Niente di nuovo

Che una epidemia sia in grado di investire l’intero pianeta in poco tempo, mettendo in evidenza i limiti delle società cosiddette evolute, è abbastanza evidente. Lo è anche il fatto che dall’eccezionalità si sta facendo largo la normalità, consapevoli che il mondo dominato dalla tecnologia, quella che risolve ogni problema, è andato in crisi o comunque non è iniziato molto bene. Alla prima vera occasione, ha mostrato i suoi drammatici limiti. Non solo, anche il modello urbano, fatto di città piene di appartamenti, dalle metrature limitate, è in crisi, nonché la logica dei centri commerciali, quella dei grandi supermercati, la mancanza del verde, di parchi, di luoghi di benessere collettivo, la scelta di privilegiare l’inquinamento, anziché uno stile di vita più ecologico. Questi alcuni degli elementi messi in evidenza dal forzato isolamento.

Rimanere chiusi in casa diventa l’occasione per leggere un libro, con questa fastidiosa idea che musica, arte, libri, musei, film, siano dei comuni oggetti di consumo, questi sì in abbondanza, sebbene da tempo impolverati, sugli scaffali dei supermercati. Eppure, le librerie da anni sono come le chiese, sempre aperte, ma drammaticamente vuote. In generale è più appropriato, soprattutto in questi particolari casi, suggerire dei percorsi di lettura, affinché sia possibile favorire i presupposti della continuità e dell’abitudine. Le parole vanno scoperte lentamente, silenziosamente, gradualmente. Così, ad esempio, il capolavoro di Józef Czapski intitolato “Proust a Grjazovec” è un buon inizio. Breve, di facile lettura, coinvolgente, tutto da scoprire, nato dalla necessità di «riprendere una qualche forma di lavoro intellettuale, che avrebbe dovuto aiutarci a superare lo sconforto, l’angoscia, e a preservare le nostre menti dalla ruggine dell’inattività». Sicuramente, per alimentare la passione per la lettura e per i libri, lo è anche quello splendido di Alberto Vigevani “La febbre dei libri. Memorie di un libraio bibliofilo”. Anche questo, breve e scorrevole, appassionato e poetico. Un racconto che si muove tra le pagine di rare edizioni all’interno di una città, la vecchia Milano, che lentamente lascia spazio a quella nuova. Se poi l’interesse è per la pandemia, appropriato è il saggio di Kyle Harper intitolato “Il destino di Roma”. Uno studio accurato, con un apparato bibliografico notevole, dove la caduta dell’Impero Romano viene raccontata dal punto di vista del cambiamento climatico e delle epidemie. Rigore scientifico e storico, affidati a una narrazione pregevole e appassionante.
Sfortunatamente leggere non è facile, non ci si improvvisa lettori, così come sarebbe il caso di circoscrivere alla propria intimità quella di saper fare la pizza, il pane, i dolci. La condivisione ossessiva non è una strategia vincente, purtroppo è favorita da una tecnologia fotografica ormai decisamente alla portata di tutti, ormai giunta alla fase predittiva.

Fotografare, fotografare, fotografare. Questa non è una iniziativa per trascorre il tempo in casa, è un imperativo che limita ulteriormente. Molte delle fotografie di questi due mesi sono senza senso, non aggiungono nulla a quello che già si conosce, né tanto meno migliorano l’attesa. È una semplice nevrosi, per di più priva di una certa originalità. La prima fotografia documentata è quella di Joseph Nicéphore Niépce, casualmente una veduta dalla finestra. Non di meno, c’è anche un proliferare di fotografia di interni, dove la scelta compositiva predilige l’idea di vuoto e assenza. Niente di nuovo, Vilhelm Hammershøi pittore danese, poco conosciuto al grande pubblico, ma che ha ampiamente rappresentato la solitudine, l’intimità dello smarrimento esistenziale, il semplice silenzio. Per non parlare del più conosciuto Hopper, le cui ambientazioni di interno sono state letteralmente clonate dai fotografi. La camera da letto di Vincent Van Gogh, oppure Jan Vermeer?
Sono esempi e ce ne sono molti altri, ma la sostanza non cambia. In un momento in cui i rapporti sociali vengono messi in crisi, dove c’è una obbligatoria ridefinizione degli spazi, degli spostamenti, della quotidianità, la risposta non può essere una banalizzazione, una forma di infantilismo artistico, un rifiuto di ciò che è stato prodotto prima. Sfortunatamente fotografare è facile, ma non ci si improvvisa fotografi, anche quando si è professionisti. Diventa solo un esercizio di abilità tecnica ed estetica, perché di concettuale c’è ben poco.

La parola d’ordine ora è: distanziamento. Ci stiamo avviando verso la stagione estiva e inevitabilmente la rigida regolamentazione riguarda anche il modo in cui potremo stare al mare. Gli stabilimenti balneari dovranno fornire garanzie di distanza tra ombrelloni e lettini, tanto che sulla stampa di punta è stato possibile apprezzare i primi render della soluzione proposta, box o gabbie (definite anche così) in plexiglass, all’interno dei quali è possibile essere certi di non essere contagiati. Niente di nuovo. Gregor Schneider è un artista tedesco, le cui opere indagano il rapporto che le persone hanno con gli spazi stretti. Nel 2007 ha trasformato la spiaggia Bondi Beach di Sydney in un’opera intitolata 21 Beach Cells. Le gabbie misuravano 4×4 metri e all’interno c’era quello che serve a chi vuole godersi la giornata al mare. Al di là dell’ispirazione e delle motivazioni dell’artista, l’opera esce ora dall’ambito concettuale di origine e diventa universale, mantenendo comunque invariato il messaggio funzionale, vale a dire le celle come luoghi isolati e sicuri, ma allo stesso tempo prigioni, sebbene diano l’illusione di poter controllare l’esterno, ma che consentono l’accesso al mare è con un percorso che ricorda il labirinto, quasi a scoraggiare il movimento.

 

https://www.gregor-schneider.de/places/2007sydney/pages/20070928_bondi_beach_sydney_01.htm


Federico Emmi