Inge Morath. La vita. La fotografia.

Fino al 1° Novembre 2020 è possibile visitare, presso il Museo Diocesano Carlo Maria Martini di Milano, la retrospettiva “INGE MORATH. LA VITA. LA FOTOGRAFIA”. L’esposizione curata da Brigitte Blüml – Kaindl, Kurt Kaindl e Marco Minuz racconta in 150 fotografie la vita ed il lavoro della prima donna ad essere ammessa nell’agenzia Magnum.

Costretta all’inizio della carriera a nascondersi sotto lo pseudonimo “Egni Tharom”, con talento e determinazione Inge Morath riece ad imporsi in un mondo prettamente maschile, superando ogni pregiudizio.

Fotografa appassionata, curiosa ed empatica, ha sempre cercato di indagare la realtà relazionandosi in modo profondo con gli altri. Ha fatto del viaggio una costante per tutta la sua vita studiando molte lingue straniere. Parlava fluentemente il tedesco, l’inglese, il francese, il rumeno, lo spagnolo, il russo e il mandarino.

@Mirko Bonfanti

Ecco in un testo del 1975 come descrive il suo lavoro: «Prima di buttarmi su un progetto, voglio conoscere il contesto, immergermi nella civiltà in cui mi devo muovere e conoscere almeno i rudimenti della lingua. In quel momento riesco ad arrivare con grande libertà a quello che Cartier-Bresson definisce l’atteggiamento decisivo del fotografo: scattare la fotografia con un occhio ben aperto, che osserva il mondo attraverso il mirino, mentre l’altro chiuso e scruta nella sua anima».

Prima di diventare fotografa Magnum, nel 1951 Inge Morath sposa il giornalista inglese del “Picture Post” Lionel Birch e si trasferisce a Londra.
Qui si avvicina alla fotografia con l’aiuto di Simon Guttman, fondatore dell’agenzia fotografica “Dephot“, e per la rivista “Picture Post” produce un libro sulla città di Londra e la sua periferia. Proprio durante questo lavoro fa amicizia con Eveleigh Nash, membro dell’aristocrazia inglese, immortalata in foto diventata celebre per l’intensità del soggetto.
In questi anni documenta inoltre la vita e le tradizioni degli zingari irlandesi.

Mrs Eveleigh Nash con il suo autista, di fronte a Buckingham Palace, 1953 © Fotohof archiv / Inge Morath Foundation / Magnum Photos

Parigi è la città dove Inge Morath iniziò il proprio percorso di fotografa grazie all’incontro con i fondatori dell’agenzia Magnum: Henri Cartier-Bresson, David Seymour e Robert Capa. Essendo la più giovane fotografa dell’agenzia le venivano affidati lavori minori e relativamente importanti, ma già in queste immagini emergono i tratti di quella che sarà poi la sua poetica. Esprime il suo interesse per la vita quotidiana, abbraccia la teoria del bressoniano “momento decisivo” e si avvicina al movimento artistico del Surrealismo. Questi elementi accomunano anche altri autori dell’agenzia Magnum e determinano lo stile di quelli che saranno poi ricordati come i grandi maestri della fotografia.

La chiusura dell’otturatore è un momento di gioia, paragonabile alla felicità del bambino che in equilibrio in punta di piedi, improvvisamente e con un piccolo grido di gioia, tendendo una mano verso un oggetto desiderato.
– Inge Morath

Uno dei primi reportage realizzati da Inge Morath, dopo l’ammissione all’agenzia Magnum nel 1953, è dedicato alla città di Venezia. Alcune fotografie selezionate entreranno a far parte del volume illustrato Venice Observed, della storica dell’arte Mary McCarthy.
La fotografa posa lo sguardo principalmente sui quartieri popolari ritraendo la quotidianità degli abitanti, come da tradizione Magnum. Di nuovo, il riferimento al mentore Henri Cartier-Bresson si percepisce in modo evidente dall’alternarsi di ambientazioni surreali e composizioni più grafiche.

Nel 1954 Inge Morath viaggia in Spagna con l’incarico di riprodurre dei dipinti per L’Oeil, nota rivista d’arte francese, e per ritrarre Lola, la sorella di Pablo Picasso. In pieno regime franchista fotografa l’avvocatessa Doña Mercedes Formica, attivista impegnata nella difesa dei diritti delle donne.
Alcune delle fotografie dedicate alla Spagna saranno poi pubblicate nel 1955 all’interno del libro Guerre à la tristesse, un saggio fotografico sulle corride della festa di San Firmino a Pamplona.

Spagna: ballerina di flamenco 1954 © Fotohof archiv / Inge Morath Foundation / Magnum Photos

Nel 1956 Inge Morath realizza un’ampia documentazione dell’Iran su incarico di imprese americane operanti nel paese. La pubblicazione che ne segue, De la Perse a l’Iran, racconta le imminenti trasformazioni innescate dal progresso industriale, in forte conflitto con le radicate e rigide tradizioni. Inoltre sonda la complicata situazione della donna in una società esclusivamente patriarcale.

Iran: tre mogli in attesa con i loro pappagalli, Isfahan 1956 © Fotohof archiv / Inge Morath Foundation / Magnum Photos

Sono particolarmente interessata a fotografare paesi in cui una nuova tradizione emerge da una antica
– Inge Morath

Tra il 1957 e il 1958 la fotografa austriaca attraversa la Romania per fotografare il corso del fiume Danubio e documenta la realtà del paese durante gli anni della Guerra Fredda, in pieno regime comunista. Soltanto più recentemente, verso la metà degli anni Novanta, Inge Morath decide di riprendere in mano il progetto e pubblica un libro sulla Romania con il sostegno della galleria “Fotohof” e con la collaborazione di Kurt Kaindl e Brigitte Blüml-Kaindl.

Nel 1957 viene inviata a New York dall’agenzia Magnum. Fotografa il quartiere ebraico, la vita quotidiana di New York e fa amicizia con molti artisti che si lasciano ritrarre. Grazie alla sua attività di fotografa di scena nasce una delle sue più fotografie più celebri, ossia quella del lama che esce dal finestrino di un taxi. Questa immagine fa parte di un progetto di riflessione ed indagine sull’impiego degli animali nei set cinematografici.

Lama sul taxi in prossimità di Times Square, 1957 © Fotohof archiv / Inge Morath Foundation / Magnum Photos

Alla fine degli anni Cinquanta, in collaborazione con il disegnatore Saul Steinberg, conosciuto nel primo viaggio a New York, Inge Morath realizza il suo progetto più surrealista. Steinberg aveva iniziato a realizzare curiose maschere disegnando visi su sacchetti di carta e chiede alla fotografa di trovare persone disposte ad indossarle. Ne risultano scatti bizzarri e singolari, delicatamente ironici, pur restando semplici istantanee ambientate nella vita quotidiana newyorkese.
Nel 1966 viene pubblicato il primo volume illustrato su questo progetto.

© Fotohof archiv / Inge Morath Foundation / Magnum Photos

Nel 1956, finalmente arrivai a New York e Saul Steinberg accettò di incontrarmi nell’Upper East Side e posare per un ritratto. […] Ho suonato il campanello e Steinberg è uscito con una busta di carta in testa sulla quale aveva disegnato un autoritratto.”
– Inge Morath

Nel 1962 Inge Morath, dopo il matrimonio con lo scrittore e drammaturgo Arthur Miller, si trasferisce in una fattoria a Roxbury, poco distante da New York, dove ricava da un vecchio silos una camera oscura ed uno studio.
Negli anni successivi i due artisti viaggeranno spesso insieme prima in Russia e successivamente in Cina.

Nel 1965 grazie a Miller, presidente di un’associazione internazionale non governativa di letterati, ebbe modo di conoscere artisti e intellettuali russi oppressi dal regime. Integrato da immagini di successivi viaggi, nacque nel 1969 il primo volume illustrato sulla Russia della Morath.

© Fotohof archiv / Inge Morath Foundation / Magnum Photos

Verso la fine degli anni Settanta Inge Morath, dopo aver studiato il mandarino, accompagna il marito Arthur Miller a Pechino in occasione della rappresentazione dello spettacolo “Morte di un commesso viaggiatore“. L’impegno della fotografa nello studio delle lingue, dell’arte e della letteratura dei luoghi di destinazione, saranno determinanti per permetterle di entrare velocemente in contatto con persone comuni ed artisti, e di muoversi con disinvoltura anche in contesti difficili.

@Mirko Bonfanti

Il ritratto è il genere più presente nella produzione di Inge Morath. Incaricata frequentemente dall’agenzia Magnum di immortalare artisti, attori e letterati, la fotografa aveva la grande capacità di stabilire una connessione profonda con i soggetti, realizzando immagini spontanee e dirette. Celebre è la fotografia di Marilyn Monroe che balla all’ombra di un albero, realizzata sul set del film “Gli spostati” del 1960. Sul set Inge Morath conosce Arthur Miller, all’epoca legato alla diva americana.

© Fotohof archiv / Inge Morath Foundation / Magnum Photos
Marilyn Monroe sul set di “The Misfist” 1960-61 © Fotohof archiv / Inge Morath Foundation / Magnum Photos
Alberto Giacometti nel suo studio 1958© Fotohof archiv / Inge Morath Foundation / Magnum Photos

Nel corso della sua vita Inge Morath torna più volte nella sua città natale, Graz in Austria. Le immagini che produce raffigurano gli artisti conosciuti a Vienna nel periodo successivo alla Seconda Guerra Mondiale, alternate ad altri scorci, prevalentemente architettonici, che descrivono l’eredità barocca e i retaggi della monarchia austro-ungarica. Da questo lavoro nascono due libri, uno pubblicato negli anni Settanta e l’altro pubblicato soltanto dopo la morte della fotografa.

La fotografia è un fenomeno strano…Ti fidi dei tuoi occhi ma non puoi fare a meno di mettere a nudo la tua anima.
– Inge Morath

Nel 2001, dopo aver lavorato ad un progetto fotografico fra Stiria e Slovenia, tra i luoghi della sua infanzia, torna negli Stati Uniti dove si spegne improvvisamente il 30 gennaio 2002 per un linfoma.

Successivamente la famiglia contatta Kurt Kaindl e Brigitte Blüml-Kaindl chiedendo loro di occuparsi dell’archivio. Il caso vuole che in una macchina fotografica viene trovato un rullino che Inge Morath aveva scattato poco prima della morte. Lo sviluppo portò alla luce, fra le altre, una foto di un suo autoritratto realizzato nel 1958, a cui aveva sovrapposto una pianta secca, che nascondeva il viso lasciando liberi soltanto gli occhi.

Inge Morath, autoritratto 2002 © Fotohof archiv / Inge Morath Foundation / Magnum Photos

Una fotografia delicata e fortemente simbolica nella quale l’autrice sembra voler comunicare quanto il suo sguardo sia rimasto lo stesso, curioso ed insaziabile, per tutta la propria vita.

“Fotografare era diventato una necessità e io non volevo rinunciare a nulla”
– Inge Morath

Mirko Bonfanti

Chiostri di Sant’Eustorgio
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