Abbracciare l’ombra

Ernst Gombrich si è interrogato a lungo sull’uso e sul significato che le ombre  hanno apportato alle opere pittoriche nel corso della storia dell’arte. Incorporee per eccellenza, le ombre sono state osservate e descritte da Gombrich come l’elemento che meglio di tanti altri ci permette di identificare le forme e le figure, nonché di poterle leggere e interpretare come elementi fondativi e strutturali della narrazione per immagini. Le ombre delineerebbero una sorta di vuoto oscuro che, collocandosi attorno alla figura e nel paesaggio, permetterebbe di descrivere il pieno della struttura, ovvero la composizione che si dà attraverso la luce diffusa sulle sagome e sui particolari dei dipinti. Le ombre portate, secondo Gombrich, sono realtà descrivibili in sé e, allo stesso tempo, ci permettono di cogliere la vera natura della luce che investe il soggetto della rappresentazione.

Nel dipinto del Seguace di Rembrandt, Uomo che legge seduto a un tavolo in un’altra stanza (1631-50), tutta la rappresentazione è caratterizzata da un fascio di luce che entra con vigore dalla grande vetrata, rendendo non riconoscibili gli oggetti, i dettagli della stanza finanche la figura dello studioso assorto nelle sue letture. L’interpretazione simbolica potrebbe suggerirci quel che accade quando viviamo un’illuminazione dell’intelletto o della coscienza, oppure più semplicemente constatare l’evidenza che ogni volta che permettiamo a una luce esterna di entrare (conoscenza), ogni convinzione dentro di noi (coscienza) muta radicalmente.

Il rapporto luce/ombra è ascrivibile alla logica degli opposti che si completano, termini legati in un evidente rapporto speculare: poiché se è vero che è la luce che produce l’ombra, intrappolando lo sguardo su ciò che è visibile, è altresì vero che è la stessa ombra che va ad esaltare la brillantezza e la luminosità delle forme che appaiono in luce. Solitamente siamo portati a pensare in maniera binaria e oppositiva, illudendoci che l’una sempre esclude l’altra, e dov’è luce non può esserci ombra; tuttavia il punto di vista dovrebbe essere diverso, perché luce e ombra si generano nello stesso istante e vivono della medesima condizione, nella stessa rappresentazione. Inutile parlare quindi di parte positiva e parte negativa, perché è proprio dalla loro alternanza e compresenza che è possibile ricomporre l’immagine, ricostruire il significato della narrazione che viene prodotto senza dubbio dall’uso della luce, ma anche dalla delimitazione prodotta dalle ombre. «Le nette ombre – scrive Gombrich – accrescono sicuramente l’impressione della profondità, ma aiutano anche ad accentuare l’effetto che produce la luce».

Pertanto nessuna luce può dirsi tale, se non in rapporto alle sue ombre.

Il fotografo Trent Park, nella sua serie di scatti «Dream» del 1998 e «Dream/Life» del 2001, coglie proprio l’aspetto narrativo che svolgono le ombre in relazione alla luce.

L’artista indaga il rapporto strettro che lega indissolubilmente la luce e l’ombra, realizzando nelle sue fotografie una forte accentuazione del contrasto del bianco e nero. Ed è proprio estremizzando il rapporto tra luce e ombra che diventa possibile coglierne l’essenza; non solo di ciò che appare, ma anche di ciò che si nasconde nelle pieghe dell’oscurità. Nell’apparente ‘innaturalità’ della luce e delle ombre dei suoi scatti fotografici, Park lascia trapelare la vera essenza del visibile e dell’invisibile: ovvero la compresenza degli opposti. Luce e ombra sono termini solo apparentemente opposti e complementari, perché in realtà nascondono una verità ancora più profonda: ovvero che quello che vediamo è sempre puramente illusorio, i sensi ci ingannano perché basterà portare il bianco e il nero oltre i limiti del visibile per renderci conto che la realtà è altra e fugge via, nascondendosi nell’illusione della percezione sensoriale. Dunque il compito del fotografo e dell’artista non è tanto quello di rappresentare, descrivere o raccontare, quanto piuttosto il compito di darci nuovi occhi per costruire dentro di noi una nuova mappa del visibile.

In questa direzione ricordiamo la vicenda descritta da Adalbert von Chamisso nel romanzo del 1814 Storia straordinaria di Peter Schlemihl. Lo scrittore francese ci racconta la storia di un uomo a cui viene chiesta la propria ombra in cambio di una borsa magica che, ogni volta che veniva aperta, si riempiva immediatamente di oro e gioielli.

Storia straordinaria di Peter Schlemihl

Uno scambio fin troppo facile, accettato con incredulo stupore da parte del protagonista convinto di non sapere che farsene della sua inutile ombra. Eppure ben presto la transazione si rivelerà essere l’origine di tutte le disgrazie del malcapitato: dal momento in cui il protagonista cederà la propria ombra all’avventore, che scopriremo essere in diavolo in persona, una sfortuna dietro l’altra si accanirà contro Peter Schemihl, facendogli ben presto desiderare di tornare sui suoi passi, nonché di farsi restituire la propria ombra perduta. L’ombra, non pensata o percepita come un elemento apparentemente inutile di cui non ci curiamo affatto, ad un tratto si trasforma in qualcosa di profondamente vitale e necessaria per definire e completare la nostra personalità. Peter Schemihl si accorge a sue spese che l’ombra, anche se da sempre viene pensata come il nostro lato negativo ovvero l’insieme di tutto ciò che neghiamo o, perlomeno, che nascondiamo agli occhi altrui, descrive in verità la nostra personalità nella sua più profonda essenza. Nelle nostre zone d’ombra si celano i nostri difetti e quegli impulsi di cui spesso siamo schiavi, per questo l’ombra è il simbolo per eccellenza della nostra parte peggiore.

Eppure, scrive Carl Gustav Jung, «l’incontro con sé stessi significa anzitutto l’incontro con la propria Ombra. L’Ombra è, in verità, come una gola montana, una porta angusta la cui stretta non è risparmiata a chiunque scenda alla profonda sorgente. Ma dobbiamo imparare a conoscere noi stessi per sapere chi siamo, poiché inaspettatamente al di là della porta si spalanca una vastità senza confine piena di inaudita indeterminatezza, priva di apparenza di interno e di esterno, di alto e di basso, di qua e di là, di mio e di tuo, di buono e di cattivo». In questa direzione oggettivare la propria Ombra rendendola una sorta di ospite inquieto e indesiderato è il più tragico degli errori che possiamo compiere, perché noi siamo anche le nostre zone oscure; noi siamo le nostre ombre che ci permettono altresì di delineare meglio la nostra identità e che, solo se conosciute fino in fondo, ci consentono l’incontro con noi stessi. Basterà immaginare che dentro di noi si nasconde un bambino spaventato che è convinto di non potercela fare e che di fronte a problemi e guai, apparentemente insuperabili, ci invita a rinunciare e a lasciarci andare dentro quella “indeterminatezza di una vastità di dolore senza confini”. Unica soluzione, quindi, sembra essere proprio il gesto di abbracciare la nostra Ombra, rassicurandola, come se fosse un bambino spaventato, poiché è proprio nel momento in cui accogliamo la nostra ombra, riconoscendola come parte di noi, che restituiamo a noi stessi la nostra identità più segreta e profonda, nonché un più alto grado di consapevolezza e di accettazione.

Rossano Baronciani

Immagini ricavate da Google Images