Fujifilm Instax Mini Evo Cinema: guardare attraverso un filtro, prima ancora di filmare

Una conversazione con Jan Daga, nata nel backstage di un festival Khon e finita, come spesso accade con certi oggetti fotografici, molto lontano dalla sola questione tecnica.

Eravamo appena arrivati a Sattahip, una piccola cittadina costiera a circa 170 chilometri a sud-est di Bangkok, quando Jan ha tirato fuori dalla borsa una piccola macchina dall’aspetto rétro. Mi ha raccontato di essere riuscito a procurarsela un paio di settimane prima a Bangkok. Era la Fujifilm Instax Mini Evo Cinema. 

“Sono andate sold out subito” mi ha detto. “Per fortuna l’avevo ordinata in anticipo.” 

Eravamo lì per fotografare il backstage di un festival di danza Khon e la fiera che, quasi inevitabilmente prende forma attorno a eventi del genere. Quando si fotografa a lungo insieme, però, gli strumenti prima o poi entrano nella conversazione. Non sempre per ragioni tecniche. A volte perché una macchina, anche una macchina piccola e apparentemente laterale, finisce per dire qualcosa sul modo in cui ci disponiamo davanti alle cose.

Jan Daga ha lavorato tra reportage, pubblicità e cinema come fotografo di scena  (link). Con lui le conversazioni difficilmente restano tecniche a lungo. Una macchina fotografica può essere il punto di partenza, certo, ma quasi mai rimane soltanto una macchina fotografica: diventa un pretesto, una deviazione, a volte persino un modo per capire perché certe immagini ci attraggono prima ancora di sapere se funzionano davvero.

Fino a quel momento della Evo Cinema avevo letto soltanto l’articolo che il mio collega Silvio Villa aveva scritto per DF  (link), dove la descrive come un oggetto “capace di costruire una relazione con chi la usa, più legata al gesto e all’esperienza che alla qualità dell’immagine.” Quella frase, sul posto, mi tornava in mente con una certa insistenza. Perché una cosa è immaginare questa relazione davanti alla scheda tecnica o dentro una recensione; un’altra è vederla mentre la videocamera viene tirata fuori in mezzo alla strada, dentro un backstage, tra luci sporche, rumore e scene che cambiano senza chiedere il permesso.

La prima reazione di Jan è stata immediata. “Ho pensato: che figata.” Se l’aspettava meno compatta, meno semplice, forse anche un po’ più macchinosa. Invece la Evo Cinema appartiene a quella categoria di oggetti che non chiedono subito di essere capiti, ma accesi. Prima ancora di interrogarti sul funzionamento, ti ritrovi a cambiare filtri, provare effetti, sovrapporre combinazioni, non tanto per ottenere un risultato preciso, quanto per vedere fino a dove l’immagine accetta di essere spostata.

Qualche limite, però, si mostra abbastanza presto. Alcuni dettagli costruttivi non lo hanno convinto del tutto, soprattutto l’elemento magnetico applicato alla lente, che gli sembra fragile, quasi provvisorio. Eppure, mentre ne parla, si capisce che non è quello il punto su cui vuole restare.

Mentre ne parlavamo, Jan tornava sempre lì, al momento in cui il filtro smette di essere una scelta successiva e diventa qualcosa che agisce già durante la ripresa. “La cosa bella è che io vedo già mentre giro come verrà il video. Non devo pensare prima e poi mettere il filtro dopo”, mi spiegava.

Forse è qui che la Evo Cinema diventa meno ovvia di quanto sembri. Il filtro non arriva dopo, come correzione, abbellimento o trucco applicato a un’immagine già presa. Sta già lì, mentre filmi. E questo, anche quando non ce ne accorgiamo subito, cambia qualcosa: non guardi più soltanto una scena chiedendoti come verrà, ma cominci a cercare ciò che sembra già disponibile a entrare dentro quell’estetica.

Alla fiera di Sattahip succedeva spesso. Molte giostre thailandesi conservano ancora un’estetica che sembra arrivare dagli anni Ottanta o Novanta e, in certi momenti, il filtro quasi scompariva dentro le cose, come se fosse stato previsto da quelle luci, da quei colori, da quel modo un po’ sfasato di occupare lo spazio. Appena ci si allontana da ambienti simili, però, e si entra in contesti troppo contemporanei, troppo puliti, troppo riconoscibili come presenti, il filtro torna a farsi vedere. E quando si fa vedere troppo, comincia anche a mostrare i suoi limiti.

“Tra i preset disponibili quello degli anni Novanta è il mio preferito. Aumenta la distorsione tipo videocassetta rovinata. Però non esagero. Lo tengo a metà, perché altrimenti stanca.”

C’è un piccolo paradosso, nella Evo Cinema, che Jan sembrava usare quasi istintivamente. Più il filtro riesce a farsi dimenticare, più funziona. Quando invece pretende troppa attenzione, quando diventa il primo elemento che vediamo, allora l’immagine rischia di arretrare e di lasciargli tutto lo spazio. Non sempre è un guadagno.

A un certo punto, senza che fosse davvero necessario nominarla subito, è entrata nella conversazione la nostalgia. O meglio, sono entrati i ricordi che una macchina del genere sembra chiamare a raccolta anche quando non le si vuole concedere troppo credito.

“Un ventenne non può avere nostalgia degli anni Novanta» mi ha detto. “È una nostalgia proiettata.”

La frase mi è rimasta in testa. Per molti ragazzi quel passato esiste soprattutto attraverso le immagini: film, serie, videoclip, moda, archivi digitali continuamente rimessi in circolo. Lo riconoscono subito, anche se non lo hanno attraversato davvero. Forse una videocamera come la Evo Cinema diventa interessante proprio in questo scarto, perché non riporta semplicemente indietro nel tempo, e forse nemmeno pretende di farlo, ma lavora su un immaginario comune, fatto di immagini che tornano, vengono imitate, consumate, riconosciute da generazioni diverse per ragioni che non coincidono mai del tutto.

A dirla tutta, alcune delle cose che a Jan convincono meno sono anche quelle che, alla fine, danno alla videocamera una fisionomia precisa. Le clip sono molto brevi, certi filtri fanno crollare parecchio la qualità dell’immagine e spesso si ha la sensazione di lavorare più per frammenti che per sequenze vere e proprie. Non sembra uno strumento nato per costruire lentamente, almeno non nel senso in cui siamo abituati a intendere la costruzione di un racconto visivo.

Il formato verticale rafforza questa impressione. Non c’è bisogno di forzare troppo l’interpretazione: la Evo Cinema nasce dentro un modo ormai dominante di produrre e condividere immagini, fatto di contenuti brevi, immediati, destinati a essere visti in fretta e altrettanto in fretta sostituiti.

Nel modo in cui Jan ne parlava, la Evo Cinema non sembrava trovare il suo posto naturale né tra i fotografi né tra i videomaker, almeno non come categoria professionale. Lui la immaginava altrove: nelle mani di musicisti, artisti, persone che hanno già un progetto in testa e cercano un’estetica abbastanza riconoscibile da poter diventare parte del racconto.

“Per me ha senso quando entra dentro qualcosa di preciso. Un progetto musicale, dei frammenti di backstage…”

Alla fine, mi è sembrato che Jan tornasse sempre lì: la Evo Cinema funziona quando entra dentro qualcosa che esiste già, quando non deve inventare da sola il proprio senso, ma può aderire a un progetto, a un’atmosfera, a un immaginario già in movimento. Fuori da quel contesto rischia di restare sospesa; affascinante, certamente, anche divertente, ma forse non del tutto risolta.

Mentre tornavamo verso Bangkok continuavo a pensare che probabilmente non comprerei mai questa videocamera per usarla tutti i giorni. Eppure capivo bene l’entusiasmo di Jan. Con certi strumenti un po’ strani, forse, il punto non è soltanto quello che permettono di fare, ma il modo in cui orientano il desiderio dell’immagine: le situazioni che ti spingono a cercare, gli errori che ti autorizzano, i frammenti che improvvisamente sembrano meritare attenzione.

Silvia Donà