Ettore Scola, la mostra a Roma racconta il cinema dell’umanità tra disegni e memoria

C’era un tempo in cui entrare al cinema significava attraversare una soglia vera, quasi fisica, tra il mondo reale e quello delle immagini. La sala era ancora illuminata, le voci si mescolavano agli ultimi movimenti degli spettatori, qualcuno cercava affannosamente il proprio posto, poi improvvisamente tutto spariva. Nessuna dissolvenza morbida, nessuna luce che accompagnasse lentamente l’occhio verso lo schermo: la sala precipitava nel buio assoluto, un buio così fitto che chi arrivava in ritardo restava spesso immobile per qualche istante, incapace di orientarsi perché la luce del film non bastava ancora a illuminare lo spazio.

È impossibile non ripensare a quella sensazione osservando l’inizio di Brutti, sporchi e cattivi, perché il film di Ettore Scola sembra nascere proprio da questa continuità tra il buio della sala e quello dello schermo. La luce si spegne e il nero non si interrompe: prosegue dentro il film, si allunga nella notte della baraccopoli romana, nei corpi addormentati, negli oggetti ammassati, nelle vite sospese che la cinepresa attraversa lentamente con uno sguardo quasi clandestino.

Tutto si muove con una lentezza carica di attenzione. Non c’è alcuna volontà di spettacolarizzare la miseria, nessun gesto enfatico, ma soltanto il silenzio, il respiro della notte e quella sensazione sottile di entrare in un mondo che esisteva già prima dell’arrivo dello spettatore. È proprio in questo spazio sospeso che arriva Armando Trovajoli. Il Tema della goccia emerge quasi dal silenzio, con una discrezione assoluta, insinuandosi lentamente tra le immagini senza mai imporsi davvero. Quella sonorità costruita attorno a un accordo di sol minore con sesta minore aggiunta non genera una malinconia tradizionale: inquieta, consuma lentamente, rimane sospesa come una presenza che continua a scavare sotto la superficie delle immagini.

Trovajoli, forte della sua sensibilità jazzistica e orchestrale, riusciva a ottenere una straordinaria intensità emotiva alterando appena il colore armonico di un accordo, e quel tema iniziale sembra anticipare perfettamente tutto lo sguardo Ettore Scola: un cinema che non giudica mai i propri personaggi, ma ne osserva fragilità e miserie con lucidità e compassione insieme, lasciando convivere degrado e tenerezza, ironia e dolore.

Quella stessa sensazione è tornata improvvisamente anche a me alla fine della mostra Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati, ospitata al Museo di Roma a Palazzo Braschi, tanto che per raccontarne davvero il senso viene spontaneo partire proprio dall’ultima sala. Piccola, raccolta, immersa nel buio, sembra richiamare inconsciamente proprio quell’inizio di Brutti, sporchi e cattivi, ma la vera sorpresa sono i sedili in legno, una scelta apparentemente marginale che mi ha riportato immediatamente al cinema di quando ero bambino, poco prima che le sale diventassero moderne, silenziose, perfettamente isolate e piene di comfort.

Quei sedili essenziali, leggermente scomodi, restituiscono infatti qualcosa che oggi il cinema ha quasi completamente perduto: la dimensione fisica e collettiva della visione. Tornano alla memoria gli scricchiolii, i movimenti degli spettatori, le persone sedute troppo vicine, il rumore della sala, persino quella lieve sensazione di disagio che faceva però sentire il cinema come un’esperienza condivisa e popolare. È un dettaglio che dialoga profondamente con il cinema di Ettrore Scola perché, prima ancora di celebrarne i film, quella stanza ricostruisce il modo in cui il cinema veniva vissuto: non come esperienza individuale e protetta, ma come spazio umano, imperfetto, collettivo.

La mostra si apre progressivamente lungo il percorso umano e artistico del regista, intrecciando fotografie, sceneggiature, oggetti di scena, ritagli di giornale e materiali d’archivio che restituiscono la complessità di uno degli autori più importanti del cinema italiano. La struttura curatoriale ideata da Silvia Scola e Alessandro Nicosia evita intelligentemente la semplice successione cronologica e costruisce invece un racconto articolato in tre nuclei — l’uomo, l’artista e Roma — che finiscono continuamente per intrecciarsi, perché il cinema di Scola non può essere separato né dalla sua esperienza umana né dal rapporto profondo con la città che ha raccontato per tutta la vita.

Roma attraversa infatti l’intera esposizione come un organismo vivo, mutevole, spesso contraddittorio. Durante la presentazione della mostra, la direttrice del museo Ilaria Miarelli Mariani ha ricordato come Scola sia riuscito a rappresentare la città “sempre con quella sua ironia ma anche con quella lucidità nel raffigurare tutte le contraddizioni”, ed è difficile non ripensare alle terrazze borghesi di La terrazza, alle periferie feroci di Brutti, sporchi e cattivi o agli spazi sospesi e soffocanti di Una giornata particolare. Nei suoi film Roma non è mai una semplice scenografia: è una presenza morale, un luogo che cambia insieme ai personaggi e alle trasformazioni del Paese.

Disegno di Ettore Scola, Splendor, penna nera e pennarelli su carta Archivio Famiglia Scola
Disegno di Ettore Scola, Splendor, penna nera e pennarelli su carta
Archivio Famiglia Scola

Tra tutti i materiali esposti, però, sono forse i disegni e le vignette a rappresentare la scoperta più sorprendente. Silvia Scola li definisce “forse la vera grande novità della mostra” e osservandoli si comprende immediatamente perché. Quelli esposti costituiscono soltanto una piccola parte dell’enorme corpus conservato nell’archivio familiare, ma bastano per intuire quanto il disegno fosse centrale nel processo creativo del regista.

Lui disegnava i suoi film”, racconta Silvia Scola, e guardando quei bozzetti si capisce davvero come la fantasia del regista non si esprimesse soltanto attraverso la scrittura o la regia, ma anche tramite il segno grafico. Volti appena deformati, posture caricaturali, espressioni ironiche, dettagli minimi: ogni schizzo contiene già il movimento futuro del cinema. Non si tratta di semplici appunti preparatori, ma di un vero laboratorio visivo attraverso cui Scola costruiva caratteri, atmosfere e relazioni umane. Forse è proprio da qui che nasce la forza dei suoi personaggi, così vivi, fragili e riconoscibili. Scola osservava il mondo con l’occhio del disegnatore prima ancora che con quello del regista, e questa doppia natura rende il suo cinema unico: satirico ma mai crudele, malinconico ma sempre attraversato da umanità.

Silvia Scola insiste molto anche sul rischio di ridurre il padre alla sola definizione di “maestro della commedia all’italiana”, preferendo descriverlo come “un maestro della commedia umana”, capace di affrontare temi profondi e perfino dolorosi attraverso la leggerezza della commedia. È probabilmente questa la sua qualità più rara: raccontare le fragilità individuali e collettive senza perdere mai delicatezza e ironia, come accade in Una giornata particolare, La famiglia o La terrazza, film citati più volte durante la presentazione della mostra come esempi della sua capacità di intrecciare la grande storia collettiva alle vite private.

Anche Alessandro Nicosia insiste continuamente sull’umanità di Scola e racconta come i rapporti professionali finissero quasi sempre per trasformarsi in relazioni profonde, tanto con gli attori quanto con i collaboratori più stretti. Ricordando il legame tra Scola e Trovajoli, descrive gli incontri nel loggiato della casa romana del compositore, dove i due lavoravano insieme al pianoforte, “a quattro mani”, parlando, scherzando, cercando lentamente la musica giusta per il film. È un’immagine preziosa perché restituisce il carattere quasi artigianale del loro modo di costruire il cinema: un dialogo continuo tra immagini, parole e suoni dal quale nascevano atmosfere indimenticabili. Ed è inevitabile, ascoltando questo racconto, tornare con la memoria proprio al Tema della goccia, a quella musica discreta e corrosiva che sembra contenere già l’intero universo di Ettore Scola, come se Trovajoli fosse riuscito a tradurre in armonia il modo stesso in cui egli guardava gli esseri umani.

Anche l’incontro con Giulio Scarpati, presente alla conferenza di presentazione per ricordare il lavoro accanto a Scola in “Mario, Maria e Mario”, ha finito per restituire qualcosa di molto simile. Durante il suo intervento ha raccontato di un regista capace di tenere insieme rigore assoluto e leggerezza umana, ricordando come sul set Scola avesse sempre il film già completamente costruito nella propria mente, quasi prima ancora di girarlo, e come riuscisse continuamente a mescolare commedia e tragedia, lasciando entrare “la realtà dentro” anche nei momenti apparentemente più leggeri.

Giulio Scarpati
Giulio Scarpati

Conclusi gli interventi ufficiali, mentre gli organizzatori cercavano di accompagnarlo rapidamente verso l’uscita tra le richieste delle varie testate, sono riuscito a fermarlo per un momento sulle scale chiedendogli della caricatura realizzata da Scola che lui stesso aveva citato poco prima. Scarpati si è fermato con grande gentilezza e ha raccontato che tutto nacque in una trattoria, durante una serata assolutamente informale: Scola prese un foglio e improvvisò quella caricatura dell’attore, che ancora oggi conserva con sé. Non è esposta in mostra, ma il modo in cui ne parlava lasciava intuire quanto quell’oggetto valga per lui molto più di un semplice ricordo professionale, perché dentro quel disegno improvvisato sembra essere rimasto intatto qualcosa del carattere di Scola: la capacità di osservare immediatamente le persone, di coglierne un dettaglio ironico e di trasformare anche un momento conviviale in un gesto creativo. In fondo, è la stessa qualità che attraversa tutto il suo cinema.

La mostra prosegue così una linea culturale che Roma Capitale sta costruendo negli ultimi anni attorno alla memoria del grande cinema italiano. Dopo le esposizioni dedicate a Sergio Leone e ad Armando Trovajoli, anche questo percorso dedicato a Ettore Scola rappresenta una delle più significative occasioni offerte al pubblico per riscoprire quel patrimonio cinematografico che ha contribuito a rendere l’Italia amata e riconoscibile nel mondo.

Più che una celebrazione nostalgica, Ettore Scola. Non ci siamo mai lasciati riesce così a restituire qualcosa di molto più raro: la sensazione concreta di entrare ancora, almeno per qualche istante, dentro il suo sguardo.

Federico Emmi