“L’opera d’arte metafisica è, quanto all’aspetto, serena: dà però l’impressione che qualcosa di nuovo debba accadere in quella stessa serenità” (G. De Chirico).
“Nel mondo c’è un’immensa quantità di cose misteriose: uno sguardo, il silenzio di una piazza, certe strade, certi oggetti. Queste cose sono metafisiche” (G. De Chirico).
“Questa città è fatta per accogliere il pensiero, per contenerlo e trattenerlo senza che si senta costretto. Qui il pensiero trova il suo spazio e il suo tempo, un tempo sospeso, come d’invito, d’attesa. Qui il pensiero sente d’essere sul punto d’affacciarsi all’orizzonte della mente” (I. Calvino).
Fino al 21 giugno è ancora possibile visitare – nelle sedi di Palazzo Reale e del Museo del Novecento di Milano – la mostra diffusa Metafisica/Metafisiche, con cui la città celebra la corrente artistica e culturale della Metafisica, cercando di ricostruirne la genealogia e le molteplici diramazioni secondo un disegno unitario che ne metta in dialogo – attraverso oltre quattrocento opere tra pittura e scultura, letteratura e musica, teatro, moda, architettura e design, cinema e fotografia – i maestri con i relativi ‘eredi’ ed ‘allievi’ del XX e XXI secolo: apparentemente “episodi lontani e diversi, […] nati dall’immaginazione di artisti distanti dal punto di vista generazionale, culturale e linguistico”, ma accomunati “da una specifica postura, una sorta di inconfondibile ‘manière de voir’ ispirata a un’esperienza poetica laterale, clandestina e forse marginale, maturata più di un secolo fa in una città di provincia, posta fuori della storia” (V. Trione).
Il progetto, a cura di Vincenzo Trione, promosso dal Ministero della Cultura e dal Comune di Milano e prodotto da Palazzo Reale, Museo del Novecento, La Grande Brera-Palazzo Citterio e Gallerie d’Italia insieme ad Electa, ha coinvolto Palazzo Reale e altri tre musei milanesi, mettendo in dialogo discipline e sguardi differenti ed affiancandolo ad un programma di eventi culturali, tra cui Racconti della metafisica, in collaborazione con il Museo Nazionale di Fotografia – MUNAF. Al termine della tappa milanese la mostra si sposterà a Roma, dove un diverso percorso espositivo cercherà di valorizzare la collezione permanente della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea.
A Palazzo Reale, in particolare, la mostra “Modernità e malinconia”, realizzata in collaborazione con Fondazione Giorgio e Isa de Chirico, Museo Morandi, Archivio Alberto Savinio e Archivio Carlo Carrà, parte dalla nascita della Metafisica ad opera del gruppo storico, indagandone l’evoluzione e gli sviluppi “come movimento artistico, come tendenza, come figura estetica e poetica del Ventesimo e Ventunesimo secolo” (V. Trione), attraverso opere provenienti da più di 150 istituzioni pubbliche e private, nazionali e internazionali. Oltre ai capolavori dei maestri il progetto espositivo, scandito in capitoli, allarga lo sguardo nello spazio e nel tempo, mostrando le influenze e la fortuna che la metafisica ha avuto fino ad oggi da parte di artisti che ne hanno assorbito principi, ispirazioni ed atmosfere, attraverso trasformazioni e persistenze, in vari ambiti artistici (dipinti, sculture, fotografie, disegni, oggetti di design, modelli architettonici, illustrazioni, fumetti, riviste, video, vinili ecc.).

Al quarto piano del Museo del Novecento, invece, l’architettura ‘metafisica’ dell’Arengario accoglie la mostra di carattere storico-archivistico “Milano Metafisica”, nella quale è approfondito il rapporto con la città di Milano – all’epoca crocevia artistico e intellettuale oltre che laboratorio di sperimentazione e dialogo tra le arti – partendo dagli Archivi Ettore e Claudia Gian Ferrari. Qui disegni, maquette, abiti, materiali d’archivio e fotografie mostrano bozzetti di scenografie e costumi di De Chirico, Savinio e Carrà realizzati tra gli anni ’40 e ‘50 per il Teatro alla Scala, oltre a fotografie d’epoca e disegni preparatori dei Bagni Misteriosi di De Chirico per la Triennale di Milano.

Ma cos’è esattamente la Metafisica?
Oltre che uno dei più significativi e controversi movimenti artistici d’avanguardia italiani della prima metà del Novecento, essa rappresenta “un varco tra realtà e mistero, uno spazio sospeso in cui gli oggetti si caricano di interrogativi e il tempo sembra arrestarsi, in attesa di una possibile interpretazione. Un’esperienza visiva e concettuale che genera meraviglia, talvolta perfino inquietudine” (T. Sacchi).
Nata a Ferrara – ‘la città delle cento meraviglie’ – nel 1917, durante la Grande Guerra, presso l’ospedale psichiatrico Villa del Seminario (una sorta di rifugio-laboratorio), da parte di Giorgio de Chirico insieme al fratello Alberto Savinio, a Carlo Carrà e Filippo de Pisis, presto si configura come un’originale poetica di matrice filosofica volta alla riscoperta della tradizione e della classicità, riaffermando la centralità della pittura e dei valori plastici, al di là dei miti progressisti e delle sperimentazioni cubiste, futuriste e dadaiste. A differenza del futurismo, che esaltava la velocità, il progresso, il movimento e il tempo lineare, la metafisica è infatti basata sull’immobilità, il classicismo atemporale, lo straniamento, l’eterno presente, il tempo ciclico; la realtà viene guardata in maniera non comune, alla ricerca del mistero che abita il quotidiano, trasformando semplici oggetti del presente in presenze enigmatiche, isolate dal tempo e dalla dimensione consueta, al fine di svelare la verità nascosta delle cose: “superando il dualismo platonico, per i metafisici la materia diventa luogo di manifestazione dello spirito: la trascendenza non è oltre il mondo, ma – in senso spinoziano – ne costituisce una possibile espressione” (D. Piraina).
Giorgio De Chirico – il Pictor Optimus – a cui sono dedicati prologo ed epilogo della mostra, ne è profeta e testimone, offrendo una visione radicalmente nuova della realtà fatta di piazze silenziose, spazi urbani vuoti e dilatati, nella quale la presenza umana è assente o trasformata in manichino, in cui statue classiche sono accostate a oggetti comuni, e in cui lo spazio è dominato da prospettive innaturali e ombre allungate che accrescono il senso di attesa e straniamento, ove il tempo sembra arrestarsi e il reale si offre come un enigma da decifrare: in questo modo lo spettatore è chiamato a guardare ‘oltre’ l’apparenza delle cose.


Opere di De Chirico in mostra (foto dell’autore)
Al gruppo originario, composto da “una pluralità di prospettive capaci di coniugare tradizione e sperimentazione, misura e immaginazione” (T. Sacchi), tra 1918 e il 1919 si aggiunge Giorgio Morandi – autore di una serie di nature morte attraversate da una quiete carica di tensione.

Insieme questi artisti, con le proprie opere, danno voce “all’inquietudine di un secolo, alimentano struggenti malinconie, colg[iendo] il mistero che si cela dietro le cose ordinarie” (V. Di Rosa) e contribuiscono a ridefinire il linguaggio visivo del secolo scorso, non solo modificando il modo di fare arte, ma anche quello di concepirla e di guardare il mondo, che non è più solo “un linguaggio visivo, ma un modo di pensare”.
Seppur la stagione strettamente metafisica del gruppo avrà vita breve, quell’esperienza fondativa eserciterà però una notevole influenza – dal punto di vista concettuale e simbolico – su numerosi artisti italiani ed europei del XX e XXI secolo che, pur seguendo percorsi autonomi, attraverso sensibilità diverse ne assorbiranno il lessico o le suggestioni formali e compositive: piazze e statue, archi e portici, torri e ombre, manichini e nature morte verranno utilizzate su registri diversi sotto forma di omaggi, citazioni e riscritture, fino ad acquistare significati ulteriori, passando dal Novecento al Realismo Magico, con Mario Sironi e Felice Casorati, fino al Surrealismo di André Breton, Salvador Dalí, René Magritte e Max Ernst, per proseguire nel Secondo Novecento – tra tributi e reinvenzioni – nella grande astrazione europea e statunitense del secondo dopoguerra, dalla Pop Art all’Arte Concettuale al Postmoderno, attraversando generazioni, culture e linguaggi differenti.
L’influenza di questo “fenomeno culturale totale, capace di permeare ogni ambito della creazione e del pensiero”, che rappresenta, più che uno stile, un’attitudine intellettuale, si è però estesa nel Novecento anche oltre la pittura – come sperimentato dagli stessi metafisici attraverso il disegno di scenografie per teatro, cinema e televisione, illustrazioni di riviste di moda, disegni di abiti, tessuti e costumi di scena – coinvolgendo in maniera trasversale “territori inattesi” come il teatro, riprendendo la teatralità implicita nell’impianto delle pitture; il cinema d’autore, con registi come Antonioni, Fellini e Wim Wenders; la moda e la letteratura; il design, passando da Gio Ponti a Mendini con opere caratterizzate da “stilemi contrapposti al linguaggio formale del funzionalismo” (M. Chiapponi), e infine la fotografia e l’architettura. Le architetture metafisiche infatti – ispirate al classicismo ma private della vita – hanno contribuito ad alimentare una riflessione sul rapporto tra uomo, città e memoria, influenzando l’architettura (e di conseguenza la sua rappresentazione fotografica) attraverso l’uso di geometrie essenziali, prospettive rigorose e atmosfere astratte e silenziose.
Ed è proprio su quest’ultimo affascinante tema – già affrontato in altre occasioni – che ci soffermeremo, partendo da una personale selezione del ricchissimo allestimento proposto a Palazzo Reale – forse un pò troppo frammentario per la grande quantità di temi affrontati contemporaneamente – per indagare il rapporto tra Metafisica, architettura e fotografia, strettamente interrelato all’architettura del Novecento e alla sua rappresentazione.
L’iconografia delle “Piazze d’Italia” di De Chirico – basata sull’architettura della città di Ferrara e nella quale il tempo risulta cristallizzato – aveva infatti proposto agli architetti usciti dalla Grande Guerra “la prospettiva di un ritorno all’ordine, che coincise per molti in una tradizione rinnovata”, in parte colta dall’architettura tra le due guerre, che “ne adottò l’aspirazione all’assoluto e al trascendente” (F. Irace), soprattutto nei grandi cantieri delle città nuove.

Nelle zone periferiche dell’Agro Pontino e della Pianura Padana, in Sardegna, in Istria e nelle colonie (Libia, Eritrea, Somalia, Dodecaneso), dalla fine degli anni Venti nacquero infatti numerose città di fondazione, progettate e realizzate in tempi stretti sulla spinta del Regime, “insediamenti nati dalla volontà politica e dall’applicazione di precise teorie urbanistiche ispirate da istanze antimoderne e antiurbane tese a valorizzare la vita e l’economia nei centri rurali e nelle periferie” (A. L. De Simone), tra cui Littoria, Pontinia, Aprilia, Pomezia, Carbonia, Arborea, Fertilia, Tresigallo e Sabaudia, quest’ultima definita “una città nuova ma pronta da secoli” (M. Bontempelli). In esse si concretizzò la trasposizione architettonica dei luoghi metafisici, con impianto orientato secondo direttrici prospettiche – sottolineate da porticati e pavimentazioni – volte a guidare lo sguardo dal centro verso la campagna circostante, ove la piazza principale, sovrastata dalla Torre Littoria, era circondata da quinte urbane comprendenti i principali edifici pubblici di impianto razionale.


Fotografie di alcune città di fondazione fascista in mostra (foto dell’autore)
Nel frattempo nei grandi centri l’architettura del Ventennio si affermava con costruzioni monumentali, come i progetti di Enrico Del Debbio per il Foro Italico (1927-38), un’estesa progettazione architettonico-paesaggistica in equilibrio tra classicismo e modernità concepita per offrire alla capitale un’area dedicata alle discipline sportive, e quelli di Angiolo Mazzoni per la Stazione Termini di Roma (1939-1942), le cui ali laterali, realizzate secondo il progetto originario, erano sottolineate da una serie di arcate a più livelli richiamanti il tema figurativo dell’acquedotto romano, concludendosi in slanciate torri-serbatoio quali punti di riferimento simbolici nel paesaggio.

Tra le architetture più iconiche del periodo non si può dimenticare il Palazzo della Civiltà Italiana di Roma, noto come ‘Colosseo Quadrato’, progetto di Giovanni Guerrini, Ernesto Lapadula e Mario Romano (1937-38), che, con la sua serrata sequenza di archi sovrapposti e di statue, fu “scelto da Piacentini per l’ispirazione metafisica delle arcate, riletta dai razionalisti e dall’architettura di regime attraverso il filtro del solenne monumentalismo dell’Antica Roma” (A. L. De Simone). Tale edificio, divenuto sfondo o citazione di molti film o eventi di moda, nel 1975 sarà ripreso addirittura da De Chirico ne Il gladiatore nell’arena.


Il ‘colosseo quadrato’ in un’immagine di G. Basilico e in un dipinto di De Chirico (foto dell’autore)
Nel frattempo a Milano Giovanni Muzio, in collaborazione con Sironi, realizzava edifici come il Palazzo dell’Arte per la Triennale (1931-1933), moderna “macchina espositiva” arricchita da opere di Carrà e De Chirico, nella quale il linguaggio metafisico si esplicitò nel grande portale d’ingresso e nelle arcate a tre ali verso il parco Sempione, dove negli anni ’70 verrà collocata la fontana “Bagni Misteriosi” di De Chirico stesso. Richiami metafisici si ritrovano anche nella decorazione provocatoria, in parte grottesca, della Cà Brutta (1919-1923) e nello schermo ad archi sovrapposti in mattoni dell’Angelicum (1939-42) per il convento francescano di S. Angelo (in sostituzione di quello preesistente ‘500esco), soluzione architettonica che, separando i cortili interni dalla strada, garantiva silenzio, riservatezza, luce e aria, dando nel contempo continuità alla facciata e unità allo spazio pubblico.

Nel Dopoguerra questo linguaggio architettonico subì un arresto, dovuto al ripudio per l’ossessione monumentale, che portò a considerare la Metafisica un retaggio del passato da cui rifuggire, ma questa eredità ha continuato ad esistere negli anni a venire, riemergendo a tratti soprattutto nella concezione dello spazio urbano come luogo simbolico, oltre che funzionale.
Tra gli architetti successivi che hanno utilizzato l’alfabeto metafisico quale matrice della propria architettura – seppur mai espressamente richiamato – si può citare Aldo Rossi, che, oltre ad oggetti di design richiamanti vere e proprie architetture metafisiche in miniatura, ha progettato “edifici elementari, piazze vuote, quartieri immersi nel silenzio, città analoghe, […] forme archetipiche dense di rimandi simbolici, atmosfere teatrali, richiami alla classicità, […] costruzioni che fanno della città un luogo mentale, poetico, immobile nel tempo e nella memoria (A. L. De Simone), come il Teatro del Mondo per la Biennale di Venezia del 1980. Tra i suoi progetti più iconici il cimitero di S. Cataldo a Modena (1971-87) è concepito come una città surreale e dechirichiana nella quale si accede da un portale tagliato come un varco nel muro di cinta, al cui centro si staglia un grande cubo traforato color mattone con bucature quadrate, mentre il centro direzionale di Fontivegge a Perugia (1982-89) è uno spazio metafisico composto da un’agorà e da edifici geometrici con aperture quadrate, altissimi colonnati e timpani richiamanti il tempio.


Il cimitero di S. Cataldo immortalato da G. Basilico (foto dell’autore) – Gabriele Basilico, Perugia, Centro Direzionale di Fontivegge, 2007, Archivio Gabriele Basilico
Negli anni successivi la metafisica è stata ripresa quale citazione nell’architettura postmodernista, “ispirando in diversa maniera l’opera di architetti che di volta in volta ne hanno riproposto le istanze di ritorno all’ordine, la nostalgia di un classicismo atemporale, la pratica dello straniamento e dell’ironia” (F. Irace).
Ma quale è il legame tra queste architetture e la fotografia?
Architetture così iconiche sono state immortalate da grandi fotografi, da Gabriele Basilico a Luigi Ghirri, private della presenza umana e rese autonome dallo spazio e dal tempo, spesso divenendo sfondo di immagini ispirate alle atmosfere sospese della Metafisica, all’interno di paesaggi deserti e misteriosi, popolati da statue quali presenze enigmatiche.
Quale strumento di rappresentazione al pari della pittura, infatti, la fotografia metafisica – pur se osteggiata dai pittori metafisici quale ‘invenzione fatale’ – ne ha seguito le orme, a partire dagli anni ’20, dal surrealismo fino a Herbert List, uno dei suoi massimi esponenti negli anni ‘30 – riproponendo “alcune caratteristiche fenomenologiche della pittura metafisica” (C. Balbi), quali le atmosfere sospese, i portici e le piazze deserte, le ombre lunghe, forti contrasti, spazi geometrici e atemporali.
Dopo una battuta d’arresto, però, negli anni ’80 si ebbe “un ritorno di ispirazione, soprattutto nella fotografia di paesaggio urbano” (E. Grazioli), nelle immagini di Gabriele Basilico, Mimmo Jodice, Giovanni Chiaramonte, Franco Fontana, nelle quali “ricorre quella singolare ed enigmatica pulizia di geometria, luce, ombre, vuoto, silenzio” (E. Grazioli): esemplare la recente mostra ‘Napoli metafisica’, nella quale gli archetipi di De Chirico sono stati associati ai ritratti fotografici di Mimmo Jodice, il cui suo sguardo atemporale “pare in grado di ammansire le belve del tempo” (V. Magrelli).


Immagini di Jodice e Ghirri in mostra (foto dell’autore)
Contemporaneamente fotografi come Luigi Ghirri, Joel Meyerowitz, Giovanni Gastel e Olivo Barbieri hanno reinterpretato l’atelier e le nature morte di Morandi, ricreando simili atmosfere seppur trasposte ai giorni nostri.

In altri casi, infine, i fotografi ne hanno inglobato “i principali protagonisti e stilemi […] attraverso ritratti, ‘mise en abÎme’, sagome, ombre” (C. Balbi): ritratti eccellenti di De Chirico o dei suoi luoghi di lavoro sono stati infatti eseguiti da Man Ray, Irving Penn, Henry Cartier Bresson, Ugo Mulas, Claudio Abate, Aurelio Amendola, Gianfranco Gorgoni, “ognuno con un’acuta interpretazione” (E. Grazioli), mentre Morandi veniva immortalato da Ugo Mulas rivolto verso la luce.

In questo modo i protagonisti della Metafisica sono stati ritratti “restituendoli a quel mondo delle cose con il quale essi ingaggiarono una dialettica così appassionata nelle loro opere, mostrando al contempo come il movimento abbia funzionato da motore silenzioso per il medium, originando sperimentazioni impegnate nel trasferire l’enigma dall’opera al creatore, dalla pittura alla traccia luminosa del reale” (C. Balbi).

E oggi? La Metafisica non ha ancora concluso la propria influenza nelle diverse forme d’arte (e non solo), poiché essa, “oggi come ieri, ci ricorda che dietro le apparenze del reale si cela sempre un’altra verità: più silenziosa, più intensa, più autentica” (T. Sacchi): è un invito costante a interrogare il mondo, guardare la realtà come un enigma, valorizzare il silenzio, l’attesa, il mistero, cogliendo i segnali più sottili e i legami invisibili tra le cose, al fine di “riconoscere, nella quiete di una piazza, nel rigore di una natura morta o nell’architettura di un sogno, la presenza di una dimensione più profonda”.
Patrizia Dellavedova
Foto di copertina: Giorgio de Chirico, Enigma della partenza, anni ’30, Fondazione Magnani-Rocca, Mamiano di Traversetolo (Parma) © Giorgio de Chirico, by SIAE 2026. Ove non meglio precisato le foto sono dell’autore.