Eolo Perfido ci parla di Molichrom: Festival della fotografia Nomade

L’ospite di questa intervista è Eolo Perfido, fotografo professionista da oltre venti anni, Leica Ambassador e Certified by Leica, Photographer, Prophoto Illuminati Ambassador, docente che. Ha sviluppato una serie di corsi di fotografia, di gruppo e privati in aree di specializzazione della fotografia che vanno dal ritratto in studio e in location, a quello editoriale al viaggio, dalla Street Photography alla post-produzione delle immagini, con lui parliamo principalmente di questa bella iniziativa: Molichrom. Festival della Fotografia Nomade. Ospite per la prima volta di Discorsi Fotografici, come di consueto, ti chiediamo: quando è iniziata la tua personale storia della fotografia?

È una domanda che amo anch’io fare ai fotografi, che per mia fortuna incontro durante i diversi eventi. Da lì si può capire tanto, da come hanno iniziato, dal tipo di percorso intrapreso, infine, il punto di partenza che qualifica sempre molto, per certi versi, quella che poi sarà la via e il percorso che viene fatto. Come tante persone, penso che prima dell’amore per la fotografia c’è stato l’amore per le immagini. All’inizio fai un po’di fatica a capire come gestire questa attrazione per questa forma di narrazione, di racconto, perché è un qualche cosa che per certi versi sviluppi quando ancora non hai una macchina fotografica in mano. Da bambino inizi a vedere le immagini, sono un po’ ovunque, che siano fotografie, illustrazioni, immagini in movimento, il cinema e io sentivo questa fortissima attrazione nei confronti delle immagini. Inizialmente avevo provato a disegnare, a imparare a disegnare, purtroppo con scarsissimi risultati; per cui avevo anche la frustrazione di chi aveva voglia di raccontare qualcosa attraverso un linguaggio, sebbene non perfettamente strutturato.

Ho scoperto la fotografia per caso, non tanto grazie a un papà che scattava le fotografie, oppure a degli amici, ma mi è capitato di assistere a un servizio fotografico casualmente. Quello che vedevo da osservatore non l’ho compreso fino in fondo, al punto tale che pensavo che il fotografo avesse realizzato delle foto pessime, perché quello che vedevo con i miei occhi, senza la macchina fotografica, non mi sembrava avere un senso. Quando poi ho avuto la fortuna di vedere le fotografie, erano dei ritratti a una persona, ritratti ambientati, sono rimasto folgorato e mi sono detto: “ma guarda che distanza abissale c’è tra quella che era la mia percezione di quel momento e ciò che invece vedevo delineato da quei limiti rappresentati dal fotogramma”. Quella specie di confine tra il mostro qualcosa e il tolgo qualcosa dal contesto per generare una narrazione nuova e personale. Rimasi sconvolto. Le immagini erano bellissime, le fotografie erano dei ritratti eccezionali e la persona era stata valorizzata, non soltanto nella componente estetica, ma anche nell’inserimento di questa persona all’interno del contesto. Per cui inizio a guardare alla macchina fotografica da un punto di vista differente, non più come semplicemente e unicamente strumento di memoria, come poteva essere stato fino a quel momento, vale a dire, facevo fotografie per avere dei ricordi. Parliamo del periodo della pellicola quando si scattava sicuramente meno rispetto a quanto si fa oggi con i telefoni cellulari e decidere di portare la macchina fotografica in vacanza era quasi una di quelle decisioni, “la porto o non la porto, rimpiangerò il non averla portata”, quindi, acquisto la mia prima macchina fotografica, che non era una piccola compatta e inizio a sperimentare, a cercare di capire se quel modo di raccontare storie attraverso le immagini potesse essere qualcosa che facesse al mio caso.
Sono stato fortunato perché tutto quel tempo passato a guardare immagini, per certi versi, pur non essendo una formazione da fotografo, probabilmente aveva comunque formato il mio sguardo, per cui mi ritrovai quasi subito a mio agio con i limiti del fotogramma, che poi sono i limiti della pagina, e inizio a fare delle foto che ovviamente non erano un granché, però facevano ben sperare in un percorso che potesse per certi versi darmi delle soddisfazioni. Come tutte le cose, all’inizio è stata un innamoramento e poi con il tempo è venuta la maturità e la voglia di approfondire e quindi di studiare, poi più avanti, quando mi sono sentito pronto, l’ho trasformato in un mestiere.

Hai vinto numerosi premi di fotografia e parleremo poi più avanti anche della tua attività come insegnante, un percorso fondamentale che non tutti fanno. Sei anche il direttore artistico di Molichrom: Festival della Fotografia Nomade di cui Discorsi Fotografici si onora di essere Media Partner. Siamo alla seconda edizione e nasce da un’idea costruita insieme all’associazione Tèkne. Dal 20 al 23 ottobre del 2022 ci sono le giornate inaugurali, puoi parlarci un po’ di questo Festival della sua storia, di questa seconda edizione, di cosa troveremo e cosa ci aspetta a Campobasso?

Certamente. Diciamo che il Festival nasce come tutte quelle cose, da una serie di incontri. Vengo selezionato da Fondazione Cultura Molise come fotografo per un progetto di documentazione molto personale, di quelle che erano le eccellenze molisane. Il Molise è una regione poco conosciuta, quindi sia la Regione che la Fondazione erano interessate a inviare un autore in giro per il Molise con un’enorme quantità di libertà per fare esperienza di questo luogo, catturare delle immagini per poi condividerle con la collettività. Un progetto ancora in essere. Durante questo percorso di conoscenza del territorio ho avuto modo di conoscere anche i ragazzi dell’associazione Tèkne, associazione culturale che da molti anni si dedica al territorio proponendo diversi eventi che hanno a che fare con la musica, il teatro, la letteratura. Non c’era nulla dedicato alla fotografia, per cui questa vicinanza e questa voglia di costruire e di iniziare dei progetti, ci ha portato a progettare un evento fotografico importante che avesse luogo proprio in Molise, un luogo non certo noto per grandi eventi e grandi mostre fotografiche. È un territorio vergine, in tal senso, quindi anche una sfida interessante, anche una sfida personale, perché non avendolo mai fatto prima, mi permette di poter approfondire tutta la serie di dinamiche che mi hanno sempre interessato come fruitore della fotografia. Dare qualcosa in cambio a una disciplina che mi ha sempre restituito così tanto in termini di esperienza, non soltanto professionali, ma anche personali, mi sembrava una bella iniziativa. Ho accettato la direzione artistica del Festival e ovviamente abbiamo dovuto trovare qualche cosa che ci permettesse, da una parte di volgere lo sguardo verso il Molise e nello stesso tempo, però di volgerlo anche al di fuori. Dunque, trovare una sorta di traiettoria che ci permettesse di unire luoghi che poi, per loro natura magari, sono incredibilmente distanti dal punto di vista della storia. Il Molise ci ha dato un’ottima opportunità perché è sempre stata una regione di migranti. Ora, tutti gli italiani lo sono, ma poco si sa della storia degli emigranti molisani che in realtà, come la nostra tradizione insegna, hanno iniziato ad essere nomadi ben prima delle grandi migrazioni. Erano già nomadi all’interno del nostro paese, nomadi anche come cultura. Non sono mai stati una popolazione particolarmente stanziale, una popolazione di pastori. La transumanza come momento importante non soltanto nella vita, diciamo della pastorizia, ma anche proprio come elemento di viaggio, di scoperta. C’era, pertanto, questa connessione del nomadismo, di colui che decide di fare del mondo la propria casa e del viaggiare continuo la propria esperienza di vita. Quindi l’abbiamo deciso di chiamarlo Festival della Fotografia Nomade perché per certi versi trovo che chiunque decida di fare il fotografo e di farlo in un’ottica di condivisione, di conversazione, per certi versi ci permette di viaggiare non soltanto attraverso i suoi occhi, ma ci consente proprio di conoscere uno dei momenti più intimi del fotografare che è proprio lo sguardo, lo sguardo che cambia in continuazione punto di vista e perciò si sposta, diventa appunto nomade, di fatto una delle caratteristiche fondamentali di un fotografo.
Spesso si dice anche quando si insegna fotografia: “il tuo punto di vista naturale non è detto che sia il migliore, devi iniziare a guardare le cose da punti di vista differente e quindi lo sguardo deve diventare uno sguardo che si sposta”. Per cui puoi essere nomade sia se decidi di andare a fare un servizio fotografico dall’altra parte del mondo o di guardare ciò che hai vicino da un punto di vista differente. Abbiamo deciso di chiamarlo Festival della Fotografia Nomade, proprio perché vogliamo valorizzare questa caratteristica della fotografia che è il cambio continuo di punto di vista come motore portante di tutta la disciplina.

Per fare questo ti sei affidato ad alcuni nomi e ti chiederei di presentare i progetti che avremo il piacere di vedere esposti.

Non solo come docente, ma anche come fotografo, ho avuto la fortuna di vedere quasi tutto il mondo. La fotografia mi ha fatto girare moltissimo, mi ha fatto viaggiare, mi ha fatto conoscere tanti colleghi. Se ami la fotografia non puoi non amare i fotografi. Per cui, anche quest’anno, ho il piacere di poter invitare degli autori di cui ho conosco il percorso e che conosco personalmente. Per certi versi ho scelto per affinità di linguaggio, di impostazione stilistico e anche di scelte professionali e di vita. Quest’anno avremo due mostre, tre talk e un workshop. La mostra principale è di Dario De Dominicis, un fotografo italiano, un fotoreporter che ha vinto tantissimi premi. Un grande viaggiatore che ci presenta un progetto: Alla sinistra di Cristo, che è stato realizzato in tanti anni, dedicato ai pescatori della baia di Guanabara. Per chi è stato in Brasile, nello specifico Rio de Janeiro, questa baia è sostanzialmente enorme e intorno ad essa vivono più di 8000 pescatori. È una storia interessante perché per certi versi sembra molto locale, allo stesso tempo è una metastoria, racconta ciò che sta avvenendo in tutto il pianeta, vale a dire la voglia di costruire dei percorsi di alimentazione, di sfruttamento del territorio che sia sostenibile. La vita di questi 8000 pescatori e delle loro famiglie, il loro lavoro è messo a rischio, perché quel mare, quella parte di mare, è mostruosamente inquinato. Si parla di tonnellate e tonnellate di rifiuti che vengono smaltiti senza controllo, grazie alla protezione del narcotraffico e quindi di una realtà che ricorda storie anche che abbiamo già visto raccontate dalla fotografia. Penso, ad esempio, al reportage Minamata di Eugene Smith degli anni 70. Ecco questo progetto, sia in termini di qualità fotografica e di impegno che Dario ha messo nel documentario, le tante difficoltà che ha dovuto incontrare, perché questi sono territori complicati, mi sembrava giusto potergli dare uno spazio all’interno del nostro Festival. Oltretutto, Alla sinistra di Cristo, è un progetto che ha già vinto il primo premio del World Report Award di Lodi, sezione “Madre Terra”, è stato finalista del W. Eugene Smith Fund Grant (2021). Un riconoscimento molto importante e la mostra è l’occasione per apprezzare per la prima volta tutte le stampe del progetto. Abbiamo fatto lo sforzo di non doverlo troncare, sostenuti anche dal luogo molto importante, l’ex Gil Campobasso. Spazi veramente molto grandi, molto belli, adatti a poter esporre fotografia. Le stampe sono in grande formato, si potranno godere anche da vicino. Ci sarà proprio una fisicità nel rapporto con la fotografia. Questa è la mostra principale e Dario De Dominicis, all’interno dei quattro giorni, farà anche un talk perché ci è sembrato giusto poterlo invitare per parlare non soltanto di questo progetto, ma anche di tutta la sua esperienza di fotografo che va ben oltre questo progetto. È un fotogiornalista che da tantissimi anni opera in tutti gli ambiti del dell’antropologia e della sociologia.

La seconda mostra è di Paolo Cardone. Ogni anno dedichiamo uno spazio a un fotografo, italiano o straniero, comunque non molisano. L’anno scorso abbiamo avuto Giuseppe Nucci, quest’anno abbiamo Paolo Cardone. Paolo è un fotografo che potremmo definire di strada. La mostra si chiama Viaggio da fermo e come tutti i fotografi di strada vivono proprio il nomadismo dello sguardo. Come avevo detto precedentemente, la sua è una mostra personale che raccoglie fotografie realizzate in un bel percorso di una vita, sono tantissimi anni che Paolo scatta, è nato 1963 e ha avuto un rapporto con la fotografia quasi immediato. Ha viaggiato molto, per cui troviamo foto scattate in Perù, in Italia, negli Stati Uniti, luoghi molto diversi. Quello che unisce tutto il percorso è proprio il paradigma del fotografo di strada, perché questa è una disciplina, che oltretutto faccio da tanti anni, spesso bistrattata perché sembra non avere progettualità, un grande errore di percezione, di comprensione di questa disciplina. È una disciplina che necessita di enormi quantità di tempo, il progetto è il fotografo, il suo sguardo, è lui che attraverso il suo posare lo sguardo sul quotidiano ci regala dei punti di vista assolutamente personali, per cui, anche se le fotografie sono realizzate in tempi e luoghi diversi, quello che andiamo a vedere, o meglio, quello che andiamo a scoprire, è una poetica personale e un un’attitudine nei confronti del quotidiano che ci permette di rivedere anche ciò che già conosciamo. Le fotografie di Paolo Cardone presenti in mostra sono 21 e ci raccontano come il suo sguardo, per certi versi, trasforma i luoghi che incontra.

Poi abbiamo dei talk. Francesco Faraci che ci parlerà del suo libro Anima Nomade, il titolo sembra quasi un’auto invito per il nostro Festival. È il suo percorso di viaggiatore che decide di utilizzare la fotografia, lui neanche nasce fotografo, la fotografia sembra quasi una scoperta successiva. Lui sente la necessità comunque di conoscere, di viaggiare, di approfondire e di raccontare quelle che sono poi delle piccole storie, piccole storie che però, quando vengono raccontate da uno sguardo attento, sprigionano tutta una serie di dettagli malinconici, assonanze con magari qualcosa che già conosciamo e che non pensavamo essere raccontato con questa attenzione, con questa voglia di conoscenza e di incontro, per cui la fotografia come strumento di conoscenza. Lui scrive un libro, dove al centro c’è proprio la sua terra, la Sicilia, che verrà riscoperta attraverso questo strumento nuovo e noi scopriremo cosa si nasconde, cosa si nasconde in questa Sicilia così diversa che viene raccontata dalla lente di Faraci.

C’è poi il talk di Attilio Lauria, giornalista napoletano, che per tanti anni è stato consigliere nazionale e il Vicepresidente di Fiaf, che è la Federazione Italiana delle Associazioni Fotografiche. Un talk dedicato all’associazionismo, esperienza ancora oggi attiva, ma che per certi versi ha un sapore tutto ancora da riscoprire, perché l’avvento delle nuove tecnologie, dei social network e di questa velocità, di questa distanza tra le persone ci fa domandare se le associazioni hanno ancora senso di esistere e se si, come possono riconfigurarsi, come possono farci riscoprire il piacere dell’incontro tra i fotografi. In fin dei conti il nostro è un paese che negli anni ‘60, negli anni ’70 deve tantissimo all’associazionismo fotografico. A queste esperienze, che hanno visto nascere poi grandissimi autori, avendo la possibilità di confrontarsi con altre persone, potevano crescere e far vedere il loro lavoro ed essere scoperti.
Infine, un workshop dove abbiamo invitato uno degli autori in mostra l’anno scorso: Giuseppe Nucci. È un workshop di antropologia e fotografia incentrato sostanzialmente su quello che sono i metodi di lavoro del fotografo che deve raccontare un territorio. Perché parlo di metodi di lavoro? Perché Giuseppe, che in Italia purtroppo ahimè è poco conosciuto, è un fotografo che ha pubblicato
su una quantità di testate internazionali incredibili. Per pubblicazioni non intendo la fotina bordo pagina, intendo editoriali di 10, 12 pagine su National Geographic, The New York Times, The Guardian, Der Spiegel, Wired. Insomma, stiamo parlando delle più grandi testate giornalistiche del modo. Quando lo abbiamo scoperto, perché anch’io facevo parte di quei fotografi che non ne conoscevano l’esistenza, ci siamo accorti noi, disse, aveva dato il mondo. Un grande autore, l’anno scorso una mostra, quest’anno un workshop in cui lui spiega a quei fotografi che vogliono fare documentazione, qual è la logica dell’assignment, che è molto diversa rispetto a costruire un racconto che non ha un luogo. Ecco, si realizzano le fotografie in maniera diversa, perché il percorso narrativo, la serie fotografica, risentono dei limiti spaziali proprio di un media, ognuno diverso da quello di un altro, quindi lui cerca di spiegare, cercherà di spiegare, non soltanto come realizzare delle belle fotografie, ma anche come costruire un progetto che abbia senso rispetto a dove andrà a finire.
Ecco, questi sono i momenti del Festival e poi tutti i momenti conviviali e le opportunità di conoscere autori, giornalisti e tutte quelle realtà che verranno passare un po’ di tempo con noi.

Una domanda che spesso facciamo agli insegnanti, che cosa impari dai tuoi allievi?

Nella fotografia è fondamentale la ripetibilità. Fare una buona fotografia non l’ho mai trovata un’attività particolarmente complessa perché per certi versi la macchina fotografica è un mezzo che ha dentro di sé già un senso di meraviglia e quello della ripetibilità, se quello che hai davanti è speciale, per certi versi anche una fotografia banale può diventare non soltanto elemento di memoria, ma anche strumento di racconto. Il problema, però, è che non basta fare una buona fotografia per farlo di mestiere, in questo caso devi essere in grado di essere affidabile, essere in grado di garantire sempre il risultato, non soltanto quando ci sono le condizioni. Quello che io cerco di insegnare ai fotografi, infatti, è che gran parte del risultato non si non si costruisce nel gesto fotografico, nel momento in cui scattiamo, ma si costruisce nel momento in cui siamo in grado di costruire le giuste condizioni per far sì che poi realizzare una fotografia risulti semplicemente un gesto finale. Il fotografo deve fare in modo di avere davanti alla macchina fotografica qualcosa, deve essere in grado di portare davanti all’obiettivo qualcosa che abbia un senso e per farlo deve faticare, perché se ci pensi, per fare una bellissima foto all’Everest, la parte più complessa è il viaggio fino, poi aspettare l’orario giusto, far passare del tempo, capire qual è il punto di vista migliore. Questo avviene un po’ in tutte le fotografie, anche in un ritratto. Non è semplicemente fare una fototessera di una persona, è costruire quelle condizioni per cui quella persona ti concede qualcosa, ti conceda qualcosa di speciale e lo fai attraverso la conversazione, attraverso la luce, attraverso il luogo in cui la scatti, il momento, ciò che dici o come ascolti. Le variabili sono tantissime, ecco, il nostro è un lavoro di costruttore, di architetti, di situazioni, di eventi, di incontri che devono avere però delle caratteristiche che diventano metodo. Per cui il ritrattista deve saper indurre l’altro al cambiamento. Il fotografo di viaggio deve conoscere i luoghi che va a fotografare. Dopodiché c’è il momento fotografico, ecco, molto spesso ci si concentra solo su tempi, diaframmi, ISO, importantissimi per carità, perché fanno parte poi degli strumenti di base su cui andiamo a costruire tutta la grammatica, ma poi magari non viene dedicato del tempo a far sì che ci siano le condizioni. Ecco, io lavoro molto sulla costruzione delle condizioni, perché quando le condizioni ci sono poi fare una fotografia diventa un piacere, diventa semplicemente un momento culminante.

Intervista a cura di Federico Emmi e Silvio Villa

Immagine di copertina di Paolo Cardone. Congo