o filmati di una giovane fotoreporter, suo malgrado a confronto con i cruenti avvenimenti mafiosi, o della donna impegnata nella politica per la sua terra. 

Si noti, la regista sceglie di parlarci in parte anche degli amori della fotografa siciliana, gli uomini importanti della sua vita, spesso più giovani di lei, incantati dal suo entusiasmo, dalla sua libertà, dalla sua passione, dalla sua vitalità. Uomini con cui Letizia ha conservato amicizia anche dopo la fine della relazione, dimostrando quanto grande sia il suo cuore ed altrettanta intelligenza e apertura mentale, ma, soprattutto, amore per la vita. È meraviglioso come la regista, mentre la voce di Letizia, in sottofondo, afferma «L’amore è un imbroglio, perché se no non finirebbe mai», ci mostri paradossalmente l’abbraccio sorridente fra Letizia e Santi Caleca oggi, uno dei suoi primi uomini con i quali ha condiviso 8 anni di vita. Più avanti nel corso del film anche Franco Zecchin, altro grande amore e collega, abbraccia Letizia. Risposte inequivocabili alla domanda di Letizia: «Cosa rimane di noi?».

Sullo sfondo sia della storia collettiva che di quella personale di Letizia, nella narrazione della Longinotto scorrono le sue fotografie.

Ve ne proponiamo qualcuna, tra quelle che ci hanno colpito di più grazie alla scelta azzeccata della regista di abbinare ad esse le parole pronunciate direttamente dalla voce di Letizia e che vi riportiamo.

«Con la fotografia sentii che io potevo raccontare anche me stessa, lo sentii non lo capii molto»

©Letizia Battaglia – Fonte Google


«Pensa come si sentivano loro, i mafiosi, a essere fotografati da una donna. Erano così pieni della loro autorità. Io tremavo. Ho un solo scatto fermo. Ma tremavo di emozione, non di paura. I boss davano una tale sensazione di potere crudele e tu li stavi sfidando»

©Letizia Battaglia – Fonte Google


«Condividere l’orrore con una macchina fotografica è imbarazzante. Amavi questa gente, ma dovevi fotografarla. Era molto complicato fare capire che era per amore che fotografavo»

©Letizia Battaglia – Fonte Google

«Lei ha gridato in chiesa durante il funerale. “Mafiosi, inginocchiatevi, chiedete perdono”.» Su questa foto, tuttavia, vale di più il sospiro di Letizia, l’inquadratura ravvicinata su suoi occhi pensosi, sulla sua mano portata alla bocca.

©Letizia Battaglia – Fonte Google

Costante negli anni il suo caschetto sbarazzino, che cambia colore fino allo sgargiante fucsia della donna di 85 di oggi che non teme la fine e sorride alla cinepresa, in un’espressione finale che commuove immensamente, proprio al termine di questo film. 

Uno sguardo, il suo, puro come quello di una bambina, frutto di uno spirito libero e giusto. Libertà e giustizia, che unite alla sua grande passione, sono tre parole che descrivono una donna immensa.

Un film denso e appassionante dunque, dove al termine della visione anche nei nostri animi risuonano le parole di Letizia: «Non si può essere più felici veramente se hai vissuto tutto questo orrore, di quelli che rimangono». Eppure a noi resta nel cuore anche l’immagine di Letizia che distribuisce fiori colorati sulle auto distrutte dalla bomba in Via D’Amelio; colori che, al pari del suo caschetto fucsia, fanno onore al significato del suo nome, Letizia, certo sempre affiancato non solo anagraficamente a quello del suo cognome; a questo abbiniamo i suoi bianchi e neri, quelle fotografie che ha avuto il coraggio di portare in mostra per le strade di Corleone nei suoi tempi più bui.

«Al successo? Preferisco l’amore.»

È a queste parole che ho pensato nello scegliere la foto di copertina (del 2018) per questo articolo, con nell’animo l’ultima inquadratura del film su Letizia, dopo le sue parole. Vi invito a scoprirle guardandolo.

Luisa Raimondi