Il mondo degli smartphone è in continua evoluzione, con aggiornamenti che coinvolgono anche il comparto fotografico. La fotografia, d’altro canto, richiederebbe un approccio più meditato. Più volte, parlando di alcuni modelli di fotocamere, ho richiamato il concetto di lentezza.
Il realme GT 8 Pro è uno smartphone che si propone di avvicinare due modi di fotografare, ormai riconducibili a linguaggi distinti, con grammatiche differenti: la mobile photography e la fotografia con una fotocamera dedicata. Attraverso la collaborazione con Ricoh, realme ha perseguito un obiettivo ambizioso: trasferire su uno smartphone un diverso modo di intendere la fotografia.

Voglio chiarire subito che lo smartphone non perde alcuna delle sue funzioni. Al contrario, aggiunge la modalità «Ricoh GR». Questa recensione si concentra pertanto esclusivamente sulla collaborazione tra le due aziende. Mi sono limitato a osservare che l’esperienza con le altre modalità offerte dall’applicazione fotografica è stata di alto livello, con risultati in linea con le aspettative. È proprio questo il punto: l’incontro tra realme e Ricoh introduce qualcosa di ulteriore per chi desidera sperimentare, anche attraverso uno smartphone, un approccio più vicino a quello di una fotocamera dedicata.
Ho utilizzato il GT 8 Pro esclusivamente come una vera fotocamera, mantenendolo in modalità aereo. Soprattutto, pur amando il colore, ho scelto di utilizzare soltanto i due profili in bianco e nero della modalità Ricoh GR.

Ho voluto immergermi nello spirito della Ricoh GR IV Monochrome, la compatta a ottica fissa dedicata esclusivamente alla fotografia in bianco e nero. Mi rendo conto che possa sembrare una scelta radicale, ma un conto è utilizzare un profilo monocromatico per qualche fotografia, un altro è decidere di adottarlo come unico linguaggio espressivo.
Ho inoltre privilegiato la leggerezza dell’esperienza, una caratteristica che ho apprezzato nel realme GT 8 Pro, scegliendo di memorizzare esclusivamente i JPEG, senza ricorrere ai RAW, per due ragioni. La prima è stata quella di avvicinarmi all’esperienza di una fotocamera come la Ricoh GR IV Monochrome, senza pretendere di equiparare due strumenti tecnologicamente differenti. La seconda, per me più importante, nasce anche dalla visita a «Portrait of Italians», la mostra fotografica degli studenti dell’Accademia di Belle Arti di Roma, le cui stampe sono state realizzate senza post-produzione, partendo direttamente dai JPEG del realme 16 Pro+ 5G.

Dopo aver visto quei risultati, ho trovato poco interessante soffermarmi sull’ennesimo confronto tra formati di registrazione. Pertanto, ho preferito concentrarmi sullo scatto e cercare di capire se il carattere del bianco e nero Ricoh potesse sopravvivere al passaggio dalla fotocamera tradizionale alla fotografia di uno smartphone.
La modalità Ricoh GR: fotografare con due focali
Appena si entra nella modalità Ricoh GR, scorrendo il menu testuale oppure, più rapidamente, facendo scorrere verso il basso il pulsante di scatto sul display, ci si accorge che qualcosa è cambiato.
L’interfaccia richiama quella di una Ricoh GR e introduce una limitazione interessante, oltre che necessaria per comprendere la filosofia di questa famiglia di fotocamere: le focali disponibili sono due, 28 e 40 mm equivalenti, senza la possibilità di utilizzare liberamente lo zoom come avviene normalmente nelle altre modalità fotografiche dello smartphone.

Non si tratta, naturalmente, di due ottiche distinte, ma di inquadrature ottenute attraverso ritagli digitali dell’immagine acquisita dal sensore principale. Una differenza tecnica rispetto a una fotocamera dotata di un’ottica progettata per una determinata lunghezza focale, che tuttavia non modifica il senso dell’esperienza proposta. A queste si aggiungono un’interfaccia dedicata e cinque profili fotografici sviluppati in collaborazione con Ricoh, compresi i due in bianco e nero, uno dei quali particolarmente contrastato.
La limitazione delle focali non è semplicemente una scelta estetica. L’impossibilità di modificare continuamente l’inquadratura attraverso lo zoom invita a un approccio differente: occorre scegliere tra 28 e 40 mm equivalenti e accettare le caratteristiche della focale selezionata. Una limitazione che, durante l’utilizzo, ho trovato tutt’altro che penalizzante.
C’è però un’altra caratteristica della modalità Ricoh GR che mi ha particolarmente affascinato, soprattutto dal punto di vista operativo. Normalmente, sul display di uno smartphone, il quadrato che individua il punto di messa a fuoco è accompagnato da un cursore che permette di compensare l’esposizione, schiarendo o scurendo l’immagine. Nella modalità Ricoh GR, invece, all’interno del quadrato compare un cerchio che, per quanto ho potuto osservare, consente di individuare separatamente la zona sulla quale misurare la luce. I due riferimenti possono essere spostati indipendentemente: è quindi possibile mettere a fuoco un soggetto e scegliere un’altra parte dell’inquadratura per determinare l’esposizione.

È una possibilità che, personalmente, non avevo mai incontrato su uno smartphone e che assume un significato particolare nella fotografia in bianco e nero. Decidere dove misurare la luce significa anche scegliere quali parti dell’immagine privilegiare, accettando eventualmente di sacrificare dettagli nelle ombre o nelle alte luci. Non si tratta soltanto di ottenere un’esposizione tecnicamente corretta, ma di partecipare alla costruzione dell’immagine attraverso una decisione fotografica.
Anche la gestione dell’esposizione richiama quella di una fotocamera evoluta. È possibile affidarsi agli automatismi oppure intervenire manualmente sui parametri disponibili, mantenendo un controllo più diretto sul risultato. La modalità Ricoh GR non obbliga dunque a fotografare manualmente, ma offre la libertà di farlo.
Un’altra funzione derivata dalle fotocamere Ricoh è lo Snap Focus, che permette di preselezionare una distanza di messa a fuoco, scegliendo tra un metro, due metri e mezzo, cinque metri e infinito. In questo modo non è necessario attendere che l’autofocus individui il soggetto prima di ogni scatto. Non significa che la fotocamera scatti automaticamente quando qualcuno raggiunge la distanza impostata: è sempre il fotografo a decidere quando premere il pulsante di scatto. Il principio richiama la messa a fuoco a zona, una pratica ben conosciuta nella fotografia tradizionale. Occorre prevedere la distanza alla quale si troverà il soggetto e prepararsi a cogliere il momento opportuno. La rapidità dello scatto diventa così la conseguenza di una decisione presa in anticipo.
La filosofia GR oltre il marchio
Le collaborazioni tra produttori di smartphone e aziende fotografiche sono ormai una realtà consolidata. Il rischio, tuttavia, è che il nome del marchio fotografico finisca per diventare soprattutto un elemento di riconoscibilità commerciale, senza incidere realmente sull’esperienza d’uso. Nel caso del GT 8 Pro, almeno per quanto riguarda la modalità GR, una parte della filosofia Ricoh è effettivamente presente nello smartphone.

Le differenze fisiche rimangono evidenti. Il sensore, l’ottica e le possibilità di controllo non sono quelli di una fotocamera dedicata. Credo però che il significato di questa collaborazione non debba essere ricercato nella capacità di riprodurre perfettamente il risultato di una GR.
La questione è piuttosto comprendere se sia possibile trasferire un’esperienza fotografica attraverso uno strumento differente. In questo senso, la modalità GR non cerca necessariamente di trasformare uno smartphone in una fotocamera, ma di introdurre gli utenti a una precisa filosofia fotografica.
Il valore educativo della focale fissa
Uno degli aspetti meno evidenti, ma probabilmente più interessanti, riguarda il potenziale educativo di questa modalità. Per chi si avvicina alla fotografia attraverso lo smartphone, la possibilità di modificare continuamente l’inquadratura ricorrendo allo zoom rappresenta una condizione del tutto naturale. La modalità GR introduce invece un vincolo che richiede di ragionare sull’inquadratura prima ancora di scattare.
Imparare a conoscere le caratteristiche di una focale significa anticipare ciò che entrerà nell’immagine, valutare la distanza dal soggetto e comprendere come la propria posizione influenzi la composizione. Significa anche imparare a muoversi nello spazio, anziché affidare ogni variazione dell’inquadratura allo zoom.

È un esercizio che contribuisce a sviluppare una maggiore consapevolezza fotografica e che può avere un valore particolare per chi ha conosciuto la fotografia attraverso lo smartphone, senza aver mai utilizzato una fotocamera a focale fissa. Da questo punto di vista, il realme GT 8 Pro rappresenta anche un primo contatto con il mondo Ricoh per chi non possiede una GR e non intende affrontarne immediatamente il costo.
Non mi sorprenderei se un’esperienza di questo genere finisse per alimentare la curiosità verso una fotocamera dedicata.
Quando il limite non è una scelta
Se la riduzione delle focali disponibili rappresenta una scelta fotografica interessante, non tutti i limiti di uno smartphone contribuiscono allo stesso modo all’esperienza.
Il primo, e forse il più evidente, riguarda l’ergonomia. Fotografare con uno smartphone significa impugnare un oggetto progettato principalmente per essere utilizzato attraverso uno schermo tattile. Una fotocamera dedicata, invece, nasce intorno al gesto fotografico: la posizione delle mani, la distribuzione del peso, la presenza di comandi fisici e, soprattutto, di un pulsante di scatto.

È proprio quest’ultimo elemento che ho sentito maggiormente mancare durante l’utilizzo del realme GT 8 Pro. La possibilità di azionare fisicamente lo scatto, senza dover interagire continuamente con il display, rende il gesto più immediato e naturale. Una differenza che diventa particolarmente evidente quando si cerca di fotografare rapidamente, cogliendo una situazione prima che cambi.
Non si tratta di una questione secondaria. Se l’obiettivo della modalità Ricoh GR è avvicinare lo smartphone all’esperienza di una fotocamera dedicata, l’interazione fisica con lo strumento diventa parte integrante di quella stessa esperienza.
Naturalmente esistono anche differenze ottiche e tecnologiche, ma non credo sia questo il terreno sul quale valutare la collaborazione tra realme e Ricoh. Sarebbe un confronto poco utile, soprattutto considerando che il mio interesse non era ottenere il file tecnicamente migliore, ma ritrovare il piacere di fotografare.
Il piacere di fotografare senza complicazioni
Ho scelto, infatti, di utilizzare esclusivamente i JPEG proprio per questo motivo. Non volevo dedicare tempo alla successiva elaborazione delle immagini, né trasformare ogni fotografia in un esercizio di ottimizzazione tecnica. Non è, del resto, un approccio nuovo nella fotografia digitale.
Fujifilm, per esempio, ha costruito una parte importante della propria filosofia fotografica attorno alle simulazioni pellicola, offrendo la possibilità di scegliere già al momento dello scatto il carattere cromatico o monocromatico dell’immagine. Una scelta che valorizza il JPEG non semplicemente come formato di registrazione, ma come risultato di un processo fotografico che può considerarsi concluso con lo scatto. Volevo osservare, scegliere l’inquadratura, scattare e guardare il risultato.

I due profili in bianco e nero della modalità Ricoh GR mi hanno permesso di affrontare situazioni differenti senza abbandonare il linguaggio monocromatico. Il contrasto, le tonalità e la risposta alle diverse condizioni di luce diventano così elementi sui quali costruire l’immagine già prima dello scatto.
I profili Ricoh, inoltre, possono essere personalizzati intervenendo su diversi parametri, tra cui contrasto, nitidezza e grana, con la possibilità di salvare le regolazioni preferite. Non sono quindi semplici filtri da applicare indistintamente alle fotografie, ma strumenti attraverso i quali definire il carattere dell’immagine prima di realizzarla.
Un altro aspetto che ho particolarmente apprezzato riguarda la coerenza della resa fotografica. Il passaggio dal display dello smartphone al monitor del computer non ha evidenziato differenze significative nella restituzione dell’immagine. Le fotografie mantengono il carattere che avevo osservato durante lo scatto, senza riservare sorprese nella successiva visualizzazione. C’è però qualcosa di ancora più interessante: la resa dei profili in bianco e nero sviluppati con Ricoh è sorprendentemente vicina a quella che conosciamo dalle fotocamere GR. Il contrasto e la distribuzione dei toni restituiscono un carattere riconoscibile, che va oltre la semplice applicazione di un filtro monocromatico.
Merita poi attenzione anche il ruolo della fotografia computazionale. Negli smartphone siamo ormai abituati a immagini nelle quali l’intervento del software è spesso evidente, soprattutto nella gestione della gamma dinamica, nel recupero delle ombre e nel contenimento delle alte luci. Nella modalità Ricoh GR ho avuto invece la sensazione di una resa meno condizionata da questa ricerca di equilibrio, nella quale le differenze tra luce e ombra conservano una maggiore evidenza.
Non significa necessariamente che gli algoritmi intervengano meno, anche perché non conosco nel dettaglio il processo di elaborazione dell’immagine. Quello che ho potuto osservare è che il loro intervento risulta meno riconoscibile nel risultato finale. Credo sia una distinzione importante, soprattutto nel bianco e nero, dove preservare ogni dettaglio non significa necessariamente ottenere una fotografia più interessante. Naturalmente, questo non rende i risultati tecnicamente equivalenti a quelli di una Ricoh GR.

Significa però che la collaborazione tra realme e Ricoh è riuscita, almeno nella mia esperienza, a trasferire sullo smartphone una parte significativa dell’identità visiva di queste fotocamere. È un approccio che restituisce importanza alla decisione fotografica.
La fotografia non deve necessariamente essere un processo complesso per risultare appagante. Uno smartphone, proprio per la sua disponibilità immediata, può rappresentare uno strumento particolarmente adatto a recuperare questa dimensione.
Dallo smartphone alla fotografia pura
Devo ammettere che l’esperienza con il realme GT 8 Pro è stata molto piacevole. Fotografare esclusivamente in bianco e nero, utilizzando le focali e i profili della modalità Ricoh GR, mi ha restituito sensazioni molto vicine a quelle che associo alle compatte Ricoh e, più in generale, alle fotocamere dedicate: il piacere di avvicinarsi allo scatto, osservare e costruire un’immagine.
Sperimentare la fotografia in questo modo, credo, possa contribuire a invogliare l’acquisto di una Ricoh GR IV Monochrome o comunque di una Ricoh GR, con la consapevolezza che il prezzo elevato ne fa un investimento significativo. A questo si aggiunge l’assenza di un mirino integrato, che potrebbe rappresentare un motivo di critica. Eppure, proprio l’esperienza con il realme GT 8 Pro può portare a considerare diversamente questa caratteristica: fotografare osservando un display è ormai un gesto familiare, che non necessariamente impedisce di concentrarsi sull’immagine.

Naturalmente rimane una differenza ergonomica importante. Sul realme ho sentito soprattutto la mancanza di un’impugnatura dedicata e di un pulsante di scatto fisico, elementi che rendono più naturale e immediato il rapporto con una fotocamera.
Ma il passaggio a una GR IV Monochrome, dopo questa esperienza, non rappresenterebbe soltanto un miglioramento delle prestazioni fotografiche. Sarebbe soprattutto la possibilità di dedicarsi a uno strumento concepito esclusivamente per fotografare, senza altre funzioni e senza la necessità di scegliere continuamente tra colore e bianco e nero.
In fondo, è proprio questo il risultato più interessante della collaborazione tra realme e Ricoh. Il GT 8 Pro non mi ha fatto desiderare uno smartphone fotograficamente più potente. Mi ha fatto desiderare una fotocamera. Credo che questa sia la dimostrazione più convincente del valore della modalità Ricoh GR: non aver cercato di sostituire la fotografia tradizionale, ma avermi ricordato quanto possa essere appagante dedicarsi semplicemente a fotografare.
Federico Emmi
Tutte le fotografie nell’articolo © Federico Emmi