L’emozione del mondo

Nell’ultimo film di Pupi Avati (Dante, 2022), dedicato alla vita di Dante Alighieri, due scene sembrano rispecchiarsi l’una nell’altra, sono simmetriche e fondamentali per comprendere il punto di osservazione scelto dal regista bolognese per la narrazione. Infatti in una scena è raccontato l’episodio del primo saluto che Beatrice rivolge a Dante, la vicenda è descritta nella «Vita nova» e testimonia l’insorgere dell’amore nel cuore del giovane poeta allorquando Beatrice volge il suo sguardo a Dante facendogli dono del suo saluto. La seconda scena invece è di pura invenzione poiché osserviamo Beatrice, novella sposa, poco prima di salire le scale che l’avrebbero condotta nella sua nuova casa che, volgendosi indietro e condividendo lo sguardo con il giovane poeta, recita i versi della poesia «Tanto gentile e tanto onesta pare». Le voci dei due ragazzi si alternano, quasi confondendosi, al punto che sembra quasi Beatrice a dettare le parole che daranno forma al sentimento del poeta. In queste due scene è descritto il passaggio, l’evoluzione di un innamoramento che nasce “per veduta”, in perfetto stile di Amor cortese, per trasformarsi in un amore che non avrebbe più riguardato i due ragazzi, bensì il poeta e l’anima della donna amata.

Quello che accade nella «Vita nova» è il superamento di tutti i codici stilnovisti, della Scuola siciliana e della poesia trobadorica, in quanto Dante giunge alla concezione di un modo diverso di intendere e di sentire ‘Amore’, là dove la donna diviene il tramite, la forza che porta direttamente verso Dio. Secondo Dante il sentimento suscitato dalla donna, l’amore che riconosciamo nel nostro cuore, ci permette di identificare dentro di noi l’immanenza di Dio, il segno, la scintilla che ci rende tutt’uno con il Cielo. E questo accade quando Beatrice muore e il poeta realizza che quel sentire ancora permane nel suo cuore, poiché con la dipartita di Beatrice Dante comprende che quell’amore non è stato solamente terreno, tuttavia neppure unicamente spirituale, bensì la forma attraverso quale il divino si manifesta, e rende concreto il vero senso dell’amore spirituale. Tesi che verrà ribadita anche nell’ultimo canto del Paradiso, quando Dante scriverà che «al fine di tutt’ i disii», ovvero quando giungeremo al compimento di tutti i desideri, sarà proprio in quel momento che ritroveremo Dio, riconoscendo come sia uno solamente, sia pur disseminato in ciascuno di noi, «l’amor che move il sole e l’altre stelle». A tal riguardo Pupi Avati ci consegna uno dei passaggi più belli del film, quando viene descritto Dante che dorme per terra nella Basilica di Sant’Apollinare in Classe per potersi emozionare al risveglio con la meravigliosa immagine del dettaglio del mosaico raffigurante la Trasfigurazione. Mosaico che, con tutta probabilità, ispirò profondamente il poetadurante gli ultimi anni della sua vita, lui che “conosceva il nome di tutte le stelle”.

La Croce di Sant’Apollinare in classe Ravenna

Eppure di fronte a tanta complessità, Pupi Avati sceglie di affrontare la narrazione ruotando attorno agli stessi temi affrontati dal Dante della «Vita nova», in particolare approfondendo due tematiche estremamente care al regista e che occupano gran parte della sua importante produzione cinematografica: il tema della memoria e dell’amore. Se pensiamo ai suoi lungometraggi dedicati alla giovinezza bolognese o alla particolare attenzione che il regista ha sempre rivolto alle storie ‘di ragazzi e di ragazze’, allora ci renderemo conto che anche questa volta tutto si muove intorno ai ricordi, al passato della vita di Dante sulle cui tracce si muove un bravissimo Sergio Castellitto nei panni di Boccaccio, e poi sull’amore autobiografico raccontato nella «Vita nova» (definito dallo stesso Dante come il “libro de la mia memoria”), ovvero il racconto di quell’amore che ci solleva dalla nostra condizione di passione terrena per poi ascendere «oltre la spera che più larga gira», ossia verso il paradiso. Ed è proprio al Dante ragazzo che vive con tutto l’ardore e la passione tipici della giovinezza che il regista rivolge tutta la sua attenzione e il suo affetto, ed è come se il poeta venisse metaforicamente tirato giù dalle statue su cui viene sempre posto, mentre al viso severo e accigliato delle innumerevoli rappresentazioni iconografiche del sommo poeta, il regista abbia preferito il volto innocente, a tratti ingenuo, di Dante ragazzino.

In questa cornice di amore e di ricordi anche il tema del viaggio, così importante per comprendere la Commedia, viene ripreso e rappresentato nel percorso che deve compiere Boccaccio per raggiungere l’unica erede di Dante, la figlia Antonia che da suora aveva preso il nome di Suor Beatrice, per poterla risarcire con dieci fiorini d’oro a nome dei capitani della compagnia di Orsanmichele, consapevoli dell’ingiusta punizione che ebbe Dante dalla città di Firenze. E sarà proprio in un toccante dialogo finale che si svolgerà di notte nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi a Ravenna, che Boccaccio  e Suor Beatrice ricorderanno Dante bambino che si faceva cogliere le mele dalla madre e che, nel cuore dei due, rimarrà sempre raffigurato come un ragazzino.

E questo forse perché per essere poeti e riuscire a cogliere nell’amore l’emozione del mondo, occorre rimanere bambini, per sempre.

Rossano Baronciani