Nascere con chi muore

In un passo dei Quattro quartetti di Thomas Stearns Eliot, poemetti che il poeta americano scrissetra il 1937 e il 1942, leggiamo: «(…) Noi/ moriamo con chi muore: guarda,/ essi partono, e noi andiamo con loro./ Noi nasciamo con chi muore:/ guarda, essi ritornano e ci portano con loro». Questi versi mi sono tornati in mente recentemente e continuano a fare capolino nei miei pensieri ogni giorno che vedo le immagini strazianti provenire dalle scene di guerra. Le devastazioni, i bombardamenti, i morti si affacciano davanti agli occhi finché anche noi ci sentiamo morire con chi sta perendo in Ucraina e anche a noi ci sembra di andare insieme a chi sta fuggendo via dalla guerra, come profughi e rifugiati.

Tuttavia c’è un verso che scende ancora più in profondità, un verso che esige uno sforzo di comprensione con l’intelletto e con il cuore ed è: Noi nasciamo con chi muore. Ma come si fa a nascere con chi muore? O forse dovremmo chiederci com’è possibile trovare la vita mentre la morte si manifesta con il suo orrore tutto intorno a noi? E ancora, dove possiamo trovare un segno di rinascita quando la fine della guerra sembra ogni giorno più lontana? Eppure una possibile risposta forse c’è e la potremmo trovare in un elemento ricorrente dell’iconografia della Natività, o meglio nel paesaggio che accoglie la nascita di Gesù così come è stato realizzato dai grandi artisti del Rinascimento.

Francesco di Giorgio Martini – Natività

In numerosissime rappresentazioni della Natività o dell’Adorazione dei Magi possiamo osservare, attorno alla scena della venerazione di Gesù bambino, le rovine di antichi edifici che rimandano ad antiche costruzioni di epoca romana. Nel dipinto del 1460 di Francesco di Giorgio Martini lo sfondo è rappresentato da una costruzione classicheggiante che sembra essere stata spezzata in due parti da un fulmine o un terremoto, mentre nell’Adorazione dei Magi di Albrecht Altdorfer del 1530 la scena è collocata all’interno di quelle che possiamo definire come delle vere e proprie macerie.

Albrecht Altdorfer – Natività

Noi sappiamo che il paesaggio di desolazione architettonica è una costante dei due principali soggetti che fanno riferimento alla nascita di Gesù, mentre il rimando bibliografico risale alla Legenda Aurea di Jacopo da Varazze (1228 – 1298), testo in cui si racconta che il Tempio della Pace a Roma sarebbe crollato solo quando una vergine avesse partorito. La citazione del libro di Jacopo da Varazze appartiene al profeta Isaia (“La vergine concepirà e partorirà un figlio che chiamerà Emmanuele” – Isaia 7,14), là dove è anche scritto che l’eternità e la pace non appartengano alle forze e alla volontà degli uomini perché esse si trovano solamente nelle mani di Dio.

Il tema sembra essere proprio la compresenza di vita e morte, concetto che accompagna costantemente l’iconografia rinascimentale di Gesù bambino e di cui troviamo traccia e riscontro anche negli innumerevoli dipinti nei quali vengono riportate le tre specie di uccelli identificati come simboli del sacrificio di Cristo: il cardellino, il pettirosso e il fringuello. Secondo la tradizione questi uccelli, durante la crocefissione, soccorsero Gesù e, con il loro becco, staccarono le spine dalla corona ma si ferirono. Nel dipinto di Raffaello Sanzio Madonna col bambino e San Giovannino (1506) detto Madonna del Cardellino possiamo notare come l’uccello porti, sulle piume accanto al becco, il segno delle ferite di color rosso sangue che Cristo subì in croce.

Raffaello Salzio – Madonna del Cardellino (Particolare)

E allora lo sforzo che la sapienza degli antichi ci invita a fare, ancora prima della teologia cristiana, sembra consistere nel vedere la fine nel principio e contemporaneamente nel pensare la morte come un nuovo inizio, come una vera e propria rinascita. Nelle rappresentazioni pittoriche i segni del Cristo appena nato annunciano la profezia della dipartita, mentre nella morte in croce viene prefigurata la resurrezione; tutto appare nella medesima immagine, come ad affermare che principio e fine, vita e morte non sono momenti che si avvicendano, né tanto meno una coppia di termini contrari bensì parti di un unico istante, un evento in cui si manifesta tutto il mistero della compresenza degli opposti, così scrive sempre Eliot nella medesima poesia: «Ciò che diciamo principio/ spesso è la fine, e finire/ è cominciare. La fine/ è là onde partiamo.»

Il collegamento tra le rovine che circondano l’iconografia relativa a Gesù bambino e la poesia di Eliot sta proprio nel contenuto dei Quattro quartetti, nei quali emerge con forza la certezza che a noi non è dato di comprendere la sincretica esperienza del tutto, ovvero il significato che si nasconde dietro a fatti e avvenimenti a volte incomprensibili e che, nonostante tutto, cerchiamo di spiegare e interpretare, poiché ciascuno di noi riesce a vedere solo le parti, difficilmente il tutto che le contiene. Pertanto l’unica sintesi possibile sembra essere la consapevolezza che è difficile capire o vedere, mentre dovremmo forse solo accettare di trovarci in un viaggio, in un cammino che attualmente procede dentro l’odio e la guerra, con la speranza che questo momento della nostra vita possa presto giungere a termine o, per rimanere nella metafora di Eliot, che ci conduca verso una radura da cui poter scorgere un sentiero che ci porti fuori da questa notte dell’anima.

Nell’iconografia artistica del Rinascimento Gesù nasce tra le rovine di templi e palazzi che si disgregano e cadono a pezzi, dunque il senso è racchiuso nell’idea che la speranza sopravvive sempre alla distruzione, anche quando tutto crolla dentro e intorno a noi.

Dovremmo solamente imparare a resistere di fronte all’odio e alla violenza, e imparare a riconoscere il mondo che nascerà. Certo non è facile vedere una luce, anche fioca, quando tutto cade a pezzi e le macerie ci consegnano sconforto e desolazione, tuttavia tra le immagini fotografiche provenienti dalla distruzione dell’ospedale di Mariupol  abbiamo potuto vedere anche una giovane donna, evacuata prima che le bombe distruggessero il reparto di ostetricia, portare a termine la sua gravidanza e dare alla luce un bambino nato tra le macerie e la devastazione. Una donna con in volto segni di sofferenza e di sangue, una donna che ha dato alla luce un bambino venuto al mondo in mezzo alla violenza, alla morte e alle rovine di una città che un giorno verrà ricostruita.

Mariupol

«Ripeti una preghiera anche per le donne/ che hanno visto i loro figli e i loro mariti/ partire e non tornare/ figlia del tuo figlio/ Regina del Cielo» (T. S. Eliot, Quattro quartetti).

Rossano Baronciani