Bob Lazar e l’archivio impossibile: fotografie di 10.000 anni fa e il ritorno del mistero alieno

C’è qualcosa che sta tornando lentamente, ma con insistenza, nell’immaginario collettivo, sebbene non sia mai davvero scomparso, ultimamente sembra riemergere con una nuova legittimità, quasi con una rinnovata urgenza narrativa: gli alieni, o meglio, l’idea che non siamo soli e che qualcuno possa essere tecnologicamente più avanzato di noi, stanno riconquistando uno spazio che non è più soltanto quello della fantascienza, ma anche quello del dibattito pubblico, della cultura visiva e persino della politica.

Penso, ad esempio, al ritorno di Steven Spielberg al genere che più di ogni altro ha segnato la sua carriera – quello “alieno” di E.T. l’extra-terrestre e Incontri ravvicinati del terzo tipo – con il nuovo Disclosure Day, atteso nelle sale l’11 giugno 2026, che non appare come un episodio isolato ma come parte di un movimento più ampio, capace di riportare al centro una domanda mai del tutto archiviata: cosa accadrebbe se il contatto fosse reale.

Allo stesso tempo, questa tensione verso l’ignoto si riflette anche nei media più tradizionali, tanto che anche le principali testate italiane, così come quelle internazionali, hanno iniziato da mesi a dedicare spazio a una serie di articoli che seguono da vicino le audizioni sugli UFO/UAP e le iniziative del Congresso degli Stati Uniti sui fenomeni aerei non identificati, in un tentativo sempre più esplicito di fornire risposte pubbliche e uscire da quella logica di opacità che per decenni ha alimentato l’idea di un insabbiamento, segnando un passaggio significativo: ciò che per lungo tempo è stato relegato ai margini entra progressivamente nel racconto giornalistico con una continuità che fino a pochi anni fa sarebbe stata difficile immaginare.

Questa stessa tensione emerge, poi, con particolare evidenza anche nel dibattito scientifico, dove il recente caso di 3I/ATLAS si colloca nel solco aperto da Oumuamua – il cui nome, di origine hawaiana, può essere tradotto come “messaggero che arriva per primo da lontano” – riattivando un confronto che riguarda non solo ciò che viene effettivamente osservato, ma anche i criteri con cui queste informazioni vengono interpretate. Nelle prime fasi, l’assenza di una chioma chiaramente distinguibile e la limitata qualità delle immagini disponibili hanno lasciato spazio a letture differenti, in parte sovrapponibili a quelle emerse nel 2017, rendendo evidente quanto il confine tra spiegazione e speculazione possa, in certe condizioni, diventare sorprendentemente sottile. Su questo sfondo, la mancanza iniziale di immagini ad alta risoluzione di 3I/ATLAS è stata talvolta letta come un elemento non neutrale, ipotizzando che la NASA potesse aver evitato la diffusione di fotografie più nitide perché potenzialmente in grado di mettere in discussione la classificazione ufficiale dell’oggetto come cometa, contribuendo così a definire un campo di tensione tra prudenza metodologica e apertura speculativa che accompagna l’intero dibattito.

Parallelamente, esistono luoghi – spesso digitali – in cui questa curiosità prende forma e si organizza in un confronto continuo, dove piattaforme come Reddit o comunità italiane di approfondimento come Omegaclick funzionano meno come spazi di conferma e più come ambienti di discussione condivisa, in cui il desiderio di sapere trova una comunità disposta a interrogarsi, a discutere e a mantenere aperte domande che non sempre trovano risposte.

È dentro questo clima, stratificato e in continua evoluzione, che Amazon ha reso disponibile – a noleggio, quindi al di fuori dell’offerta inclusa con Prime – il documentario S4 – The Bob Lazar Story, riportando al centro una figura che da oltre trent’anni occupa una posizione ambigua, sospesa tra testimonianza e mito.

La presenza stessa di questo documentario, in un contesto culturale così saturo di suggestioni e interrogativi, rende quasi inevitabile tornare a chiedersi chi sia davvero Bob Lazar, una figura che molti appassionati hanno imparato a conoscere anche attraverso Enigmi Alieni, il titolo italiano della serie Ancient Aliens, prodotta da History Channel, che ha contribuito in modo decisivo a costruire una grammatica visiva e narrativa del mistero contemporaneo. Per chi non lo conosce, il programma esplora l’ipotesi secondo cui civiltà extraterrestri avrebbero influenzato la storia umana, intervenendo nella costruzione di monumenti antichi, nello sviluppo di conoscenze avanzate e nella formazione di miti e testi religiosi reinterpretati come possibili testimonianze di incontri con entità non terrestri, alternando interviste, ricostruzioni narrative e analisi di reperti in un formato che unisce divulgazione e speculazione.

La notorietà di Lazar, tuttavia, precede tutto questo e affonda le sue radici alla fine degli anni Ottanta, quando è lui a portare per la prima volta all’attenzione pubblica una storia destinata a diventare una delle più controverse del panorama ufologico. Secondo il suo racconto del 1989, fu reclutato come fisico per lavorare in una struttura denominata S-4, parte del complesso dell’Area 51, con l’obiettivo di partecipare al reverse engineering di tecnologia di origine non terrestre, studiando e smontando uno dei nove velivoli per comprenderne il funzionamento.

È una storia che, ancora oggi, non può essere dimostrata, e proprio per questo continua a circolare, a riemergere, a trovare nuovi contesti in cui essere ascoltata, mantenendo intatta quella zona di ambiguità che ne costituisce, allo stesso tempo, il limite e la forza.

Ed è proprio da qui che il documentario riparte, trasformando Lazar da oggetto di narrazione a protagonista consapevole, restituendogli una voce che racconta, ripercorre e tenta – senza mai riuscire a farlo del tutto – di mettere ordine in una vicenda che lo accompagna da decenni, affidandosi a una memoria precisa, dettagliata, quasi ossessiva nella descrizione di ambienti, procedure e macchinari, e proprio per questo capace di rendere ancora più evidente il problema centrale: l’assenza di prove verificabili.

Le presunte scoperte di cui parla tornano con chiarezza, senza scorciatoie: l’elemento 115 come fonte energetica stabile, la manipolazione della gravità come principio di propulsione, l’idea che lo spazio non venga attraversato ma distorto, accorciato, rendendo percorribili distanze che per noi restano confinate alla scala degli anni luce.

Sono affermazioni che si collocano in una zona di confine, dove il fascino di un futuro tecnologico radicalmente diverso si scontra con ciò che sappiamo, dall’instabilità reale dell’elemento 115 alle enormi quantità di energia richieste per ipotizzare una curvatura dello spazio-tempo, in una tensione che il documentario non tenta di risolvere ma semplicemente espone, lasciandola intatta.

Il racconto di Bob Lazar continua a muoversi dentro questa ambiguità, non come verità accertata ma come qualcosa che torna, che viene discusso, che resiste proprio perché non si lascia chiudere, e che a un certo punto prende una direzione inattesa, spostando l’attenzione dalla tecnologia all’immagine. A un certo punto del suo racconto, del tutto inaspettatamente, introduce un passaggio che cambia il piano del discorso, molto interessante per noi di Discorsi Fotografici, perché al di là dell’aspetto suggestivo Bob Lazar lascia intravedere un’idea molto più radicale: la fotografia potrebbe non essere un’invenzione umana, o almeno non del tutto, ma qualcosa che abbiamo ereditato, intercettato, forse compreso solo in una fase tardiva della nostra storia.

“These beings said that they had been visiting earth for a long time and presented photographic evidence, which they contended was over ten thousand years old.”
(«Queste entità affermavano di aver visitato la Terra per molto tempo e presentarono prove fotografiche che, secondo loro, risalivano a oltre diecimila anni fa.»)

Se esistono immagini prodotte diecimila anni fa, allora esiste anche una storia fotografata che è inevitabilmente una storia della fotografia, ma una storia infinitamente più lunga di quella che conosciamo, non più legata all’evoluzione della chimica e dell’ottica ma a qualcosa che sfugge alla nostra ricostruzione lineare del progresso tecnologico. A questo punto, però, la questione non può restare confinata alla Terra: se davvero esistono prove fotografiche del nostro pianeta così antiche, allora è implicito che esistano anche immagini del loro mondo, e probabilmente di altri mondi ancora, prodotte e archiviate con la stessa naturalezza con cui Lazar evoca quelle terrestri.

In questo senso, il problema smette di essere soltanto temporale e diventa immediatamente spaziale, perché non si tratterebbe più di una storia alternativa della fotografia, ma di una vera e propria geografia visiva del cosmo, fatta di paesaggi, superfici planetarie, forse civiltà, osservate attraverso una tecnologia che, rispetto alla nostra, avrebbe già superato il limite fondamentale che ancora ci definisce: quello della distanza.

A questo si aggiunge la questione del genere, perché parlare di “prove fotografiche” suggerisce una funzione documentaria, immagini che registrano e testimoniano, ma senza accesso a questo ipotetico archivio non sappiamo nulla della sua struttura: potrebbe trattarsi solo di documentazione oppure includere ritratti, sequenze narrative, forme di reportage o persino modalità di rappresentazione che non hanno alcun equivalente nei nostri codici visivi. Ancora più destabilizzante è interrogarsi sulla natura di queste immagini, chiedersi se siano a colori o in bianco e nero, quale scala cromatica possano utilizzare, su quale supporto esistano – carta, digitale o materiali completamente sconosciuti – o se esistano addirittura senza supporto, in forme che non siamo in grado di immaginare.

Queste domande emergono proprio perché il racconto resta vago, e perché Lazar utilizza categorie profondamente contemporanee, parlando di “fotografie” e “prove” come se fossero universali, mentre trasportare questi concetti indietro di diecimila anni o fuori dal contesto umano significa attribuire loro un significato che nasce all’interno della nostra cultura visiva e che, proprio per questo, potrebbe non valere più. Vedere oggi fotografie di diecimila anni fa non sarebbe semplicemente sorprendente, ma destabilizzante in modo radicale, capace di mettere in crisi l’intera struttura culturale su cui si fonda la storia delle immagini, trasformando la fotografia da conquista recente a traccia antichissima, forse non nostra.

Qui il discorso si complica ulteriormente, perché anche solo immaginare una fotografia di diecimila anni fa si rivela, in fondo, un esercizio quasi impossibile: le tecnologie più avanzate di cui disponiamo oggi, comprese quelle legate alla fotografia generativa, non sono in grado di “fotografare” qualcosa di così remoto se non a partire da riferimenti già esistenti, da tracce, da modelli visivi che appartengono comunque al nostro archivio culturale, mostrando così i loro limiti e, allo stesso tempo, la loro dipendenza da ciò che è già stato visto. In questo senso, la difficoltà non è solo tecnica ma profondamente culturale, perché manca il presupposto stesso dell’immagine, ovvero un referente condiviso.

Immagine del Colosseo realizzata con AI come se fosse realizzata da una astronave aliena nel 100 dopo Cristo

A rendere ancora più sorprendente il racconto è il modo in cui Lazar introduce queste presunte prove fotografiche: non come qualcosa di eccezionale o destabilizzante, ma come un elemento quasi accessorio, dato per acquisito, parte di un contesto tecnologico che, nel suo racconto, appare normale. Ed è proprio questa apparente normalità a risultare, forse, l’aspetto più difficile da accettare.

Oggi, infatti, siamo abituati a confrontarci con immagini la cui veridicità è sempre più difficile da stabilire: i sistemi di intelligenza artificiale generativa sono in grado di produrre fotografie convincenti di eventi mai accaduti, rendendo sempre più sottile il confine tra documento e costruzione. In questo scenario, la domanda non è soltanto se immagini del genere possano esistere, ma anche in che modo possano essere considerate prove: cosa garantirebbe che quelle fotografie mostrino qualcosa che è realmente accaduto, e non piuttosto una forma di rappresentazione, o addirittura di simulazione?

Nel racconto di Lazar, tuttavia, questo problema sembra non porsi: la tecnologia alla base di quelle immagini appare implicitamente compresa, padroneggiata, quasi banale, come se il dispositivo fotografico – qualunque esso sia – appartenesse a un ordine di conoscenze già consolidato. Forse è proprio questa distanza, tra la nostra incertezza e la sua apparente familiarità, a rendere ancora più perturbante l’intera narrazione.

Basti pensare a quanto sia stato complesso, e allo stesso tempo significativo, riuscire a produrre nuove immagini di ciò che credevamo di conoscere: le fotografie realizzate durante la missione Artemis II, che hanno mostrato prospettive inedite della Luna e hanno catalizzato l’attenzione globale, dimostrano quanto anche nel presente l’atto fotografico continui a ridefinire i confini del visibile. In un contesto in cui persino il nostro satellite naturale viene talvolta riletto, nelle narrazioni più speculative, come un oggetto la cui origine non è del tutto chiarita, l’idea di immagini prodotte migliaia di anni fa da un’intelligenza non umana assume una portata ancora più destabilizzante.

Il dubbio nasce proprio qui, non tanto sulla possibilità che esistano immagini prodotte da altre civiltà, quanto sul modo in cui vengono descritte, perché l’uso di categorie così familiari sembra avvicinare qualcosa che, se fosse reale, dovrebbe risultare irriducibilmente estraneo. Forse è in questa apparente familiarità che si apre la crepa più interessante del racconto, non quella che lo smentisce, ma quella che invita a leggerlo per ciò che è: una narrazione che utilizza strumenti del presente per raccontare qualcosa che, se esistesse davvero, non potrebbe essere raccontato così facilmente.

Alla fine, resta la voce di Bob Lazar, e intorno tutto il resto: le ipotesi, le analisi, il rumore di fondo di una curiosità che non si esaurisce, non una verità, ma qualcosa che le somiglia da lontano, o forse semplicemente il bisogno, profondamente umano, di immaginare che qualcuno, da qualche parte, abbia già guardato il nostro mondo prima di noi.

Federico Emmi

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