In attesa, in silenzio

Probabilmente è stato il silenzio l’ospite inquieto che ci è rimasto accanto durante i mesi di chiusura da pandemia, si è appiccicato alle nostre vite come un convitato di pietra o meglio un fantasma che sembra non andarsene via mai veramente, déjà vu intriso di attese e paure. Furono silenzi di sguardi dalla finestre, di paesaggi deserti senza movimenti.

Il poeta Mark Strand, a proposito dei quadri di Edward Hopper, ha scritto che «le stanze di Hopper diventano tristi rifugi del desiderio. Vogliamo saperne di più di ciò che accade al loro interno ma, ovviamente, non è possibile. Il silenzio che accompagna il nostro guardare sembra accrescersi. Ci turba. Vogliamo andare oltre. E qualcosa ci spinge a farlo, nell’attimo stesso in cui qualcos’altro ci costringe a restare fermi. Ci pesa addosso come solitudine. La distanza tra noi e ogni altra cosa cresce». Credo che quel silenzio, quella solitudine e quelle stanze, tristi rifugi del desiderio, abbiano a che fare con lo stato d’animo dell’attesa, che diventa condizione umana allo stesso tempo particolare e universale. Le persone ritratte nei quadri di Hopper sembra che attendano qualcuno o qualcosa che sta per arrivare, che deve giungere anche se non ci è dato di sapere in alcun modo quando.

Sono persone sedute su di un letto o su una poltrona, colte nella loro intimità mentre guardano verso un punto indefinito al di fuori della finestra; altre volte sono paesaggi che sembrano restituire lo sguardo delle persone, specchi fedeli della medesima solitudine che insiste sui personaggi ritratti. Osservando quei dipinti non ci è mai dato di vedere quello che quegli uomini e quelle donne ritratte guardano veramente, né possiamo penetrare dentro i loro pensieri. Sono scene di stanze di città o di periferia, paesaggi che raffigurano pompe di benzina desolate o fari sperduti su colline a ridosso di spiagge o luoghi di vacanza; luoghi nei quali si avverte un senso di sospensione nel tempo e nello spazio, un immobilismo che appartiene in egual modo alle persone e al luogo che le ospita, come se fossero fatti della stessa essenza, legati in una dimensione di attesa che li accomuna.

«L’attesa ci modifica. – scriveva Paul Valéry. La non-risposta agisce». E infatti tendiamo a vivere l’attesa come se fosse solamente una porzione di tempo tra due fatti che accadono, uno iato sospeso tra un inizio e una fine. Pensiamo l’attesa come tempo senza renderci conto che assomiglia più ad un luogo, uno spazio che abitiamo con le nostre aspettative, i nostri sogni ad occhi aperti e i desideri; l’attesa è una stanza segreta in cui siamo anche chi non diventeremo mai.

Le figure dei quadri di Hopper, ma anche quei paesaggi tagliati dalla luce del sole, abitano le stanze dell’attesa: sono superbe allegorie, metafore di solitudini di tante esistenze. Forse è per questo che i dipinti di Hopper ci affascinano, perché ci costringono a entrare in quelle stanze e a immaginare di guardare fuori dalle finestre. In questa direzione lo sguardo di Hopper è propriamente fotografico, perché pur descrivendo una scena realistica, in verità ci rimanda sempre a qualcosa che avviene al di là della cornice del quadro, in un fuori campo nel quale l’immaginazione prevale sulla realtà. In quei luoghi rappresentati come appartamenti vuoti e disadorni, viene raffigurata un’attesa che ci modella, che ci cambia nel profondo facendoci prendere consapevolezza dei nostri pensieri più segreti.

Per questa ragione attendere non si configura mai come un momento passivo, ma al contrario come un’occasione di rielaborazione interiore: non aspettiamo mai invano, perché in quella stanza non siamo mai veramente soli e in quel luogo, fatto di silenzio, incontriamo la possibilità di vedere cosa c’è dentro di noi. Nell’osservare i quadri di Hopper mi torna sempre in mente un brano di John Cage, intitolato 4′ 33”, che deve essere eseguito al pianoforte, davanti ad un pubblico ma con una precisa indicazione: non ci deve essere nessuna musica, né suoni o rumori; solo silenzio. Un silenzio che deve durare quattro minuti e trentatré secondi, quindi con un inizio e una fine. Un brano che è musica a tutti gli effetti, perché la musica è fatta anche di silenzi e di pause. Un brano che ha durata e spartito, perché dopo 4′ e 33” si interrompe ed è seguito da un altro componimento. Un brano infine che descrive chiaramente quelle figure di Hopper, quei paesaggi immersi nel silenzio e quelle stanze, abitate dalle nostre solitudini e dalle nostre attese.

Rossano Baronciani