Cortona On The Move 2026 e il dialogo irrisolto tra due fotografie

Come consuetudine, anche quest’anno abbiamo partecipato all’apertura di Cortona On The Move. L’edizione 2026 non ci è sembrata particolarmente entusiasmante, ma è comunque interessante, soprattutto per le domande che pone, forse anche involontariamente, sul modo in cui la fotografia contemporanea guarda il paesaggio, costruisce i propri progetti e si confronta con la propria storia.

In questi anni — molti, a pensarci bene, e ormai anche con un po’ di nostalgia — abbiamo assistito a diversi cambiamenti. Ricordiamo gli inizi, accompagnati da una dose di entusiasmo che non lasciava spazio alle incertezze; poi il grande salto, favorito dall’arrivo di un partner istituzionale in grado di offrire la copertura finanziaria necessaria alla crescita del festival; successivamente, dopo circa un decennio, la chiusura di un ciclo, con l’uscita delle due direzioni che ne avevano segnato la storia.

Cortona On The Move si è quindi rinnovato, e lo ha fatto in maniera radicale, interrompendo la continuità con la propria esperienza precedente: lo si è compreso dai programmi, ma anche dai dettagli, dagli allestimenti e dal diverso modo di intendere la fotografia. I quattro anni della direzione artistica di Paolo Woods sono stati molto interessanti e hanno prodotto un cambio di passo evidente, soprattutto nella proposta, meno orientata verso una fotografia apertamente impegnata e più disponibile ad accogliere lavori apparentemente minori, ma non per questo meno validi.

Eppure, qualcosa sembra essersi rotto nel rapporto con questo festival. Non so dire se non sia più attrattivo come un tempo o, più semplicemente, se stiamo invecchiando al punto da non riuscire più a percepirne l’energia. Di sicuro, nella domenica inaugurale abbiamo incontrato davvero poche persone, la maggior parte delle quali accreditate. Una situazione sostanzialmente in linea con il sabato di apertura dello scorso anno e, a pensarci bene, anche con quello dell’edizione precedente.

Il 2026 segna l’inizio della direzione artistica di Renata Ferri, arrivata dopo il congedo piuttosto inaspettato di Woods. La sedicesima edizione, intitolata Beautiful Country, è dedicata all’Italia, comprende trentatré mostre e rimarrà aperta dal 16 luglio al 1º novembre. Il progetto curatoriale si presenta come un atlante inevitabilmente incompleto del Paese, costruito attraverso oltre trent’anni di storia fotografica, sguardi italiani e internazionali e dichiarati dialoghi tra generazioni.

Credo sia proprio questa volontà di mettere in relazione epoche e sguardi differenti a lasciare il segno più evidente dell’edizione. Cortona On The Move 2026 possiede due anime e porta inevitabilmente a confronto generazioni molto distanti tra loro, mostrando soprattutto due modi diversi di intendere la fotografia.

Le fotografie di Gabriele Basilico, Joel Sternfeld, Federico Patellani e quelle provenienti dall’Archivio storico Eni restituiscono la misura di ciò che la fotografia è stata: un gesto ragionato, pensato, lento, una forma di documentazione capace di permettere all’arte di manifestarsi senza rinunciare alla realtà. Non è soltanto una questione di qualità tecnica o di appartenenza a un’altra epoca, ma del tempo che quelle immagini sembrano contenere già nel momento in cui vengono realizzate.

Al confronto, alcuni progetti contemporanei più strettamente fotografici danno la sensazione di essere stati fatti di fretta, anche quando dichiarano di essere il risultato di ricerche durate anni. Naturalmente è un’osservazione personale, ma in diversi casi non abbiamo percepito una vera sedimentazione dello sguardo, quanto, viceversa, un accumulo di scatti: molte immagini, molti indizi, molte direzioni possibili, ma nessun esito davvero concreto, come se la durata della ricerca non coincidesse necessariamente con una maggiore profondità.

Tra le mostre più belle dell’edizione, almeno sul piano paesaggistico, c’è sicuramente Campagna romana di Joel Sternfeld. Nelle sue fotografie Roma respira: il paesaggio conserva profondità, distanza e luce, mentre rovine, vegetazione, automobili, periferie e presenze umane convivono nella stessa inquadratura senza che un elemento cancelli l’altro. Ogni cosa sembra trovarsi al proprio posto, anche quando quel posto mostra una contraddizione.

In Peninsula, invece, Roma, come le altre città italiane, appare soprattutto attraverso particolari, superfici, margini e porzioni dello spazio urbano. Non è necessariamente un limite dei singoli lavori, ma è un modo molto diverso di intendere il paesaggio. Là dove Sternfeld prova ancora a contenere il mondo dentro l’inquadratura, molti sguardi contemporanei sembrano partire dalla convinzione che della città si possano mostrare soltanto frammenti.

Il confronto sarebbe stato molto interessante proprio per questo, ma rimane implicito. Il festival, infatti, non chiarisce se questa frammentazione appartenga alle città di oggi, allo sguardo dei fotografi o a una fotografia contemporanea che sembra avere rinunciato alla possibilità di costruire una visione complessiva. Nello statement curatoriale, Peninsula viene presentato esplicitamente come un progetto commissionato a dieci autori contemporanei consapevoli della lezione di Viaggio in Italia del 1984; tuttavia, nell’esperienza della visita, il dialogo con i maestri rimane più dichiarato che sviluppato.

1959. Agip service station, Cerignola. Photograph by Federico Patellani
1959. Agip service station, Cerignola. Photograph by Federico Patellani

Parlando di viaggio, molto riuscita anche Oasi di sosta. L’Italia nelle immagini dell’Archivio Eni, che attraverso le stazioni di servizio racconta in realtà il modo in cui il Paese ha cominciato a muoversi, consumare, viaggiare e immaginare la modernità. Le stazioni diventano un osservatorio sull’Italia e sulla sua trasformazione: non soltanto strutture funzionali, ma luoghi nei quali prendono forma nuove abitudini e un diverso rapporto con il territorio. Colpisce che immagini nate spesso per una funzione documentaria o aziendale possiedano oggi più vita e forza narrativa di alcuni progetti concepiti fin dall’inizio per essere esposti.

Sarebbe stato interessante confrontare questa Italia con quella raccontata recentemente da L’alba dell’Autostrada del Sole, mostra realizzata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea dal Ministero della Cultura e dall’Archivio storico Luce Cinecittà. Anche in quel caso la mobilità diventava il punto dal quale osservare la trasformazione sociale e paesaggistica del Paese, mettendo in dialogo le immagini storiche con le fotografie contemporanee di Luca Campigotto, Silvia Camporesi — entrambi, peraltro, presenti con un loro progetto al festival — e Barbara Cannizzaro.

Il cuore del progetto non erano soltanto le stazioni Eni, ma l’intera Autostrada del Sole: i ponti, le aree di servizio, i viadotti, i paesaggi e i luoghi attraversati da quell’infrastruttura che, collegando il Nord e il Sud, modificò materialmente il modo di percepire l’Italia.

Anche qui ci sarebbe stata molta Italia da mettere a confronto, non tanto per riproporre la medesima mostra, quanto per comprendere che cosa rimanga oggi di quella promessa di mobilità e modernizzazione. Nell’Archivio Eni osserviamo un Paese che comincia a viaggiare; nelle fotografie contemporanee dell’Autostrada del Sole avremmo potuto vedere che cosa sia diventato quel viaggio.

Crediti: Fotografia di Federico Patellani © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo Nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo
Crediti: Fotografia di Federico Patellani © Archivio Federico Patellani, courtesy Regione Lombardia / Museo Nazionale di Fotografia, Milano-Cinisello Balsamo

Mi soffermo sul nome di Federico Patellani, che attraversa diverse anime del festival. È presente nell’Archivio Eni, ritorna nella mostra dedicata a Stromboli, terra di Dio e riappare anche in Paparazzi. Il reportage realizzato durante la lavorazione del film di Roberto Rossellini non documenta soltanto il set. Come racconta Francesco Piccolo in Paparazzi, una volta pubblicate, quelle fotografie resero visibile l’intimità tra Rossellini e Ingrid Bergman, provocarono la reazione furiosa di Anna Magnani e furono seguite dall’invasione dei fotografi sull’isola.

Proprio per questo sorprende che il festival non renda più esplicita la continuità tra i diversi nuclei. A Stromboli il lavoro di Patellani viene affiancato a quello contemporaneo, e molto bello, di Chiara Indelicato, ma la condivisione dello stesso luogo non basta da sola a costruire un confronto. Patellani attraversa il cinema, la fotografia industriale e la nascita del gossip fotografico, eppure queste presenze rimangono separate, come se appartenessero ogni volta a un autore differente.

AVIO, Colleferro (Roma): Una squadra specializzata di avvolgitori con tute protettive e respiratori per le fasi più delicate della fabbricazione degli ugelli. Sulle loro teste, la struttura interna di un interstadio del razzo Vega-C grazie al quale, il prossimo 19 maggio, andrà in orbita SMILE: Solar wind Magnetosphere Ionosphere Link Explorer)

Tra i lavori contemporanei più convincenti c’è Stella inquieta di Mattia Balsamini e Raffaele Panizza, interessante proprio perché toglie alla fotografia una parte della sua centralità e la condivide con la parola, i documenti e gli oggetti. In alcuni casi non si è ritenuto necessario fotografare tutto: i supporti di registrazione, ad esempio, sono materialmente presenti in mostra, non attraverso una loro immagine.

In un libro sarebbe inevitabilmente necessario fotografarli, perché l’oggetto deve essere trasformato in una pagina; nello spazio espositivo, invece, la riproduzione sarebbe stata soltanto un passaggio ulteriore e forse inutile. Una scelta semplice, ma importante, perché riconosce che una fotografia non diventa necessaria per il solo fatto di poter essere realizzata.

Steffi_Reimers_Fori da proiettile

Molto bello anche Guilty Grounds di Steffi Reimers, un lavoro dedicato ai luoghi calabresi legati alla presenza e ai crimini della ’ndrangheta. Le fotografie entrano silenziosamente e delicatamente in spazi segnati dall’orrore umano, senza cercare la spettacolarizzazione della violenza.

A Cortona il progetto acquista una forza che probabilmente non avrebbe in un museo o in uno spazio più neutro: il luogo dell’allestimento, con il senso di chiusura, l’umidità e perfino l’odore di muffa, permette quasi di entrare fisicamente nelle fotografie. Altrove rimarrebbero la qualità estetica e concettuale; qui l’esperienza diventa anche corporea, claustrofobica, senza che l’allestimento trasformi il dolore in spettacolo.

Abbiamo apprezzato anche le proposte di Aaron Schuman e Andrea Modica. Il lavoro di quest’ultima, intimo e realizzato con il banco ottico, possiede un bianco e nero magnifico, preciso senza diventare un esercizio formale. Sono immagini che invitano a rallentare, non soltanto perché realizzate attraverso uno strumento lento, ma perché sembrano avere atteso prima di essere scattate.

Nel complesso, la grande differenza rispetto agli ultimi anni riguarda anche gli allestimenti: le fotografie sono quasi tutte stampate su carta fotografica e incorniciate, una scelta tradizionale che restituisce alle immagini una presenza più precisa. Non tutto, tuttavia, appare altrettanto accurato.

Prendo l’esempio di una fotografia di Giovanna Silva, tratta da Souvenirs e inserita nel progetto Peninsula, nella quale si riconoscono chiaramente l’Acquedotto Claudio, la chiesa di San Policarpo e, in primo piano, una porzione di campo da calcio in terra. È Roma, ma la didascalia indica Milano.

È un errore piccolo, ma curioso, perché proprio lungo l’Acquedotto Claudio comincia La dolce vita, così quella porzione di Roma fotografata da Giovanna Silva finisce per collegarsi involontariamente alla mostra Paparazzi, allestita ai Giardini del Parterre.

01_Paparazzi_Anita Ekberg e Federico Fellini sul set della Dolce vita. Roma, 12 aprile 1959.
Foto Archivi Farabola.

Sono richiami che attraversano l’intera edizione, ma che il percorso lascia spesso affiorare senza raccoglierli. Beautiful Country mostra insieme il proprio interesse e il proprio limite: offre materiali, autori e immagini capaci di aprire molte direzioni, ma non sempre sceglie quale seguire fino in fondo. È possibile che questa discontinuità dipenda anche dal passaggio di direzione artistica. Renata Ferri è stata annunciata nel novembre 2025, otto mesi prima dell’apertura, ma non sappiamo quanto del programma fosse già stato impostato, quali progetti fossero stati avviati o concordati e quanto spazio reale abbia avuto per ricondurre ogni elemento dentro una visione unitaria. Alcune mostre sembrano appartenere pienamente al tema di Beautiful Country; altre vi entrano attraverso legami più deboli, oppure rimangono come parti interessanti di un discorso che non ha ancora trovato una forma definitiva.

Ne deriva un festival diseguale, nel quale alcune immagini continuano a lavorare nella memoria anche dopo essere usciti, mentre altre si dissolvono rapidamente, nonostante la quantità delle fotografie e la durata delle ricerche dalle quali provengono. Non è un’edizione priva di lavori importanti, né una di quelle visite dalle quali si torna senza avere incontrato nulla; è piuttosto un’edizione di transizione, nella quale il nuovo corso appare già riconoscibile nelle intenzioni, ma non ancora completamente risolto nella struttura.

Rimane dunque la sensazione di un Paese osservato da molti punti di vista, ma non ancora ricomposto: un’Italia che nelle fotografie del passato possiede profondità, spazio e una forma condivisa, mentre in molti sguardi contemporanei si presenta per frammenti, dettagli e tracce separate.

Forse non potrebbe essere diversamente; forse è questa, oggi, l’unica immagine complessiva possibile, ma sarebbe stato interessante che il festival trasformasse questa distanza nella propria domanda centrale, anziché lasciarla emergere quasi per caso.

Federico Emmi


Le mostre da non perdere

  • Campagna romana
  • Perfetta bellezza
  • Failed Postcards from Napoli (Napoli, cartoline mancate)
  • Songs of a Lost World (Canzoni di un mondo perduto) — da vedere anche per l’originalità dell’allestimento
  • Milano ai bordi
  • Italian Story (Una storia italiana)
  • Stella inquieta
  • Paparazzi
  • Sonata
  • Guilty Grounds
  • Diorami
  • Stromboli
  • Oasi di sosta. L’Italia nelle immagini dell’Archivio Eni
  • Quando scende la notte
  • Realpolitik

Cover Image: Joel_Sternfeld_Il Grande Ninfeo della Villa dei Gordiani, Roma, agosto 1990 © Joel Sternfeld