Due patrie, due esistenze: l’arte sospesa di Chiharu Shiota

A San Francisco, nelle sale dell’Asian Art Museum, fino al 20 Luglio l’artista giapponese Chiharu Shiota tesse ancora una volta le sue immense ragnatele di filo rosso, trasformando lo spazio in un territorio mentale, emotivo e quasi spirituale. La mostra Two Home Countries — prima esposizione personale museale dell’artista nella Bay Area — non è soltanto una retrospettiva: è un attraversamento dell’identità, della memoria e di quella condizione indefinibile che Shiota chiama “in-betweenness”, l’essere sospesi tra due mondi.

Nata a Osaka nel 1972 e residente da molti anni a Berlino, Shiota ha costruito tutta la propria ricerca artistica intorno a un senso di appartenenza incompleto, mai definitivo. Il Giappone rappresenta le origini, la memoria culturale, il corpo emotivo dell’infanzia; la Germania è invece il luogo della trasformazione artistica, dell’autonomia e della maturità creativa. Due paesi, dunque, ma anche due identità che convivono senza mai fondersi completamente. È da questa trama di appartenenze sovrapposte che nasce la potenza emotiva del suo lavoro.

Entrare nelle installazioni di Shiota significa entrare fisicamente dentro un pensiero. I suoi celebri intrecci di fili — rossi, neri o bianchi — non decorano lo spazio: lo colonizzano, lo rendono vivo, quasi respirante. Il filo diventa memoria, connessione, sangue, destino. Ogni nodo sembra custodire una storia invisibile; ogni trama suggerisce legami tra individui, luoghi e tempi differenti.

Nell’imponente installazione Diary, cuore della mostra di San Francisco, questa poetica raggiunge una dimensione quasi monumentale. Fili rossi attraversano l’intero padiglione dell’Akiko Yamazaki and Jerry Yang Pavilion per oltre ventisei metri, avvolgendo il pubblico in una struttura immersiva e labirintica. Sospese sopra le teste dei visitatori, pagine manoscritte tratte dai diari di soldati giapponesi e civili tedeschi del dopoguerra creano un dialogo impossibile tra vite lontane, persone che non si sono mai incontrate ma che condividono esperienze di perdita, sopravvivenza e disorientamento.

L’opera trasforma la storia collettiva in qualcosa di profondamente intimo. Shiota non racconta gli eventi storici in modo didascalico: li frammenta, li rende emotivi, li trasporta sul piano della memoria personale. È un approccio che nasce anche dalla sua biografia. Trasferirsi in Germania negli anni Novanta significò per lei confrontarsi con una radicale sensazione di estraneità. In diverse interviste, l’artista ha raccontato di non sentirsi completamente “a casa” né in Giappone né in Europa. Questo stato di sospensione identitaria diventa così il centro della sua pratica artistica.

Il titolo stesso della mostra, Two Home Countries, racchiude un’apparente contraddizione: averne due, significa forse non averne davvero nessuna. In una delle opere omonime più significative, un abito rosso si dissolve in un mare di fili che invade due strutture architettoniche simili a case, espandendosi fino alle pareti della galleria. L’abito, presenza umana implicita ma assente, è uno degli elementi ricorrenti nel lavoro di Shiota. Vestiti vuoti, scarpe consumate, letti, valigie: oggetti quotidiani che diventano tracce di esistenze passate, reliquie di identità invisibili.

L’assenza è infatti uno dei concetti centrali della sua arte. Shiota sembra interessata soprattutto a ciò che resta dopo che una persona se n’è andata. Non il ritratto dell’individuo, ma la sua impronta emotiva. In questo senso, il suo lavoro dialoga con la memoria collettiva del trauma — guerra, migrazione, perdita — ma anche con esperienze estremamente contemporanee come lo spaesamento culturale e la difficoltà di definire sé stessi in un mondo sempre più mobile e frammentato.
Questa riflessione assume un significato particolare oggi, in un’epoca in cui milioni di persone vivono tra lingue, culture e geografie differenti. Le installazioni di Shiota riescono a dare forma visiva a qualcosa di profondamente umano ma difficilmente rappresentabile: il sentirsi contemporaneamente connessi e isolati.

La mostra di San Francisco entra inoltre in dialogo ideale con The Soul Trembles, esposizione ospitata fino a Giugno al MAO Museo d’Arte Orientale di Torino. Anche lì il percorso espositivo esplora i grandi temi della ricerca dell’artista — memoria, morte, identità, relazioni invisibili — ma con un taglio più ampio e quasi retrospettivo. Se The Soul Trembles mette al centro la dimensione universale dell’emozione e della vulnerabilità umana, Two Home Countries appare invece più autobiografica, più direttamente legata alla condizione personale dell’artista come individuo sospeso tra Oriente e Occidente.
Eppure le due mostre sembrano completarsi a vicenda. A Torino emerge la dimensione esistenziale dell’opera di Shiota: il corpo fragile, il tempo che scorre, la memoria che si sgretola. A San Francisco, quella stessa tensione si traduce in una riflessione sull’identità culturale e sul concetto di casa. In entrambe le esposizioni, però, rimane costante la capacità dell’artista di trasformare materiali semplicissimi — soprattutto il filo — in esperienze emotive totalizzanti.

C’è anche un elemento quasi rituale nel suo lavoro. Le installazioni richiedono settimane di costruzione manuale e coinvolgono spesso interi team di assistenti che intrecciano migliaia di metri di filo. Il gesto ripetitivo del tessere diventa parte integrante dell’opera, come se ogni nodo fosse una meditazione sul tempo, sulla memoria e sulle connessioni invisibili che tengono insieme le persone.
Forse è proprio questo che rende l’arte di Chiharu Shiota così potente: la capacità di rendere visibile ciò che normalmente resta nascosto. I suoi fili non rappresentano semplicemente relazioni; sono relazioni. Sono pensieri, ricordi, ferite, appartenenze. Sono il tentativo di dare forma a tutto ciò che non possiamo trattenere.

In un tempo storico segnato da migrazioni, identità ibride e continui attraversamenti culturali, Two Home Countries non parla soltanto della vita di Chiharu Shiota. Parla di una condizione sempre più condivisa: quella di sentirsi, simultaneamente, in più luoghi e in nessun luogo del tutto.

In un panorama artistico contemporaneo spesso dominato dall’immediatezza, Chiharu Shiota costruisce invece spazi che chiedono tempo, ascolto e presenza. Le sue opere non si limitano a essere osservate: si attraversano, si respirano, restano addosso. Ed è forse proprio per questo che seguire il suo lavoro — da San Francisco a Torino, fino alle sue installazioni disseminate nei musei e nelle biennali di tutto il mondo — significa concedersi un’esperienza artistica rara, capace di parlare silenziosamente a qualcosa di profondamente umano.
Per approfondire il lavoro dell’artista e seguire le sue mostre internazionali è possibile visitare il sito ufficiale di Chiharu Shiota

Mariantonia Cambareri

AsianArtMuseum
San Francisco, CA
EXHIBITION: Chiharu Shiota: Two Home Countries
3 aprile 2026 – 20 luglio 2026
Padiglione Akiko Yamazaki e Jerry Yang