W4W – The Unseen Issue: Fujifilm sposta lo sguardo

Con The Unseen Issue, W4W non introduce solo un nuovo tema. Si riposiziona, in modo piuttosto chiaro, a partire già dal nome.

L’undicesimo numero del magazine di Fujifilm guarda verso ciò che tende a sfuggire. Non solo ciò che è nascosto, ma anche quello che abbiamo imparato a non vedere. Cose che restano sullo sfondo, spesso senza che ce ne accorgiamo davvero.

Questo numero segna un cambio di direzione. L’edizione precedente, The Women in Photography Issue, era centrata sulle donne come fotografe, sulla loro presenza e sul modo in cui osservano il mondo. Le pagine attraversavano quello che veniva definito un “sentire femminile”, fatto di emozione, intuizione e sguardo. Qui il punto si sposta. Conta meno chi sta dietro la macchina fotografica, e di più ciò che le immagini riescono a far emergere.

Il tema dell’invisibile non è trattato come una categoria, ma come uno spazio dentro cui muoversi. È un numero più compatto, anche più sperimentale, costruito attorno a un’idea precisa. La fotografia diventa un modo per avvicinare realtà poco visibili, momenti intimi, forme di resistenza silenziosa, spesso con un taglio vicino al documentario.

Questo cambiamento si vede anche nella struttura. L’impaginazione è stata ripensata: meno separazione tra i lavori, più continuità. Immagini e testi stanno più vicini. Le fotografie non funzionano come elementi isolati, ma come parti di un racconto più ampio.

W4W continua a muoversi come piattaforma internazionale, mettendo insieme voci da contesti diversi. In questo numero ci sono quasi 30 contributi da oltre 10 paesi. Allo stesso tempo emerge un passaggio su cui vale la pena fermarsi: l’apertura anche a collaboratori uomini.

La scelta viene presentata come un ampliamento, un modo per allargare lo sguardo e costruire un dialogo più ampio. In parte è così. Ma apre anche una domanda che resta sullo sfondo. Cosa succede a uno spazio nato per dare visibilità allo sguardo femminile quando quel perimetro si allarga?

Women4Women non è mai stato solo un tema. Era una presa di posizione. Nasceva da uno squilibrio reale nel mondo della fotografia, creando uno spazio per uno sguardo legato all’esperienza, al contesto, al vissuto. Aprire quello spazio non lo indebolisce automaticamente, ma ne cambia il significato. Il rischio non è nella presenza di altre voci, ma nel fatto che l’urgenza iniziale possa diventare meno definita.

In questo numero si percepisce questo passaggio. Il magazine si muove da un punto di vista piuttosto chiaro verso qualcosa di più universale, dove l’invisibile diventa un territorio condiviso. Se sia un’evoluzione o una forma più morbida di diluizione, resta una questione aperta.

I progetti raccolti attraversano documentario, ritratto e pratiche più legate all’impegno sociale, ma condividono un approccio simile.

La copertina dà subito il tono. È un’immagine di Lisetta Carmi tratta dalla serie I travestiti (1965–1971), un lavoro che ha raccontato la comunità transgender genovese con grande sensibilità e rispetto. È una scelta coerente, non solo per il valore storico, ma per il modo in cui rimanda a vite rimaste a lungo ai margini.

Tra gli autori, Valentina Tamborra presenta The Flowers Remain – Identity Surviving Torture, concentrandosi su ciò che resta dopo il trauma. Giulio Di Sturco propone Anthropocosmos, una riflessione sugli spazi in cui si costruisce il futuro. Tomasz Lazar lavora sull’assenza e sulle conseguenze, tra pandemia e guerra. Omar Larentis, insieme a Ilaria Gorini, introduce una dimensione scientifica, utilizzando tecnologie di imaging per rendere visibile ciò che non lo è.

Altri contributi si muovono su un piano più personale: malattia, resilienza, disuguaglianze, esperienze vissute. Nel complesso si costruisce un racconto stratificato, che passa dal singolo alle condizioni più ampie.

Una selezione dei lavori sarà presentata nella mostra Where the Unseen Becomes Visible, dal 24 al 30 aprile 2026 presso lo spazio Fujifilm X-DEN di Düsseldorf. Un’occasione per portare il progetto fuori dalla pagina e aprire uno spazio di confronto.

Silvia Donà