Covid-19. Una fotografia fatta di umanità

Tra le tante attività messe in crisi dal Sars-Covid-2 c’è anche il giornalismo su carta, tradizionalmente inteso. All’indomani delle restrizioni necessarie a impedire la diffusione del virus, gran parte delle rubriche che formano un quotidiano, così come gli inserti, sono andate in crisi perché fagocitate dalla sola emergenza sanitaria. La politica, la cronaca nera, le belle notizie, quelle brutte, l’economia, la finanza, le recensioni, quelle dei libri, dei film, la televisione, le autovetture, le tecnologie di ogni genere, chi ne ha più ne metta. A partire da febbraio, per circa tre mesi, abbiamo assistito a una forma di giornalismo tutta basata sulla lettura dei comunicati stampa, degli aggiornamenti numeri, di bollettini dolorosi.

Curiosamente la fotografia ha trovato il suo spazio diventando in qualche modo protagonista. Lo è, ad esempio, nell’articolo di Davide Ferrario nel numero settimanale #440 de La Lettura del Corriere della Sera, dove la pandemia e la relativa quarantena sono motivo per riflettere sulla fotografia al tempo del Covid-19.  L’osservazione «Il vuoto è un soggetto fintamente facile. La vertigine del vuoto deve essere suggerita e narrata, altrimenti le piazze deserte sono solo un’immagine senza gente», mostra proprio il limite di una cronaca tutta basata sulle emozioni, dove ci si meraviglia del silenzio e del vuoto, all’indomani di un provvedimento governativo che ha imposto a tutti i cittadini di rimanere chiusi in casa.
La fotografia sarebbe potuta diventare, allora, lo strumento mediante il quale vengono mostrati i limiti di un giornalismo poco educato alla riflessione e all’approfondimento, lontano dallo stimolare la curiosità.

Il silenzio, l’assenza di persone, sono infatti alla base della “Città ideale”, tutta rivolta a mostrare la perfezione dell’architettura, con tutte quelle linee che si incontrano, prospettivamente, in un punto, per poter affermare, nella sua perfetta geometria, la perfezione di chi la abita, chi la vive. Dovremmo chiederci se le città di oggi sono ancora costruite a misura d’uomo.

Attribuito a Piero della Francesca – Città Ideale

Distratti dalle fotografie realizzate con le webcam – scoprendo tra l’altro che quella che viene definita società della sorveglianza, possiede anche un notevole senso estetico –, abbiamo perso il piacere di sperimentare il significato di essere parte integrante di un’opera d’arte. Se la fine del ‘400 sembra un tempo molto lontano, troppo, le “Piazze d’Italia” di Giorgio De Chirico, avrebbero potuto però permettere di suscitare la sensazione di essere finalmente nell’opera, dove il distanziamento sociale avrebbe avuto i vividi colori, capaci di allontanare ogni espressione personale, i flash mob, per lasciare spazio alla sospensione del tempo.

«Nessuna delle immagini-simbolo di questi mesi è stata scattata da un fotografo inteso come autore o professionista.» scrive sempre Davide Ferrario, ma questo non corrisponde al vero, come dimostra il toccante articolo del The New York Times, la cui lettura è fortemente consigliata, di Jason Horowitz (https://www.nytimes.com/it/interactive/2020/03/29/world/europe/coronavirus-italy-bergamo.html
), accompagnato dalle fotografie intense del fotografo reporter professionista torinese Fabio Bucciarelli e impaginato in modo da mostrare dinamicamente la tragedia, sfruttando lo scroll della pagina, impossibile con un’edizione cartacea.

Il diario della pandemia affidato alle immagini è il numero 11 Internazionale Extra intitolato Foto. Un numero speciale fatto di fotografie, ognuna della quali, come scrive Daniele Cassandro nell’editoriale «è parte di una storia che ci sta toccando tutti e che avrà conseguenze sul nostro futuro». È una pubblicazione da acquistare e da conservare, una specie di instant book fotografico. Le immagini che lo compongono sono intense, professionali, evocative, descrittive, per nulla banali. Il formato e l’odore della carta, per i nostalgici della lettura analogica, permettono di apprezzare i diversi reportage, suddivisi per argomenti. Diversamente dalla cronaca, in questo numero le fotografie non mostrano spazi vuoti, ma persone. Sfogliando il numero, contrariamente a quello che si possa pensare, la presenza umana è costante, sebbene ridotta. Quello che invece manca è il supporto delle parole, perché si rischia, soprattutto finita l’emergenza e passato il pericolo, di non comprendere alcuni reportage, finendo per diventare testimonianza non di un momento, ma di un evento e quindi di repertorio, adattabili laddove gli effetti dovessero ripresentarsi allo stesso modo. Viene da pensare ancora una volta alle fotografie di Fabio Bucciarelli, presenti nel numero, che potrebbero accompagnare la cronaca dell’articolo firmato da Simona Ravizza  per il Corriere della Sera Milano «difficoltà ad accogliere nuovi pazienti, rinvio degli interventi chirurgici programmati e prenotazioni sospese per i posti letto delle rianimazioni destinati ad accogliere i malati dopo le operazioni, turni straordinari (gratis) per medici e infermieri richiamati dalle ferie.», dal titolo profetico “Milano, terapie intensive al collasso per l’influenza”, era il 10 gennaio 2018 (https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/18_gennaio_10/milano-terapie-intensive-collasso-l-influenza-gia-48-malati-gravi-molte-operazioni-rinviate-c9dc43a6-f5d1-11e7-9b06-fe054c3be5b2.shtml).
Da segnalare il reportage che descrive l’epidemia nelle diverse sfumature, dalla progressiva assenza di persone nelle strade fino ai carrelli pieni di generi necessari, è quello di Ashley Gilberton sulla città di New York. Al contrario il lavoro di Alex Majoli è quello che mostra molti limiti, dovuto anche al fatto che il set di fotografie fa parte di un progetto più esteso sul Covid-19 voluto dal Cortona On The Move e quindi, in questo caso, decontestualizzato. Le 80 fotografie provenienti da migliaia di scatti sono visibili a questo indirizzo: https://covid19visualproject.org/, realizzate in diversi punti di Italia e non solo in Sicilia, come riportato nella presentazione. Prevale, comunque, un uso del bianco e nero, dove la sottoesposizione è eccessiva, predominante rispetto al soggetto, a rimarcare il periodo buio che stiamo vivendo, con il rischio che come il virus, anche la fotografia non si vede.

Altro tipo di pubblicazione è quella del magazine “IL”, mensile de Il Sole 24 Ore, mese di maggio. In questo caso la scelta editoriale è quella di raccontare il mondo che verrà, attraverso 16 scrittori e 50 fotografi che forniscono la loro visione del futuro post Covid-19. La selezione degli articoli è fatta bene e ricca di spunti, mentre dei fotografi è presente una piccola selezione, il corpus intero è fruibile nella mostra digitale “Il mondo che verrà” in collaborazione con il Mudec Photo, il catalogo sarà scaricabile dal sito di riferimento del magazine IL. Analogamente, ai giornalisti, alle scrittrici, ai fotografi è affidato il racconto della fine dell’isolamento e della ripartenza, con tutto quello che comporta in termini emotivi e di aspettative, contenuto nel numero 1358 de Internazionale.

Il Covid-19 ha messo in evidenza i veri limiti del reportage fotografico, spesso affidato a ottimi fotografi, ma slegati dal passato. C’è sempre questa opprimente idea che il nostro tempo sia unico, senza un prima, senza un dopo. Le emozioni guidano lo scatto, niente è affidato alla ragione. Uno dei temi che compongono questa diversificata narrazione è quello delle città vuote, l’assenza delle persone che lascia sgomenti. Eppure, è una prassi che nasce con la fotografia stessa che è facilmente osservabile attraverso quei prodotti di largo consumo che erano le cartoline, le migliori, le più costose, erano per l’appunto quelle senza persone. Se vogliamo poi rimanere ai nostri giorni, si trovano facilmente nei servizi di stock. L’unica differenza con la pandemia è semmai la facilità di scatto. Diversamente, il mezzo più adatto a mostrare la sospensione del tempo è il video con la registrazione dell’audio. Quel silenzio, come facilmente si dice, assordante, restituisce concretamente il repentino cambio di quotidianità. Dove sono finiti tutti?

Altro grande limite è nell’impostazione del progetto, voluto da persone che vivono la loro vita principalmente in un contesto densamente urbanizzato, le grandi città. La realtà non è così tutta assimilabile, già in tempi normali, figuriamoci in fase di restrizione dei movimenti. Nei piccoli centri urbani la vita ha continuato a scorrere, con i limiti imposti, quasi nella normalità. Manca la documentazione fotografica delle piccole attività alimentari, quelle che hanno salvato migliaia di persone e che in questo periodo hanno riscoperto il benessere economico, osteggiato negli anni passati da politiche che hanno privilegiato i grandi centri commerciali. Sono persone che hanno lavorato instancabilmente, ogni giorno, senza avere il tempo di mettersi in posa, per soddisfare una committenza abituata alla fotografia promozionale. Le file ai supermercati sono un’esclusiva delle città, nei piccoli comuni questo non è accaduto con le stesse modalità. L’approvvigionamento dei beni necessari è avvenuto con meno fatica psicologica in termini di attesa. Le persone dei piccoli comuni, borghi, paesi di mare, campagna e montagna, hanno continuato a godere della loro tranquillità e bellezza, costretti solo a mostrare una certificazione per muoversi, ma certamente non hanno percepito la reclusione allo stesso modo di chi vive in città.

Orientare tutto il lavoro fotografico sul pessimismo è una scelta editoriale, perché si vende con il dolore, sebbene tutti i bambini ci abbiano gridato: “andrà tutto bene”.
La pandemia e il Lockdown hanno permesso a molti di sperimentare il telelavoro, di razionalizzare le spese, di riscoprire il piacere di cucinare. Si è scoperta l’importanza di avere connessioni veloci, la necessità delle consegne a domicilio, di accedere agli acquisti da casa con facilità, dei pagamenti elettronici, di scoprire divertimenti diversi, dell’importanza di un sistema di mezzi pubblici efficiente, di avere piste ciclabili, di aumentare le aree verdi, di una sanità efficiente.

Molti hanno avuto modo di trascorre molto tempo con i loro figli, di conoscerli nel loro contesto scolastico, cosa impossibile normalmente, di capire le loro fatiche, il loro carattere, le loro esigenze, le loro passioni. Uomini che hanno incominciato a fare la tinta alle donne, donne che hanno cominciato, dove possibile, a tagliare i capelli. C’è stato poi un sostanziale miglioramento della qualità dell’aria, un abbassamento totale dell’inquinamento acustico, di quello marittimo e dei fiumi. La vegetazione ha ricominciato a profumare. Gli animali a muoversi in libertà. Abbiamo scoperto che l’attività fisica all’aria aperta è una componente importante della vita, così il camminare per lunghi tratti, così come avere un animale domestico. Socializzare è diventata una pratica necessaria, diversamente dal far finta di niente con i propri vicini in tempi normali, circondati da telecamere di sorveglianza. Se conosciamo questa storia, lo dobbiamo alle migliaia di immagini anonime, cioè di fotografi non professionisti, che ogni giorno, durante la restrizione, hanno raccontato la loro quotidianità attraverso i social. Una fotografia domestica, semplice, poco estetica, improvvisata, ridondante, ma comunque apprezzabile, perché fatta di umanità.

 

Federico Emmi

 

Immagine Copertina, è tratta dal sito della Galleria di Arte Moderna e Contemporanea.
Immagine Città Ideale è tratta da Google Images (Wikipedia)