La collezione Bertero si mostra a CAMERA Torino

Piacere, prestigio, investimento. Sono diversi i presupposti che animano lo spirito del collezionista.

Di contro, per Régis Durand, la familiarità e l’accessibilità economica sono i fattori base che determinano il successo del collezionismo fotografico. Ma soprattutto, per il critico d’arte francese, la fotografia ha la “peculiarità insostituibile di metterci a confronto col mondo, con la sua storia, e al contempo con noi stessi“.

Ancora, citando Susan Sontag, “collezionare fotografie significa collezionare pezzi di mondo“. Senza ombra di dubbio si riconosce quindi, alla fotografia, la capacità di essere insieme memoria storica, dei luoghi, delle persone e degli eventi.

È soprattutto la passione e la caparbietà a muovere lo spirito di Guido Bertero. A partire dalla fine degli anni Novanta fino ad oggi, il collezionista ha raccolto circa duemila stampe, con la lungimiranza di acquisire soltanto serie intere in stampe vintage, in un momento storico in cui il valore artistico dell’immagine fotografica non aveva ancora raggiunto la giusta considerazione.

In questo modo la collezione si è guadagnata lo status di riferimento per la conoscenza e lo studio del neorealismo fotografico italiano. Tanto che dallo scorso anno, a seguito di un ingente lascito al Metropolitan Museum of Art di New York, a cui ha contribuito anche Bertero, una selezione della sua collezione sta attraversando gli Stati Uniti in una mostra itinerante sul Neorealismo.

Nasce così la mostra “Memoria e passione. Da Capa a Ghirri. Capolavori dalla Collezione Bertero“. Curata da Walter Guadagnini e visitabile fino al 30 agosto presso CAMERA – Centro Italiano per la Fotografia di Torino, l’esposizione presenta una selezione di circa trecento fotografie, tra le circa duemila della collezione, realizzate da cinquanta autori di tutto il mondo.

Gli sguardi dei maestri della fotografia raccontano una nazione liberata dal fascismo, povera e ferita, che si avvia alla ricostruzione, fisica ed emotiva, sospinta da una grande voglia di riscatto e rivolta verso nuove prospettive di vita. La narrazione prosegue attraverso gli anni del boom economico e del rinnovato benessere, concludendosi negli anni Settanta e Ottanta, con i fotografi di paesaggio e concettuali, che hanno saputo coltivare e far evolvere il linguaggio fotografico, al punto di farlo diventare a sua volta classico e riconoscibile.

Prologo alla visita, le opere di Jan Groover sono le prime fotografie acquisite in assoluto da Bertero, come regalo per le figlie, in una delle prime edizioni della fiera d’arte Artissima. In particolare una natura morta del 1983 stampata in platinotipia, in cui si intrecciano segni della pittura rinascimentale e tratti di Giorgio Morandi. L’artista riesce a trasferire un’ aura di drammaticità ad oggetti di uso comune e, grazie alla capacità di manipolare il colore e la luce, ottiene una morbidezza tale da allontanarsi dalla realtà.

Jan Groover, Untitled 1981 © eredi Jan Groover Courtesy the artist and Galleria Raffaella Cortese, Milano

Più avanti, “Picnic by the Baltic” di Herbert List, sottolinea il legame tra pittura e fotografia, attraverso un’ambientazione e una composizione che ricorda il post impressionismo francese.
Sulla parete opposta sono raccolti alcuni ritratti che Duane Michals ha scattato tra gli anni Sessanta ed Ottanta ad importanti artisti tra cui Magritte, Balthus e Pier Paolo Pasolini. Al poliedrico artista italiano il compito di introdurre il percorso verso il filone del neorealismo in fotografia, che rappresenta l’aspetto fondamentale dell’intera collezione.

Duane Michals, Pasolini 1969 © Duane Michals Courtesy Admira, Milano

Successivamente si incontra “C’era Togliatti” di Mario Carnicelli, un grande mosaico di trentacinque fotografie in bianco e nero che documenta la folla accorsa al funerale di Palmiro Togliatti nell’agosto del 1974 a Roma. Un pezzo unico che rappresenta un vero e proprio ritratto collettivo della società italiana del tempo, in cui risalta per profondità l’immagine della vedova, chinata sulla bara del marito per l’ultimo addio.

In questa sala è inoltre presente la famosa “Alpe di Siusi” di Luigi Ghirri, uno degli artisti più rappresentati in mostra. Verso la fine dello scorso anno Bertero riesce ad acquistare la fotografia dopo un lungo corteggiamento, e le attribuisce un forte valore sentimentale perché evocatrice di piacevoli ricordi familiari.

Luigi Ghirri, Alpe di Siusi 1979 © eredi di Luigi Ghirri

Nella seconda sala troviamo immagini legate all’America, un buon numero delle quali è dedicato alla Farm Security Administration. In particolare spicca “Dust Storm” di Arthur Rothstein, che raffigura un contadino e i suoi due figli, intenti a cercare riparo durante una tempesta di sabbia. Lo scopo dell’immagine, chiaramente politico, fu quello di comunicare agli americani le terribili condizioni in cui si erano trovati molti agricoltori, in seguito a decenni di sfruttamento delle colture che ne avevano inaridito i terreni.

Robert Capa, Sicilia, nei pressi di Troina (provincia di Enna), agosto 1943. Contadino siciliano indica a ufficiale statunitense la strada presa dai tedeschi. 1943 © Robert Capa Courtesy International Center of Photography/Magnum Photos/contrasto

Passando oltre si incrocia una delle icone più importanti della fotografia di reportage, il contadino siciliano che indica al soldato americano la direzione presa dai convogli tedeschi durante la Seconda Guerra Mondiale di Robert Capa. Accanto all’immagine è presente uno scatto di alcuni istanti prima, più confuso e meno equilibrato, che ci fa intuire facilmente che la foto che noi tutti conosciamo non è frutto di un momento spontaneo, ma una messa in scena costruita successivamente dal fotografo, che testimonia comunque un fatto realmente avvenuto.

©Mirko Bonfanti

Nella stessa sala troviamo una fotografia, scattata a Napoli, di David Saymour, fondatore dell’agenzia Magnum insieme a Capa e Bresson. Il fotografo polacco venne incaricato dall’organizzazione neonata Unicef di mostrare le condizioni dei bambini sopravvissuti alla guerra. In seguito, le fotografie selezionate di questo progetto, confluiranno in un volume intitolato “Children of Europe”, la cui introduzione “Letter to a Grownup” è scritta dallo stesso Seymour.

La terza sala ricostruisce per immagini la situazione italiana dalla seconda guerra mondiale ed immediato dopoguerra, fino alla ripresa economica degli anni sessanta. Walter Sanders rivolge lo sguardo verso una particolare forma di devozione popolare e fotografa un funerale a Siena al momento della processione, dove gli uomini hanno il volto nascosto da un cappuccio nero in segno di penitenza. Il fotografo rimase colpito dalla ritualità e da un costume che negli Stati Uniti evoca significati ben differenti.

©Mirko Bonfanti

Proseguendo il percorso, al centro della sala si trova “American Girl in Italy”, foto della statunitense Ruth Orkin del 1951. L’artista incontra in un albergo di Firenze la pittrice Ninalee Allen Craig, che in quel momento viaggiava sola, e la coinvolge nell’idea di testimoniare l’atteggiamento degli uomini italiani nei confronti di una turista straniera.
La foto esposta, nonostante si tratti di una vera e propria messa in scena, diventerà la più celebre immagine dell’artista tanto da divenire il suo biglietto da visita. Infatti nella foto, in basso sul bordo del marciapiede, c’è una scritta che riporta il nome dell’artista e l’indirizzo dello proprio studio a New York.

Nella stessa sala troviamo William Klein che, con “The Barber shop”, descrive un rito di ordinaria quotidianità in un ambiente esclusivamente maschile, dove emerge evidente un certo stile classico italiano, stereotipo riconosciuto in tutto il mondo.

La quarta sala si può definire come il nucleo centrale di tutta la mostra, con la fotografia neorealista italiana. Il termine “neorealista”, nato in ambito cinematografico, si estende anche a quello fotografico, con lo scopo di mostrare i soggetti invisibili della società e di raccontare gli antieroi della strada.

Federico Patellani, Carbonia, 1950. Minatori © eredi Federico Patellani Courtesy Museo di Fotografia Contemporanea di Cinisello Balsamo

Pinna, Patellani, Giacomelli e Scianna, con linguaggi e stili differenti, documentano la condizione del centro-sud italiano, che si poggia sul faticoso lavoro rurale, sulle credenze religiose, sulle superstizioni e sulla grave indigenza.

Ferdinando Scianna, Trecastagni, provincia di Catania, 1963. Festa di Sant’Alfio, Cirino e Filadelfo. © Ferdinando Scianna/Magnum Photos/contrasto
©Mirko Bonfanti

Di contro Tazio Secchiaroli, il re dei paparazzi, racconta una situazione molto diversa e distante. Durante una festa piena di divi del cinema, all’interno del locale romano, il Rugantino, una giovane danzatrice del ventre improvvisa uno spogliarello fra l’entusiasmo dei partecipanti e gli scatti delle macchine fotografiche. Qualcuno ad un certo punto chiama la polizia e vengono requisiti tutti i rullini. Alcuni riescono lo stesso ad arrivare alla redazione dell’Espresso che le pubblica con la censura sui volti dei protagonisti innescando uno dei più grandi scandali dell’epoca. Era il 1958 e quell’episodio meritò una citazione in La dolce vita di Fellini.

Carla Cerati, Inaugurazione parrucchiere Dina 1971 © Carla Cerati Courtesy Elena Ceratti

Anche la quinta sala ci offre un confronto interessante.
Da un lato la Carla Cerati indaga i cocktail party milanese ed i suoi frequentatori mentre Lisetta Carmi, con la serie del 1965, esalta la dignità dei travestiti attraverso ritratti autentici e sinceri. Dopo questa esperienza dirà: “Sapevo che non mi sarei mai sposata, rifiutavo il ruolo che veniva chiesto di occupare alle donne. I travestiti mi hanno fatto capire che tutti abbiamo il diritto di decidere chi siamo”.

Lisetta Carmi, I travestiti 1965 © Martini e Ronchetti
©Mirko Bonfanti

Piergiorgio Branzi invece racconta da vicino la cerimonia della liquefazione del sangue di San Gennaro a Napoli. Una curiosità legata a questa serie è la corrispondenza tra fotografo e collezionista esposta nella bacheca al centro della sala. Branzi, nelle vesti di babbo natale, comunica che, dopo un lungo corteggiamento da parte del Bertero, gli concede l’acquisto della serie.

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Nella sala successiva sono presenti autori che si sono impegnati nell’analisi del paesaggio sotto diverse forme. Nel 1984 Ghirri progetta “Viaggio in Italia” e per questo coinvolge colleghi italiani e stranieri, tra cui lo stesso Basilico e Iodice, con l’obiettivo di raccontare l’Italia lontano dagli stereotipi.

Gabriele Basilico, Milano 1978-80 (3069 fot.13), 1980 © Gabriele Basilico / Studio Basilico, Milano

Tra le numerose foto di Ghirri è importante segnalare le Polaroid di grande formato, pezzi unici, immagini di immagini che non mostrano dei paesaggi reali. Proprio queste fotografie sembrano rimarcare il pensiero dello stesso fotografo che dice “Tutti i viaggi possibili sono già stati descritti, Il solo viaggio possibile sembra all’interno dei segni e delle immagini”.

©Mirko Bonfanti
©Mirko Bonfanti

Di fianco a questi autori troviamo “Le verifiche” di Ugo Mulas che anticipa una fotografia più concettuale che viene poi proseguita nella raccolta della collezione. In “Omaggio a Niepce” Mulas sviluppa un rullino non impressionato che perciò passa da strumento di rivelazione dell’immagine a soggetto dell’immagine stessa, rivelando tutte le caratteristiche dello strumento. Viceversa in “Autoritratto per Friedlander”, analizza la presenza ingombrante della macchina fotografica nell’autoritratto. Lo strumento permette di vedersi, ma allo stesso tempo nasconde il fotografo che sta cercando di ritrarsi.

Ugo Mulas, Omaggio a Niepce 1970 © eredi Ugo Mulas. Tutti i diritti riservati Courtesy Archivio Ugo Mulas, Milano – Galleria Lia Rumma, Milano/Napoli

Avviandosi verso le ultime sezioni incontriamo la serie di dieci fotografie realizzate da Giuseppe Dell’Aquila, durante i trenta giorni che seguirono la chiusura dello stabilimento della fabbrica Fiat Lingotto, forse l’unica testimonianza di quella fase di transizione tra l’abbandono e di recupero, avviato poi a partire dal 1985.

Michele Zaza, Mimesi, 1974 © Michele Zaza

La collezione prosegue con Zaza e Cresci, Vimercati, De Maria e Nino Migliori, oltre che la serie di Franco Fontana, i cui paesaggi richiamano le composizioni dell’astrattismo in pittura. Il colore è protagonista e diviene mezzo per esprimere sentimenti. Nella sua poetica, quindi, la fotografia non è semplice riproduzione, ma pura interpretazione.

Franco Fontana, Basilicata 1975 © Franco Fontana

Nella penultima sezione sono presenti opere raccolte da Bertero nell’ambito di ricerche più contemporanee, come la fotografia astratta di Aaron Siskind, il forte intreccio tra documentario e concettuale di Boris Mikhailov, le Polaroid di Walker Evans e la cruda esplorazione della vita ai margini di Nan Goldin. Chiude il percorso la serie, intima e poetica, del giapponese Masao Yamamoto.

Franco Vimercati, Vaso (o Le temp retrouvè) 1982 © eredi Franco Vimercati Courtesy Archivio Franco Vimercati, Milano e Galleria Raffaella Cortese, Milano

Alla fine del percorso espositivo troviamo un omaggio alla fotografia torinese con i lavori di Bricarelli e Moncalvo, per proseguire con Cantamessa, Robino e Gabinio. Più avanti nuovamente Ghirri. L’opera concettuale “Modena 1975” nient’altro è che una fotografia ripresa da un libro stampato di una veduta di Torino.

In definitiva una mostra monumentale, singolare ed impegnativa, che non è semplicemente uno sguardo su una collezione importante. Piuttosto un viaggio lungo più di mezzo secolo all’interno della storia, personale e collettiva, nella quale la fotografia ha assunto molteplici ruoli, dalla documentazione alla pura espressione.

Relazionarsi dal vero con tante fotografie che sono divenute importanti icone, è stato possibile grazie alla volontà di Guido Bertero di condividere il suo patrimonio, contribuendo a diffondere la conoscenza di questo meraviglioso linguaggio. Afferma il collezionista: “Quello che mi gratifica ancora di più è il bagaglio di esperienze umane che ho vissuto durante la ricerca delle opere, le persone che ho conosciuto, le amicizie che ho stretto: ognuna di queste fotografie mi ricorda una storia, un aneddoto che la rende ancora più preziosa.

©Mirko Bonfanti

Mirko Bonfanti


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