Monica Pittaluga, ‘Miei cari’. La vita sulla soglia

All’interno di un hospice, il tempo cambia forma. Le giornate si dilatano, perdono la loro struttura abituale e si riorganizzano attorno a gesti minimi e a relazioni che si fanno più essenziali. È in questo spazio che prende forma Miei cari di Monica Pittaluga, un lavoro che nasce dalla prossimità e dalla condivisione. 

Il libro, pubblicato da Ventura Edizioni e curato da Loredana De Pace, trova una parte significativa della propria forza nel lavoro di editing, che evita qualsiasi tentazione di estetizzare la sofferenza o di costruire una narrazione sentimentale, preferendo invece una struttura discreta, fatta di sottrazioni e pause che permettono alle immagini di respirare. Le fotografie non vengono selezionate in quanto “belle”, ma in quanto necessarie, e da questa scelta deriva un equilibrio fragile ma preciso, capace di mantenere il lavoro intimo senza chiuderlo su sé stesso.

Il nostro primo incontro con il lavoro di Monica Pittaluga risale al 2023, quando l’abbiamo intervistata per il nostro podcast, in un momento in cui il progetto appariva ancora in trasformazione, attraversato da intuizioni e domande aperte. Miei cari, nella forma del libro, sembra essere l’esito di quel processo, un lavoro che nel tempo si è progressivamente spogliato della componente più documentaria per arrivare a un linguaggio più interno ed essenziale.

Il progetto nasce all’interno dell’esperienza professionale dell’autrice, medico di cure palliative presso la Fondazione Antea a Roma, ma ciò che emerge con chiarezza è che Monica Pittaluga non si pone come uno sguardo esterno: non entra in quel contesto per raccontarlo, bensì lo abita già, condividendo lo spazio con le persone che fotografa, accompagnandole e ascoltandole nel tempo. È proprio questa permanenza a trasformare la natura del gesto fotografico, che non nasce da un accesso occasionale ma da una relazione, fino a diventare non più un atto di presa, bensì una forma di dialogo.

Nonostante tutto si svolga in prossimità della morte, Miei cari è un lavoro che parla di vita, di una vita fragile ma ancora presente fino all’ultimo. In questo senso il progetto tocca anche un nodo culturale profondo, legato alla difficoltà, tipicamente occidentale, di guardare la morte e di mantenerla all’interno dello spazio condiviso.

Questa dimensione relazionale mette in discussione anche una delle critiche più note alla fotografia, quella formulata da Susan Sontag, secondo cui ogni immagine porta con sé una forma di appropriazione, se non di violazione. Qui la questione non viene negata, ma attraversata in modo diverso: l’atto fotografico non è né neutro né predatorio, ma qualcosa che si costruisce insieme, esplicitamente, dentro una relazione di cura. Ciò che emerge non è l’immagine di qualcuno “preso”, ma la traccia di un incontro.

Il linguaggio visivo scelto dalla fotografa si caratterizza per una sobrietà trattenuta, in cui la scelta del bianco e nero contribuisce a mantenere le immagini essenziali, sottraendole a qualsiasi ricerca dell’effetto. Le fotografie non intendono dimostrare nulla, ma si muovono in una zona obliqua, dove il significato resta aperto.

In questa prospettiva, i corpi appaiono raramente, lasciando spazio a dettagli e frammenti – mani, superfici, oggetti, piccoli gesti – che non svolgono una funzione decorativa, ma si configurano come punti di appoggio, modi per restare ancorati a qualcosa che sta lentamente sfuggendo. Il corpo, segnato dalla malattia, smette così di essere un’immagine stabile per diventare una presenza fragile. 

Anche lo spazio assume un ruolo centrale poiché le stanze, la luce artificiale e le rare aperture verso l’esterno contribuiscono a costruire l’hospice come luogo separato, attraversato da un tempo diverso, in cui le giornate perdono la loro struttura abituale per lasciare spazio a un tempo più denso, fatto di attesa e di relazioni minime.

C’è un’immagine, in particolare, che sembra offrire una chiave di lettura dell’intero progetto: una sedia vuota al centro di un parco, non costruita ma incontrata che non si limita a rappresentare un’assenza, ma la rende visibile. Molte delle fotografie sembrano nascere proprio in questo modo, arrivando prima ancora di essere pienamente comprese. 

Il tono complessivo si costruisce su un equilibrio tra delicatezza e rigore, evitando tanto il dramma quanto l’eccesso e restituendo uno sguardo capace di avvicinarsi senza forzare. Quando Monica Pittaluga parla del fine vita come di un territorio incomprensibile, il lavoro sembra accettare questa condizione senza cercare di risolverla, rimanendo su quel limite.

E tuttavia, Miei cari non è un lavoro disperato: ciò che colpisce è la dignità delle persone ritratte, che non appaiono mai passive, ma continuano a scegliere e a esserci anche sulla soglia della morte.

In questo senso, la fotografia diventa anche un modo per attraversare l’esperienza, oltre che per mostrarla, configurandosi come uno strumento per restare dentro ciò che altrimenti rischierebbe di sfuggire; ed è forse proprio qui che il lavoro trova la sua necessità più profonda, poiché Miei cari non si limita a raccontare la fine della vita, ma prova a interrogare la possibilità di abitarla fino all’ultimo, senza distogliere lo sguardo.

Silvia Donà