Lo sguardo di Dio

Nella scena finale de La dolce vita compare una manta gigantesca, tirata sulla spiaggia dalle reti dei pescatori. Il mostro appare immediatamente come un elemento perturbante; ovvero qualcosa che, proprio perché orrendo, «sarebbe dovuto rimanere segreto, nascosto e che invece è affiorato». La relazione che lega l’unheimlich, definito da Freud come «qualcosa di spaventoso che si riferisce a qualcosa di noto da tempo, familiare», con il nostro inconscio, ha a che vedere con la regressione verso la vita psichica infantile. Il perturbante si manifesta in qualsiasi cosa ci riveli il nostro personale e individuale rimosso: qualcosa che conoscevano bene perché da bambini gli avevamo conferito un’anima, un soffio vitale, ma che è stato poi allontanato nell’inconscio in quanto non più comprensibile con gli strumenti di decodificazione della realtà di un bambino. E quindi, diventati adulti e non credendo più a forme di animismo infantile, ci sorprendiamo fino al timore profondo tutte le volte che ci troviamo di fronte al ritorno del perturbante, ogni volta che non riusciamo più a restituire una valenza di realtà conosciuta a segni, oggetti e presagi che fanno sorgere dentro di noi una sconosciuta ma familiare inquietudine.

La critica ha affermato che la manta morta e trascinata in spiaggia rappresenta il Cristo. Non a caso uno dei simboli paleocristiani per indicare il figlio di Dio è proprio il pesce e infatti questa lettura troverebbe conferma nella parte iniziale del film, quando una statua di Cristo viene trasportata in elicottero sui cieli di Roma. Le due scene, iniziale e finale, rappresenterebbero così i due poli di una riflessione su qualcosa che affiora dal passato del regista, qualcosa che ha costruito il senso del bene e del male negli italiani e che, in questo lungometraggio, viene celebrato come irrimediabilmente perduto. Nella scena finale ci sono diversi riferimenti che avvalerebbero l’interpretazione religiosa; ad esempio quando si sente affermare da qualcuno: «Questo è morto da tre giorni», chiaro riferimento alla Passione di Cristo o anche nella frase, ripetuta da Mastroianni e riferita alla manta: «Ma che ha da guardare? (…) E questo insiste a guardare». Si sa infatti che uno dei dettami più frequenti della religione cattolica consiste proprio nel fatto che lo sguardo di Dio ti segue ovunque. Chiunque abbia una conoscenza anche superficiale della dottrina cattolica sa che nessuno può evitare l’occhio del Signore, pronto a cogliere il peccato e qualsiasi deviazione dalla retta via. Occorre poi considerare che La dolce vita è una scatto fotografico non immune da un giudizio, se vogliamo moraleggiante, sulla decadenza e sulla corruzione dei costumi che un certo benessere consumista aveva portato all’Italia di quegli anni. Il film spaccò in due critica e pubblico, mentre non furono pochi i benpensanti dei diversi schieramenti politici e sociali a indicarlo come un trattato di istigazione al vizio e al peccato. In realtà e contrariamente a quanto supposto e propagandato dalla fama del film che fu oggetto perfino di censure e tentativi di sequestro, la scena finale assume dei connotati di ordine sacro. Infatti subito dopo l’incontro con il mostro marino spiaggiato che continua ad osservare severo gli intervenuti, compare una ragazza che, dall’altra parte di un piccolo ruscello, chiama Mastroianni. Il giornalista s’inginocchia e cerca di capire i gesti e le parole della ragazza che sembra avere qualcosa di importante da comunicargli. Nel gesto dell’attore di prostrarsi sulla sabbia c’è un riferimento proprio alla scena iniziale del film, quando viene raccontata la vicenda di due bambini che venivano costantemente seguiti dalla folla e dai giornalisti, perché affermavano di riuscire ad ascoltare la voce della Madonna. Fellini aveva preso la scena da un episodio di cronaca e lo aveva riproposto ne La dolce vita come un segno di volgare idolatria e bigottismo che bene accompagnavano quei tempi di finto benessere e di ipocrisia. Invece la ragazza bionda che si vede al di là del corso d’acqua era già stata incontrata dal protagonista, la conosce in una trattoria vicino al mare mentre ella era intenta a lavorare come cameriera; in quell’occasione Mastroianni la paragona ad «uno di quegli angioletti che ci sono nei quadri delle chiese umbre», confermando la natura angelica della ragazza.

Forse per questo appare evidente che il richiamo della ragazzina bionda, con il viso luminoso e limpido, non viene ascoltato né compreso da nessuno, poiché tutti erano intenti a guardare il mostro marino sotto i postumi dell’ubriacatura della notte. E meno che mai ci riesce il protagonista, che è ancora immerso nel niente delle feste, dei paparazzi e degli scandali, anche se perlomeno riesce a vedere la giovane esattamente come una dolce epifania del sacro. Alla fine del film il rumore del mare sommerge completamente le parole della ragazza che, come un giovane angelo, rimane sulla spiaggia, sul ciglio del ruscello, ad osservare le mani del protagonista, unite come in preghiera, con la consapevolezza che anche se al di là di un limite apparentemente invalicabile, una voce celeste trovasse il modo di raggiungerci per cercare di parlare con noi, starebbe solamente a noi trovare il modo di metterci in ascolto.

Rossano Baronciani