Déplacé·e·s: persone che cambiano il mondo. La prima mostra personale in Italia dell’artista francese JR

JR (Parigi, 22 febbraio 1983), partito più di vent’anni fa dalle banlieue parigine, approda a Torino dal 9 febbraio al 16 luglio con una mostra su Déplacé·e·s, progetto artistico itinerante realizzato nel corso del 2022 che intende aumentare la consapevolezza nei confronti dei rifugiati e dei campi in cui si trovano a vivere, invitandoci a non chiudere gli occhi davanti alle conseguenze di guerre, cambiamenti climatici e instabilità sociale.

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Ph. © Andrea Guermani

L’artista 

Conosciuto in tutto il mondo per le sue monumentali installazioni site specific, JR unisce sapientemente fotografia, arte pubblica e impegno sociale, realizzando lavori che esulano dal paternalismo di un certo artivismo di denuncia ma, al contrario, coinvolgono attivamente, fisicamente ed emotivamente, le comunità entro cui si muove. 

Attraverso la tecnica del collage accosta le fotografie dei volti di coloro a cui spesso la parola è stata negata, e la cui identità è il più delle volte massificata, essenzializzata. A partire dai ritratti degli abitanti del quartiere parigino Seine-Saint-Denis, dove l’artista è nato e cresciuto, fino al progetto globale Inside Out, lanciato nel 2011 e tutt’oggi in essere, il rapporto territorio-abitanti è al centro della poetica (e politica) dell’artista. Politica non perché il suo lavoro sia ideologico, ma perché riporta all’etimologia della parola – politikḗ – ovvero “che attiene alla pόlis”; le azioni di JR, mai agite in solitaria ma in comunità, tracciano connessioni di una più ampia geografia culturale, in cui la storia dei luoghi traspare dagli sguardi delle persone fotografate, quindi da chi quei luoghi li abita, spesso suo malgrado, non nascondendone le implicazioni di carattere socio-economico, fonti di disagio, violenza e povertà, ma neppure vivendoli passivamente. 
Il culmine di questo suo lavoro partecipativo è appunto il già citato Inside Out, un progetto che consente alle persone di tutto il mondo di farsi fotografare a sostegno di un’idea, un progetto o una causa. Sono oltre mezzo milione, suddivisi in 148 paesi, le persone che hanno deciso di condividere la propria esperienza per supportare temi quali la speranza, la diversità, la violenza di genere, mettendo in comune la propria identità così da creare una storia comune a più voci, in cui i singoli non si dissolvono in una massa senza nome. 

Proprio perché le persone rappresentate un nome ce l’hanno, si chiama Kikito il bambino della gigantografia (Giants, Kikito, US-Mexico Border, 2017) che JR installa sopra il muro che separa il Messico, paese natale di Kikito, dagli Stati Uniti. Storia personale che si fa storia collettiva: l’installazione mostrava il bambino che sbircia giocosamente oltre la barriera di confine per vedere cosa c’è dall’altra parte, in questo modo l’opera poteva essere apprezzata meglio dal lato statunitense della recinzione. L’ultimo giorno dell’installazione, l’artista ha organizzato un picnic attorno a un lungo tavolo che si estendeva su entrambi i lati della recinzione. Il tavolo mostrava gli occhi di un Dreamer, un termine che descrive gli immigrati senza documenti arrivati negli Stati Uniti da bambini. Kikito, la sua famiglia e centinaia di ospiti provenienti dagli Stati Uniti e dal Messico si sono riuniti per condividere il pasto. JR non poteva assumere posizione più etica di questa, la stessa etica di cui parla la poetessa Chandra Livia Candiani: «[…] E l’etica, come la meditazione, è un deciso atto politico, è cura verso la comunità umana».

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Ph. © Andrea Guermani

Il progetto

Anche i Déplacées dell’omonimo progetto hanno dei nomi: Valeriia, Thierry, Andiara, Angel, Jamal, Ajara, Moise, Mozhda sono i bambini, i volti che incarnano le migrazioni forzate. 
Nel 2022 il numero delle persone costrette a fuggire dal luogo in cui vivono a causa di persecuzioni, guerre, violenze e violazioni dei diritti umani ha superato la soglia dei 100 milioni, situazione attualmente aggravata dalla carenza alimentare ed energetica, dall’inflazione e dalla crisi climatica. Questi spostamenti necessari, che interessano in primis molti Paesi dell’Africa, del Medio Oriente, del Sud America e le porte dell’Europa, creano una nuova geografia, dei “luoghi al di fuori” la cui rappresentazione mediale è molto spesso fuorviante, superficiale, condannandoli di fatto all’invisibilità. Al contrario, le diverse azioni ideate da JR e portate avanti in collaborazione con gli abitanti di questi posti, invitano a mantenere alta la soglia di attenzione, a non chiudere gli occhi. 

L’artista ci guida in questo risveglio ingrandendo i ritratti fotografici dei bambini sopracitati, la cui effige si dispiega in modo effimero e spontaneo nei cortei e nei picnic organizzati nel cuore del loro ambiente transitorio: sulla Piazza dell’Opera a Lviv (Ucraina), nei campi di Mugombwa (Ruanda), Mbera (Mauritania) e Lesbo (Grecia), nella comunità di accoglienza di Cúcuta (Colombia). Luoghi e persone geograficamente distanti, ma tutti pervasi dalla stessa forza vitale, dallo stesso spirito di rivalsa sulle peggiori conseguenze dell’esilio. Il sorriso, la leggerezza della gioventù che traspare dai volti dei bambini protagonisti ridimensiona una condizione drammatica, senza tuttavia minimizzarla, trasmettendo un senso di grande speranza e instaurando un rapporto di reciprocità tra i volti dei bambini, noi e il futuro. Ancora, arte come etica, come comportamento che implica una relazione vitale.

Obiettivo del progetto, quindi, è quello di operare una sorta di emersione, di riportare a galla ciò che i media (tutti, politicamente orientati e non) tengono volutamente a distanza: gli occhi degli indesiderati, dei rifugiati, degli sfollati, degli esclusi dalla società, il cui silenzio veniva denunciato già dieci anni fa dall’antropologo Michel Agier: «Hannah Arendt definiva questa emarginazione dei rifugiati come ‘morte sociale’. Penso che vi sia l’urgenza di rendere noti i campi, tutti i tipi di campi».

La mostra 

È l’urgenza di rendere noto l’invisibile ad animare la necessità di una mostra su questo specifico progetto di JR. Curato da Arturo Galansino, il percorso espositivo prende il via dall’ingresso del museo, con la scalinata trasformata in un trompe l’œil, un occhio che ci guarda, ci accoglie. Si accede poi alla sala ipogea dove, appena dopo la biglietteria, una gigantografia di uno sguardo si estende per tutta la lunghezza, guidando lo spettatore verso la sala successiva in cui cinque schermi riproducono dei video realizzati dall’artista, e le cui immagini raffigurano i bambini, le persone incontrate durante le visite nei campi profughi dal Ruanda alla Grecia. 

Proseguendo, si scende di un ulteriore piano e si arriva alla sala il cui allestimento particolarmente scenografico inchioda gli astanti: le fotografie dei bambini, stampate su pezzi di stoffa lunghi 46 metri, sono appese al soffitto mediante un meccanismo che le fa lentamente scendere e salire. Un’operazione, questa, congeniale a far comprendere al pubblico che non ha preso parte all’attività partecipata sul (e nel) campo la grandiosità della pratica di JR, in grado di creare legami tra le persone; la possibilità di toccare i grandi teli, vedere le tracce di cibo che la comunità ha lasciando quando, riunita tutta intorno alla sagoma, condivideva il momento del pasto, lega non solo gli stessi membri della comunità ospitante, ma anche noi – gli assenti – a loro. 

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Ph. © Andrea Guermani

Si prosegue in una sala che ospita delle sagome di legno di bambini che sembrano giocare a calcio su un campo di sabbia, e la cui luce che si sposta da destra a sinistra segue il loro “movimento immobilizzato”. Questa opera ha un tratto dolceamaro, pare un monito malinconico, come a dirci che all’interno dei campi la vita prosegue, i bambini ricorrono le stesse palle dei loro coetanei non costretti a migrazione forzata, ma rimane il bianco e nero, rimane la sabbia che si attacca alle scarpe, rimane il buio spezzato solo da un effimero bagliore. Rimangono le sagome immobili. Il campo è, quindi, anche un luogo in cui il tempo è sospeso.

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Ph. © Andrea Guermani

La mostra termina nella sala immersiva, sulle cui pareti vengono proiettati i video che documentano le azioni partecipate nei campi profughi in Ucraina, Rwanda, Mauritania, Colombia e Grecia.

Musealizzare azioni ad alto potere trasformativo – come è Déplacé·e·s – può comportare dei rischi, uno dei quali potrebbe essere il depotenziamento delle stesse, la cui condizione di esistenza è per definizione effimera, acquista senso in quel determinato luogo, insieme a quella determinata comunità coinvolta. Lo scetticismo potrebbe far nascere la paura che, una volta varcata la soglia del “tempio delle muse”, questo tipo di operazioni possano cristallizzarsi, o che la loro vocazione al cambiamento venga anestetizzata a discapito di un processo di estetizzazione. Tuttavia, visitare la suddetta mostra, prendendosi il giusto tempo per studiarla e rifletterci, permette di apprezzare l’operazione di Galansino in collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo, e sgretola ogni eventuale convinzione e pregiudizio. Presentare a un pubblico ampio, interessato, attivo come è quello delle Gallerie d’Italia di Torino un progetto che accende più riflettori su situazioni troppo spesso relegate ai margini della comunicazione è un segnale importante e necessario. Inoltre, il public program #INSIDE (qui il programma) che accompagna i mesi in cui la mostra resterà aperta è di notevole qualità per argomenti proposti e relatori competenti; talk imperdibili e indispensabili perché la mostra acquisisca quella vitalità e importanza propria dell’intero progetto dell’artista.

Seppur effimera, l’arte di JR crea un impatto sulla società e sul mondo in cui viviamo. Essa è realizzata per le persone e si realizza con le persone, rivelando l’importanza del nostro ruolo individuale e collettivo per migliorare il presente in vista di un futuro abitabile per tutti e tutte.

Il famoso motto dell’artista è “artist until I find a real job”. Mi sento di dire a JR che provare a cambiare il mondo è un vero lavoro, il più nobile.

Luna Protasoni


JR – Déplacé·e·s
Gallerie d’Italia – Torino
Dal 9 febbraio al 16 luglio 2023
A cura di Arturo Galansino
In collaborazione con la Fondazione Compagnia di San Paolo