La misura dello sguardo. Fotografia e racconto di un territorio oltre ogni rappresentazione

Avevo preparato un testo da leggere in occasione della presentazione ufficiale dei cinque volumi e del catalogo della mostra realizzati per i centoventi anni della Banca di Anghiari e Stia Credito Cooperativo, ad Anghiari, sabato 2 maggio 2026. Avevo provato a mettere in ordine pensieri, impressioni e riflessioni nate attorno a questo progetto, immaginando di condividerle con la giusta calma nel momento dell’inaugurazione. Poi il tempo, come spesso accade, si è ristretto e a questo si è aggiunta l’emozione di trovarsi davanti a persone attente, partecipi, realmente interessate. Così ho preferito improvvisare, richiamando soltanto alcuni dei concetti che avrei voluto approfondire. Forse, però, proprio questa condizione ha reso ancora più evidente il senso del lavoro: la necessità di fermarsi a osservare con attenzione ciò che normalmente attraversiamo troppo in fretta.

Presentazione 120 BCCA © Mauro Salvemini
Presentazione 120 BCCA © Mauro Salvemini

Il progetto, nato per l’appunto in occasione dei centoventi anni della Banca di Anghiari e Stia Credito Cooperativo, ha scelto fin dall’inizio di non limitarsi a una narrazione autoreferenziale. Uno degli aspetti più significativi, infatti, sta nella coraggiosa decisione di non raccontare l’istituzione in modo diretto, ma di attraversare il territorio lungo le realtà produttive che lo compongono. Una scelta tutt’altro che scontata, che trasforma una ricorrenza in un’occasione di osservazione più ampia.

Ciò che prende forma, pertanto, non è soltanto un’operazione editoriale ben costruita, ma una scelta culturale precisa. Decidere di raccontarsi attraverso un progetto che intreccia fotografia e scrittura significa sottrarsi a una comunicazione sempre più compressa sull’immediato, sull’usa e getta visivo, su immagini che esauriscono il proprio significato nello spazio di pochi istanti. Qui accade il contrario: si costruisce qualcosa che chiede tempo e che, proprio per questo, ha la possibilità di restare.

Giovanni Santi © Mauro Salvemini
Giovanni Santi © Mauro Salvemini

All’interno di questa idea di durata e di attenzione prende forma il lavoro di Giovanni Santi. La sua fotografia non si impone per dichiarazioni di stile, ma per una coerenza profonda di sguardo. Si colloca in continuità con quella tradizione italiana che, nella seconda metà del Novecento, ha saputo osservare il mondo senza sovrapporsi ad esso, mantenendo una distanza capace di essere insieme rispettosa e partecipe. Non si tratta di una semplice eredità culturale, ma di una postura: un modo di stare dentro le cose senza forzarle, lasciando che emergano nella loro complessità. Questa attitudine diventa ancora più evidente se si considera il contesto in cui lui lavora. Nato ad Anghiari, conosce profondamente questo territorio e le persone che lo abitano, ne ha attraversato nel tempo luoghi, relazioni, trasformazioni. Fotografare ciò che si conosce così intimamente è una delle sfide più sottili per chi utilizza le immagini come strumento di racconto. La familiarità tende a neutralizzare lo sguardo, a rendere indistinto ciò che è quotidiano. E invece, in questo caso, accade qualcosa di opposto: la vicinanza non produce assuefazione, ma attenzione. Ciò che potrebbe apparire ordinario torna a essere degno di osservazione.

Da questa tensione nasce una delle qualità più profonde del progetto. Perché se il punto di partenza sono le aziende, ciò che progressivamente emerge è una trama fatta di relazioni, gesti, responsabilità condivise. Le immagini restituiscono con chiarezza la dimensione umana del lavoro: non come concetto astratto, ma come esperienza concreta, visibile nei corpi, nei movimenti, nei tempi dell’azione. È un racconto che si costruisce senza retorica, senza enfatizzazioni, lasciando che siano le situazioni a parlare.

Il lavoro, quindi, si distanzia in modo netto da una certa estetica contemporanea, mi vengono in mente quelle dei periodici e delle produzioni visive standardizzate, dove le immagini finiscono spesso per somigliarsi tutte, costruite secondo codici riconoscibili e replicabili. Qui non c’è adesione a un modello precostituito, ma una ricerca che nasce dall’interno, sviluppandosi a partire da uno sguardo personale. È questa distanza dall’omologazione a restituire alle fotografie una loro necessità, una loro identità.

Anche la scrittura che accompagna il progetto si muove con libertà. Il lavoro condiviso con Andrea Merendelli non si inserisce dentro una funzione accessoria o descrittiva, ma contribuisce a costruire il racconto nella sua interezza. Il fatto che entrambi gli autori abbiano potuto operare senza vincoli rigidi si traduce in un esito raro: un’opera che non si limita a rappresentare, ma interpreta, prova a restituire complessità senza ridurla.

Il dialogo tra linguaggi finisce allora per smentire una delle formule più abusate intorno alla fotografia: l’idea che un’immagine valga più di mille parole. In realtà accade spesso il contrario. Le immagini hanno bisogno delle parole non per essere spiegate, ma per ampliare il proprio spazio di risonanza, per aprire ulteriori livelli di lettura, per lasciare emergere connessioni che lo sguardo da solo non sempre riesce a trattenere. È una convinzione che porto avanti da anni anche attraverso Discorsi Fotografici, e che qui trova una conferma evidente. Lo dimostrano anche le didascalie che accompagnano le fotografie selezionate per la mostra, scritte a tempo di record sempre da Andrea Merendelli. Piccoli testi capaci di muoversi con discrezione accanto alle immagini, senza sovrastarle né limitarsi a descriverle. Sono frammenti di scrittura essenziali, ma densissimi, piccole perle che riescono a condensare atmosfere, intuizioni, dettagli umani. La loro forza non è distante da quella delle fotografie: condividono la stessa capacità di suggerire senza chiudere il significato, lasciando spazio a chi guarda e a chi legge.

Si comprende allora uno degli elementi più importanti del progetto: non è una narrazione celebrativa. Non costruisce un’immagine della banca, ma quella del territorio attraverso le aziende che lo abitano, mostrando il lavoro come elemento vivo, come luogo di relazione tra persone e contesti. Ne emerge una geografia fatta non solo di produzione, ma di esperienze, di continuità, di trasformazioni.

Naturalmente il progetto non pretende di restituire una mappatura completa del territorio produttivo né di rappresentarne ogni settore. La selezione delle aziende coinvolte costruisce piuttosto un attraversamento possibile, uno sguardo necessariamente circoscritto ma capace, proprio attraverso questa scelta, di suggerire la complessità e la varietà di un tessuto economico molto più ampio. È un racconto che non cerca l’esaustività, ma una forma di prossimità, lasciando emergere connessioni, differenze e affinità tra realtà anche molto distanti tra loro.

La mostra introduce poi un ulteriore livello di lettura. Ogni esposizione nasce da una selezione e ogni selezione implica, inevitabilmente, una sintesi. In questo caso il lavoro curatoriale si è confrontato con una grande quantità di immagini di forte intensità, cercando di costruire un percorso capace di mettere in relazione realtà produttive molto diverse tra loro, mantenendo una coerenza visiva e narrativa, nonostante l’esigenza del committente prevedesse una sola fotografia per azienda.

Ridurre mondi produttivi, persone, ambienti e storie a un’unica immagine significava concentrare in uno scatto un’intera atmosfera, un’identità, una presenza. Proprio questo limite ha orientato l’idea curatoriale della mostra: cercare un elemento comune capace di attraversare esperienze profondamente differenti, andando oltre i singoli settori produttivi.

Quel punto di contatto è apparso nel gesto. Che si lavori la terra o il ferro, che si prepari il cibo o si realizzi un paio di scarpe, il gesto umano conserva una sorprendente continuità. Cambiano gli strumenti, i materiali, i contesti produttivi, ma resta identica la concentrazione del corpo, il rapporto tra esperienza e movimento, tra sapere e azione. In fondo, anche le strade che conducono a ciascuna di queste realtà imprenditoriali sembrano condividere qualcosa: non soltanto una geografia comune, ma una stessa idea di lavoro come pratica quotidiana, come costruzione paziente del fare.

C’è poi un altro elemento che merita attenzione. Il lavoro, nella sua concezione originaria, era pensato per le filiali della Banca di Anghiari e Stia, come presenza diffusa, quasi discreta, inserita nei luoghi della quotidianità. In questo senso si potrebbe parlare di un’opera interna, destinata a un contesto specifico, con una dimensione quasi esoterica: accessibile soprattutto a chi entra in quel circuito.

L’esposizione pubblica ne rappresenta quindi un’apertura, ma allo stesso tempo mette in evidenza una tensione: quella tra un lavoro nato per una fruizione circoscritta e la necessità di una diffusione più ampia. Perché ciò che emerge — tanto nella parte fotografica quanto in quella scritta — possiede caratteristiche di unicità che meriterebbero uno spazio più esteso, una possibilità di incontro con un pubblico più largo.

In questo passaggio si inserisce anche il ruolo della pubblicazione, che non si limita ad accompagnare la mostra, ma ne amplia radicalmente il respiro. Se l’esposizione costruisce un’esperienza nel tempo presente, il libro offre una durata diversa, più lenta, più riflessiva, capace di essere riattraversata. È lì che, a mio avviso, il progetto trova una sua forma più completa, meno vincolata, più aperta.

Alla fine, ciò che resta non è soltanto la qualità delle immagini o la solidità della scrittura, ma la coerenza complessiva del progetto. Un lavoro che intreccia linguaggi diversi senza gerarchie, che costruisce un racconto senza cedere alla semplificazione, che restituisce al territorio una rappresentazione non superficiale. E soprattutto, un progetto che riporta al centro ciò che troppo spesso sfugge: il valore delle persone dentro i processi, la complessità dei gesti quotidiani, la profondità di ciò che accade ogni giorno sotto i nostri occhi.

In altre parole, ancora una volta, la dimensione umana del lavoro.

Federico Emmi


Le fotografie, dove non specificato diversamente, sono di Giovanni Santi