La presenza dell’Etiopia alla Biennale di Venezia è un fenomeno relativamente recente. L’edizione del 2026 segna la seconda partecipazione del Paese all’Esposizione Internazionale d’Arte, dopo il debutto avvenuto nel 2024. Quest’anno il padiglione presenta una mostra personale di Tegene Kunbi, artista nato ad Addis Abeba e oggi attivo tra Berlino e la sua città d’origine.
Shapes of Silence raccoglie oltre trent’anni di ricerca, attraversando pittura astratta, pratiche tessili e assemblaggi di grande formato. La mostra, aperta al pubblico dal 9 maggio al 22 novembre 2026, è ospitata a Palazzo Bollani ed è curata da Abebaw Ayalew. Commissaria del padiglione è Demitu Hambisa Bonsa. Il progetto è promosso dal Ministero del Turismo etiope in collaborazione con l’Ambasciata d’Etiopia in Italia, con il supporto di Primo Marella Gallery. L’inaugurazione è prevista per giovedì 7 maggio alle ore 11:30.
Al centro del progetto c’è una riflessione sul silenzio come condizione sociale e politica. Nella cultura etiope il silenzio si presenta come un paradosso: da un lato è considerato una virtù, legata alla saggezza e alla misura; dall’altro può indicare limite, esclusione, mancanza di possibilità di espressione. Nel lavoro di Kunbi il silenzio non è assenza, ma qualcosa di denso e stratificato, una sorta di archivio materiale fatto di memorie, aspettative e tensioni.


Questa condizione è profondamente politica. Il diritto di parlare, di interpretare e di essere ascoltati non è distribuito in modo uniforme. Le asimmetrie, tra centro e periferia, tra maschile e femminile, tra sacro e ordinario, entrano nel lavoro e si traducono in relazioni materiali.
Queste dinamiche si estendono anche allo spazio espositivo. Le opere sono spesso accompagnate da testi, didascalie e narrazioni curatoriali che orientano la lettura e ne rivendicano l’autorità. In questo contesto, il linguaggio finisce per parlare al posto dell’opera, mentre la dimensione visiva viene relegata in secondo piano.
Il lavoro di Kunbi si muove in direzione opposta. Le sue opere non si presentano come oggetti puramente visivi, ma come archivi stratificati di lavoro, memoria e storia. Il significato non passa attraverso la spiegazione, ma emerge nel tempo, nella prossimità e nella presenza fisica dei materiali.
La superficie pittorica diventa così uno spazio in cui le differenze non sono semplicemente rappresentate, ma riattivate. Materiali che normalmente resterebbero separati vengono messi in relazione, spesso in modo forzato. Le opere si costruiscono come spazi di incontro, in cui tessuti, fibre e frammenti di diversa origine convivono non per creare armonia, ma per mantenere una tensione. Ai materiali lavorati a mano dalla madre dell’artista si affiancano tessuti industriali destinati ai mercati africani; indumenti sacri si intrecciano con materiali di uso quotidiano.

Ogni elemento porta con sé una storia, una posizione sociale, un peso specifico. Ma una volta assemblati, questi significati iniziano a spostarsi. Il senso non scompare, ma si fa instabile. Tradizioni tessili differenti, legate a storie di lavoro, credenze e posizionamenti politici, contribuiscono a questo campo complesso, mettendo in relazione materiali che normalmente restano separati.
A tenere insieme queste composizioni è il colore, che gioca un ruolo decisivo nel mantenere viva la tensione dell’immagine.
Il colore non è un elemento decorativo, ma un campo di intensità. Si presenta in blocchi, in frammenti, in zone più sature o più attenuate che sfuggono a una gerarchia. I contrasti non guidano lo sguardo, lo interrompono. Lo spettatore non è accompagnato all’interno dell’immagine, ma vi resta immerso.
In questo senso, il lavoro si allontana da un’idea di pittura come superficie per avvicinarsi a una logica dell’immagine intesa come costruzione, come montaggio. Ogni frammento visivo porta con sé una propria temporalità e un proprio peso. Ciò che conta non è solo ciò che ogni elemento è, ma il modo in cui entra in relazione con ciò che lo circonda.
In questa fase, tuttavia, il lavoro viene incontrato principalmente attraverso la sua rappresentazione fotografica. Non nella presenza fisica dei materiali, ma nella loro traduzione in immagine. Questo passaggio non è neutro.
È qui che uno sguardo fotografico diventa utile, non tanto in relazione al mezzo, quanto alla struttura. Le opere di Kunbi possono essere lette come composizioni costruite per prossimità, dove l’assemblaggio assume la forma di un gesto editoriale: elementi diversi vengono accostati senza essere completamente risolti, lasciando l’immagine aperta, instabile.
Ne emerge una forma di conoscenza visiva che resiste a una lettura immediata. Un lavoro che richiede tempo. Non per essere decifrato, ma per essere attraversato.
Silvia Donà