Nel vasto immaginario visivo che circonda l’Etna, il vulcano è stato raccontato quasi sempre come spettacolo naturale: eruzioni improvvise, fiumi di lava incandescenti, crateri in piena attività, pennacchi di fumo che risalgono il cielo. Un’immagine potente, immediata, che la fotografia, tanto quella documentaria quanto quella turistica o amatoriale, ha contribuito a fissare nel tempo, trasformando spesso il vulcano nel simbolo stesso dell’evento.
È proprio da questo immaginario ormai consolidato che prende avvio il lavoro di Massimo Siragusa. Nel libro Etna, pubblicato da Cavallotto Edizioni con un testo di Giovanna Giordano, in edizione bilingue italiano inglese e racchiuso in un cofanetto rigido, l’autore sceglie consapevolmente di allontanarsi da quella grammatica dell’eccezionale per restituire il vulcano come luogo, presenza, relazione. Il volume, disponibile al prezzo di 125 euro, si inserisce nel percorso di ricerca dell’autore, da anni impegnato in un lavoro fotografico che osserva il paesaggio come spazio di stratificazione tra natura, storia e trasformazioni del territorio.
Qui l’Etna non è osservato prima di tutto come fenomeno spettacolare, ma come territorio. Un luogo da attraversare, da frequentare, da conoscere lentamente. Le immagini non mantengono la distanza di chi guarda la montagna da lontano, magari in attesa del momento più impressionante. Al contrario, restituiscono una sensazione di prossimità fisica, quasi di familiarità, costruita passo dopo passo, camminando sulla terra lavica e lasciandosi guidare dal ritmo del paesaggio.
Non è un caso che Siragusa descriva il progetto come un esercizio di lentezza:
“Frequentare l’Etna mi ha svelato il valore della lentezza. Il sottile piacere di riconoscere e accettare l’attesa. L’incedere è diventato esso stesso conoscenza, materia su cui lavorare per farmi assorbire dallo spirito del luogo. Un esercizio che mi ha insegnato a vedere, non solo a guardare”.


Parole che offrono una chiave di lettura per l’intero lavoro e che toccano un tema ricorrente anche nei nostri articoli, tanto nelle interviste quanto nelle recensioni: quello della fotografia lenta. Una pratica che si sottrae alla reazione immediata, al consumo rapido dell’immagine, alla ricerca automatica del picco visivo, per tornare a un tempo fatto di osservazione, attesa, sedimentazione dello sguardo.
In questa prospettiva il libro non si limita a mostrare l’Etna, ma suggerisce anche un modo di stare davanti al paesaggio. Un modo che passa attraverso la frequentazione, l’ascolto, la disponibilità a lasciarsi trasformare da ciò che si osserva.
Le fotografie raccontano il carattere del vulcano nelle sue molte sfumature. Nel volume si alternano le stagioni, il verde dei boschi e il nero profondo della lava, gli angoli meno conosciuti e i luoghi più iconici della montagna. Questa costruzione visiva dialoga con i testi di Giovanna Giordano e con i contributi scientifici di alcuni tra i più autorevoli studiosi del territorio etneo, dando forma a un racconto in cui fotografia, ricerca scientifica e memoria culturale convivono nello stesso spazio.

Il libro non è quindi soltanto un progetto fotografico. Attraverso le immagini trovano voce anche botanici, vulcanologi, studiosi dell’ambiente e del territorio, figure che normalmente operano in ambiti accademici e che raramente entrano in pubblicazioni destinate a un pubblico più ampio. La fotografia diventa così un punto di incontro tra saperi diversi, permettendo alla ricerca scientifica di uscire dalla dimensione specialistica senza perdere rigore e offrendo al lettore uno sguardo più articolato sul paesaggio etneo.
È un’impostazione lontana da molte pubblicazioni accademiche, dove l’apparato fotografico resta spesso marginale. In Etna, invece, la fotografia è l’ossatura del libro, il luogo in cui i diversi saperi riescono davvero a incontrarsi. Ne nasce un equilibrio raro, in cui l’approfondimento scientifico mantiene precisione ma acquista anche una dimensione visiva che lo rende più accessibile.
D’altronde l’Etna non è soltanto un vulcano. È uno dei paesaggi simbolici del Mediterraneo, un luogo in cui geologia, storia e immaginario culturale si intrecciano da secoli. Dalle descrizioni dei viaggiatori del Grand Tour alle rappresentazioni pittoriche e fotografiche dell’Ottocento, la montagna è stata spesso letta come manifestazione del sublime, cioè come espressione di una forza smisurata e in parte inafferrabile.
In queste pagine, però, il vulcano appare prima di tutto come presenza viva. Per chi vive a Catania non è solo un riferimento geografico, ma anche visivo e affettivo. Non a caso, nella tradizione locale, l’Etna è “femmina”: una presenza mutevole, quasi una creatura viva che cambia continuamente aspetto e umore. Come un’adolescente cresce, si trasforma, si allunga.
Dopo una notte insonne, quando una sabbia nera leggera ricopre ogni cosa, al risveglio la montagna può apparire diversa. Può emergere un nuovo cono, una valle riempirsi di lava, un bosco scomparire sotto il fuoco.
Eppure l’Etna non distrugge soltanto. Con la sua lava trasforma, modella e crea nuova vita. È una creatura viva che respira e si muove. A chi ne percorre i sentieri può apparire aspra, faticosa; in altri momenti invece morbida, sinuosa, accogliente. Con la lentezza dei suoi millenni suggerisce ai catanesi una presenza quasi materna, che richiede però attenzione e sensibilità.
Fotografare l’Etna oggi significa confrontarsi con un luogo già densamente abitato dalle immagini. Il rischio è quello di ripetere un immaginario consolidato. Siragusa evita questa trappola spostando il baricentro dello sguardo: non l’evento, ma il territorio; non l’enfasi, ma la durata; non la visione episodica, ma la relazione continua tra natura e presenza umana.
È proprio questo spostamento di prospettiva che permette al libro di sottrarsi all’immaginario più consueto, restituendo l’Etna non come spettacolo, ma come paesaggio vissuto.
Sfogliando il volume ci si accorge presto che la presenza dell’uomo, pur restando spesso ai margini dell’inquadratura, non è mai del tutto assente. Strade che attraversano i campi di lava, case isolate, coltivazioni che si insinuano tra la pietra nera: piccoli segni di una lunga convivenza tra l’uomo e il vulcano.
Questa presenza non domina mai la scena. Il vulcano resta centrale, ma non diventa spettacolo. È piuttosto una forza silenziosa che modella il territorio e il modo in cui viene abitato.
Anche il passare delle stagioni contribuisce a costruire questa percezione. Nel corso del libro il paesaggio cambia lentamente: la neve sulle pendici, la primavera che introduce nuove tonalità di verde, le variazioni della luce e dei colori. Il territorio non appare mai immobile, ma continuamente attraversato dal mutamento.
Questo sguardo si riflette anche nel linguaggio fotografico. Una delle prime cose che si notano sfogliando Etna è la qualità della luce: l’autore evita contrasti drammatici o atmosfere enfatiche, preferendo una luce diffusa, quasi neutra, che restituisce al paesaggio una dimensione sospesa e silenziosa.
In alcune immagini l’attenzione si posa su frammenti di vegetazione o dettagli del terreno fotografati dall’alto, dove la materia lavica, le piante e i colori della terra arrivano quasi a sfiorare l’astrazione. Altrove l’attenzione si concentra su alberi isolati: rami secchi che tracciano segni sottili nel paesaggio invernale, oppure chiome dense che segnano il ritorno della stagione vegetativa.
Colpisce soprattutto il rifiuto della spettacolarizzazione del paesaggio vulcanico. Anche quando compaiono colate di lava o pennacchi di fumo, l’immagine non insiste sull’evento drammatico, ma sposta l’attenzione su ciò che accade attorno al vulcano: la materia del territorio, la vegetazione, i segni dell’abitare.
In Etna il paesaggio non è mai statico. È piuttosto un sistema in continuo mutamento, in cui natura, tempo geologico e presenza umana convivono in un equilibrio fragile. Il vulcano non è l’evento spettacolare che interrompe la normalità del paesaggio, ma la presenza costante che lo modella nel tempo geologico. Ed è forse proprio questa prospettiva, più lenta, più paziente, più attenta alla durata, a restituire dell’Etna una delle immagini più profonde che la fotografia contemporanea abbia saputo costruire.
Silvia Donà