Monica Biancardi. Il Capitale che cresce al MAN di Nuoro

Nata a Napoli nel 1972, Monica Biancardi si forma all’Accademia di Belle Arti della sua città, dove studia scenografia, affiancando a questo percorso un interesse per la storia dell’arte e l’archeologia all’Università Federico II. Il suo lavoro attraversa diversi linguaggi tra disegno, incisione, video e fotografia.

La fotografia, per Monica Biancardi, non è mai solo documentazione della realtà, ma prima di tutto “scrittura con la luce”: un processo che passa attraverso l’ombra, la superficie, la memoria. Negli anni ha sviluppato diverse tecniche, fino alla realizzazione di opere uniche ottenute incidendo manualmente vetro e plexiglass, in cui la luce non si limita a illuminare, ma rivela. Parallelamente, il suo lavoro mantiene una forte dimensione narrativa, legata a uno sguardo antropologico che pone al centro l’individuo in relazione al contesto.

All’interno di questa traiettoria si inserisce Il capitale che cresce, in mostra al MAN di Nuoro dal 24 aprile al 14 giugno 2026. Il progetto, a cura di Chiara Gatti, è vincitore del PAC – Piano per l’Arte Contemporanea 2025, promosso dal Ministero della Cultura.

Il lavoro nasce da un incontro avvenuto nel 2005 in Palestina, dove la fotografa conosce, in un villaggio beduino, due bambine gemelle, Sarah e Saleha. Da quel momento prende avvio un processo di osservazione e relazione che si sviluppa nell’arco di diciassette anni, fino al 2023. Le undici fotografie in bianco e nero presentate in mostra, realizzate con macchine analogiche di medio formato, non documentano soltanto la crescita fisica delle due protagoniste, ma anche trasformazioni più profonde, legate all’identità, ai ruoli sociali e alla progressiva riduzione di libertà e prospettive.

I ritratti delle due gemelle sono intensi e misurati, e restituiscono la sensibilità di uno sguardo che nel tempo ha costruito un rapporto di fiducia e presenza rispettosa con i propri soggetti. L’uso del bianco e nero porta all’essenziale: le figure, in piedi o sedute, fissano direttamente l’obiettivo. Sono immagini che colpiscono per la loro densità biografica, ma anche per la dimensione politica che attraversano – una tensione costante tra permanenza e cambiamento, tra ciò che resiste e ciò che si modifica sotto la pressione della storia.

Il percorso espositivo si articola inoltre attraverso una serie di lavori che ampliano e contestualizzano il progetto. Sette mappe incise su plexiglass restituiscono la progressiva frammentazione del territorio palestinese dal 1917 a oggi, traducendo dati geopolitici in una forma visiva coerente con la ricerca dell’artista. A queste si affiancano un video di viaggio, che ripercorre il tragitto da Gerusalemme Est al villaggio di Hataleen, e una selezione di disegni realizzati dai bambini della comunità, dedicati al tema del mare: un luogo vicino ma inaccessibile, e quindi immaginato.

In questo intreccio tra ritratto, mappa e narrazione, il lavoro mette in relazione tempo privato e storia collettiva, costruendo una geografia umana in cui le vite individuali diventano misura delle trasformazioni politiche. È un approccio che oscilla tra una tensione verso il reportage e una dimensione più intima, dove l’immagine si costruisce come frammento di memoria. Il progetto diventa così non solo un lavoro sulla Palestina, ma una riflessione sul tempo, sulla crescita e sulle condizioni che la rendono possibile – o la limitano.

La mostra è accompagnata dal talk Il capitale che cresce: sguardi sulla Palestina che cambia, in programma giovedì 23 aprile con Chiara Gatti e Monica Biancardi, e da un catalogo edito da Interlinea, con testi critici di Chiara Gatti e Lorenzo Benedetti e una conversazione tra Eyal Weizman e l’artista.

Per ulteriori informazioni: info@museoman.it

Silvia Donà