Il bacio più lungo del mondo

Davanti a casa dei miei genitori c’era e c’è ancora una scuola dell’infanzia, che in realtà dovrei chiamare asilo, perché così si chiamava quando ero bambino. Dietro all’asilo cominciava uno spazio verde, un bosco da cui aveva inizio bruscamente un colle, divenuto nel tempo un parco naturale. L’edificio scolastico era per noi ragazzini una sorta di fortino, un avamposto ultimo che segnava un confine tra le strade del quartiere con la sua gente, le case e i negozi, e uno spazio più vasto e selvaggio, un far west casalingo da esplorare e conquistare. Ogni nostra avventura aveva inizio e fine nel loggiato dell’asilo, vera e propria via dei Fori imperiali da attraversare vittoriosi se il percorso nel bosco era stato particolarmente emozionante, oppure sconfitti se l’incontro con qualche animale ci aveva ricordato che in fondo non eravamo poi così coraggiosi. Fu proprio un pomeriggio di primavera, salendo le scale che portavano al loggiato, che mi accorsi che in fondo a quella specie di corridoio terrazzato, proprio di fronte alla grande porta finestra di quella che era stata la mia aula qualche anno prima, due giovani stavano seduti sul parapetto e si scambiavano un intenso bacio.

Li riconobbi immediatamente, erano due adolescenti non tanto più grandi di me, ma per quel meccanismo di sguardo miope che si ha da bambini, per cui non si riesce mai a capire l’età di chi si ha di fronte, nella mia fantasia mi sembrarono adulti, di un’età non definibile tuttavia in là negli anni. Erano figure più simili ad antiche divinità: Amore e Psiche, Elena e Paride. Lui assomigliava incredibilmente a Jackson Browne, non so se avete presente il cantautore americano, quello di Stay (just a little bit longer), brano di cui possedevo un 45 giri letteralmente consumato dal mio mangiadischi portatile; mentre lei era di una bellezza a dir poco abbagliante. Era di nazionalità belga, occhi grigio azzurri e capelli biondi, con un accento francese di fronte a cui il mio intercalare dialettale mi poneva immediatamente alla stessa distanza asimmetrica che esisteva in passato tra una principessa e uno stalliere. Erano lì, seduti sulla balaustra del loggiato, e si baciavano incuranti di tutto e tutti, soprattutto di me, invisibile ai loro occhi mentre rimanevo a poca distanza, ammutolito di fronte a quello che, vi assicuro, fu il bacio più lungo del mondo.

Quell’immagine davanti ai miei occhi era semplicemente perfetta: il ragazzo con i capelli scuri, lunghi e lisci, con una maglietta bianca che accentuava la luminosità del volto, e con il braccio posato sul fianco della ragazza, mentre esibiva arrotolato sulla spalla un pacchetto di sigarette, e lei che splendeva di una luce particolare; forse per i colori chiari dell’incarnato e dei capelli o forse per quella camicetta bianca e leggera che indossava. Era un’immagine di perfetta bellezza che rividi altre volte nel tempo, fu quando incontrai Alain Delon e Monica Vitti ne L’eclisse (M. Antonioni, 1962), Jean-Paul Belmondo e Jean Seberg in Fino all’ultimo respiro (J.- L. Godard, 1960) o ancora quando assistetti al bacio mozzafiato che Marylin Monroe diede a Tony Curtis in A qualcuno piace caldo (B. Wylder, 1959). Dunque le immagini tornano e ritornano nel tempo e lo fanno perché annullano la presenza del soggetto, consegnando ai nostri occhi solamente l’identità fantasmatica di ciò che un tempo abbiamo osservato e che si è insinuato dentro di noi.

Le immagini non tornano in mente, bensì ritornano come revenant dagli abissi del nostro inconscio. Credo che l’artista che meglio ha saputo cogliere tale duplicità fantasmatica è stata proprio Vivian Maier che, non a caso, utilizzava spesso gli specchi o le vetrine dei negozi come superfici riflettenti, riuscendo a cogliere in questo modo quello che la fotografa cercava ogni giorno, in mezzo alla gente e sulla strada, ovvero: «quegli attimi di eternità che altrimenti sarebbero andati perduti per sempre». Lo sguardo di Vivian Maier è teso verso l’epifania prodotta dalla cristallizzazione degli attimi colti dalla realtà e che continuano a insistere nel nostro immaginario.

Le immagini fotografiche rimandano a ipotesi di verità assolute, ovvero alla consapevolezza che l’unico modo per possedere la realtà delle cose che accadono, finanche dei pensieri e dei sentimenti, sta proprio nella realizzazione di un immenso catalogo del mondo: una mappa di volti e di sguardi, un atlante degli splendori e delle miserie dell’umanità. Per questa ragione nelle fotografie di Vivian Maier il particolare si fa universale, l’immagine diventa sineddoche di un mondo composito e a tratti impenetrabile, ma colto nella sua fragile e complessa semplicità. Sono immagini catturate nella loro purezza ontologica e che rimbalzano negli oggetti riflettenti per avvertirci della presenza costante di un fuori-campo, di un fuori scena; ovvero di qualcosa che abbiamo visto almeno una volta, magari di sfuggita, e che continua a tornare nelle nostre menti, davanti ai nostri occhi, sotto forma di immagine piuttosto che ricordo; come è stato per me assistere al bacio più lungo del mondo.

Rossano Baronciani