World Press Photo 2020, fra conferme e sorprese

Il giorno 16 aprile 2020 sono stati comunicati i vincitori della 63° edizione del World Press Photo. L’annuncio è avvenuto sui social network del premio poiché la cerimonia è stata annullata a causa delle misure per contrastare la diffusione del Covid-19.

Nata nel 1955, World Press Photo è una fondazione no-profit con sede ad Amsterdam, ideatrice del concorso di fotogiornalismo più importante e prestigioso al mondo. L’obiettivo primario dell’organizzazione è di sostenere la fotografia professionale internazionale,  promuovere gli sviluppi del fotogiornalismo e stimolare lo scambio delle conoscenze e delle informazioni senza restrizioni di alcun tipo.

Seppur in leggero calo rispetto agli scorsi anni, i numeri di questa edizione del concorso sono ragguardevoli.

Quasi 74mila fotografie inviate da più di 4mila fotografi di 125 paesi, giudicate da una giuria di 17 professionisti – nove donne e otto uomini – provenienti da varie realtà del mondo della fotografia. Coordina la giuria Lekgetho Makola, direttore del Market Photo Workshop, prestigiosa scuola e galleria di fotografia di Johannesburg.

Un tale successo è giustificato e alimentato dalla grande visibilità che la consueta mostra itinerante porta con sè in 120 città di 50 paesi, e dalla partecipazione stimata di circa 4 milioni di visitatori, oltre che dalla pubblicazione dell’ormai classico volume annuale, non ultimo da un premio di ben 10mila euro ad entrambi i vincitori delle due categorie principali.

Tutti questi numeri e l’indotto che ne segue permettono al World Press Photo di confermarsi come istituzione mainstream di forte potere economico, paladina del fotogiornalismo etico, ma inevitabilmente essa stessa imbrigliata nelle logiche reazionarie dei poteri da cui dipende. Resta comunque immutato per ognuno di noi, il fascino e la curiosità che esercita questo appuntamento fisso.

Dopo diverse gaffes ed incidenti di percorso, nel 2018 l’organizzazione ha dato una stretta al regolamento, in nome della trasparenza e di un’etica che garantisca la veridicità e l’integrità delle immagini come documentazione.

Alcune regole riguardano l’impossibilità di presentare fotografie composte da esposizioni multiple, polittici o panorami ottenuti unendo più frames, ma è consentito il ritaglio che rimuove i dettagli estranei; la polvere del sensore o graffi su scansioni di negativi possono essere rimossi. Non sono consentiti cambiamenti nei livelli di densità, contrasto, colore e/o saturazione che alterino in modo significativo il contenuto oscurando o eliminando le informazioni nell’immagine. È richiesta la presentazione delle immagini originali in formato raw in una serie che mostri almeno tre fotogrammi prima e dopo. Inoltre la giuria si occuperà personalmente di analizzare la veridicità dei fatti storici oltre che delle didascalie.

Tutto comunque a giudizio insindacabile della giuria, che nel passato è spesso intervenuta in seconda battuta a revisionare le premiazioni. Come se tutte le regole servissero a proteggere la trasmissione della realtà dei fatti, processo che la fotografia – come sappiamo – è impossibilitata a fare. L’etica non è caratteristica propria della fotografia ma del fotografo.

Il concorso è strutturato in due premi principali “Photo of The Year” e “Story of The Year“, oltre che in 8 categorie secondarie.

La giuria del WPP 2020 ha selezionato la fotografia di Yasuyoshi Chiba, Straight Voice, come PHOTO OF THE YEAR.
Il fotografo giapponese fa parte dell’agenzia France-Presse (AFP) ed è già stato vincitore nel 2009 e 2012 in altre categorie.

Straight Voice © Yasuyoshi Chiba, Japan, Agence France-Presse

La fotografia mostra un giovane, illuminato dai telefoni cellulari durante un blackout a Khartoum in Sudan, recitare una poesia di protesta mentre alcuni manifestanti cantano slogan invocando un governo civile.

Le proteste iniziarono verso fine del 2018 a seguito del triplicarsi del prezzo del pane, ma si diffusero rapidamente in tutto il paese. Con un colpo di stato militare, l’11 aprile 2019 il dittatore Omar al-Bashir fu rimosso dal suo incarico ed fu istituito un governo militare di transizione. Ma le proteste continuarono, chiedendo la consegna del potere a gruppi civili.
Le autorità militari cercarono di sopprimere le proteste con la violenza, imponendo blackout e la chiusura di internet. I manifestanti resistettero utilizzando SMS, passaparola e megafoni. Il movimento filo-democratico alla fine ottenne la firma di un accordo di condivisione del potere con i militari, il 17 agosto 2019.

Yasuyoshi Chiba, commentando la propria fotografia, dice: “Questo è stato l’unico momento di protesta pacifica del gruppo che ho incontrato durante il mio soggiorno. Ho sentito la loro indomabile solidarietà come braci ardenti che continuano a bruciare“.

Lekgetho Makola, presidente della giuria, dice: “Soprattutto nel tempo in cui viviamo, quando c’è molta violenza e conflitto, è importante avere un’immagine che ispiri la gente“. Descrive poi in questo modo la fotografia vincente: “Vediamo questa giovane persona, che non sta sparando, che non sta lanciando una pietra, ma recitando una poesia. È riconoscere, ma anche esprimere, un senso di speranza“.

Il premio come STORY OF THE YEAR è andato al francese Romain Laurendeau, per il progetto a lungo termine Kho, the Genesis of a Revolt. Kho significa “fratello” e racconta la genesi di una rivolta. Le 30 immagini narrano la storia del profondo disagio dei giovani che, osando sfidare l’autorità, hanno ispirato il resto della popolazione ad unirsi alla loro azione, dando vita al più grande movimento di protesta in Algeria da decenni.

Kho, the Genesis of a Revolt © Romain Laurendeau, France

I giovani costituiscono più della metà degli algerini e, secondo l’UNESCO, il 72% della popolazione sotto i 30 anni è disoccupata. Dopo il famoso Ottobre Nero del 1988, duramente soppresso con più di 500 persone uccise in cinque giorni, è seguito un “decennio nero” di violenza e disordini. Trent’anni dopo, gli effetti di quel decennio sono ancora presenti. In un paese traumatizzato, l’alta disoccupazione porta alla noia e alla frustrazione e molti giovani si sentono lontani dalle istituzioni, cercando rifugio in gruppi privati che sono “bolle di libertà” lontane dallo sguardo della società e dai valori sociali conservatori. Ma il senso di comunità spesso non è sufficiente per alleviare le cattive condizioni di vita.

Romain Laurendeau ha vissuto a stretto contatto, per lungo tempo, con quei giovani. “Era impossibile per una parte di me non riconoscermi in questi giovani. Sono giovani ma stanchi di questa situazione e vogliono solo vivere come tutti gli altri“.

Gli italiani, come da tradizione, hanno sempre partecipato numerosi al concorso ed anche quest’anno non sono mancati i premi.

Lorenzo Tugnoli con The Longest War ha vinto il primo premio nella categoria CONTEMPORARY ISSUES – STORIES, con un lavoro sull’impatto che il conflitto in Afghanistan ha avuto sulla popolazione civile, provocando un alto numero di vittime, sfollamenti forzati, estrema insicurezza, mancanza di accesso all’istruzione e un indebolimento del sistema sanitario pubblico.

The Longest War © Lorenzo Tugnoli, Italy, Contrasto, for The Washington Post

Nicolò Filippo Rosso arriva terzo nella medesima categoria, con Exodus, reportage sulla crisi socio-economica e politica del Venezuela iniziata nel 2016.

Exodus © Nicolò Filippo Rosso, Italy

The End of Trash – Circular Economy Solutions di Luca Locatelli, vince il primo premio nella categoria ENVIRONMENT – STORIES.
Il progetto commissionato dal National Geographic analizza come un virtuosismo circolare possa offrire una valida alternativa, disaccoppiando l’attività economica dal consumo di risorse finite.

The End of Trash – Circular Economy Solutions © Luca Locatelli, Italy, for National Geographic

Alessio Mamo si aggiudica il secondo gradino del podio nella categoria GENERAL NEWS – SINGLES, con la foto tratta da un reportage per L’Espresso dal titolo Russian Mother and her Child at Al-Hol Refugee Camp.

Russian Mother and her Child at Al-Hol Refugee Camp © Alessio Mamo, Italy, for L’Espresso

Fabio Bucciarelli con Chile: The Rebellion Against Neoliberalism, arriva secondo nella categoria GENERAL NEWS – STORIES. Il fotografo italiano racconta per L’Espresso le violente repressioni delle recenti rivolte avvenute in Cile, dove sono stati segnalati gravi violazioni dei diritti umani.

Chile: The Rebellion Against Neoliberalism © Fabio Bucciarelli, Italy, for L’Espresso

Terzo posto invece nella categoria LONG TERM PROJECTS per Daniele Volpe con il progetto Ixil Genocide. Il fotografo vive in Guatemala da 13 anni e ha lavorato come volontario nel progetto Recuperation of Historical Memory, ascoltando le storie del popolo guatemalteco della comunità Ixil Maya, soggetta a massacri fino agli anni ’90 del secolo scorso. Vede questo progetto fotografico come il suo contributo a rafforzare la memoria storica del paese, come uno strumento per il popolo guatemalteco per non dimenticare.

Ixil Genocide © Daniele Volpe, Italy

Questa edizione del World Press Photo ha anche riservato delle piccole perle che vale la pena citare, e che permettono in minima parte di avere segnali sul futuro del fotogiornalismo. Fra gli autori premiati ci sono due giovani fotografi che hanno utilizzato la pellicola per i loro progetti. Una scelta in controtendenza, riservata certo a lavori più meditativi e meno frenetici, ma che fa ben sperare nell’ottica della conservazione della fotografia tradizionale.

Pur sembrando una semplice nota tecnica di servizio, si rivela invece essere una scelta consapevole di linguaggio, da non sottovalutare. Lavori importanti e coraggiosi, con un’aura morbida e leggera che soltanto la pellicola sa restituire, avvalorando ed impreziosendo l’idea progettuale.

Si tratta della fotografa turca Sabiha Çimen, che con Hafız: Guardians of the Qur’an, segue la vita quotidiana dei collegiali delle scuole del Corano, mostrando sogni ed emozioni così come il divertimento di quando non studiano. L’artista ha utilizzato una Hasselblad 500cm con pellicola colore Kodak Portra 400.

 
Hafız: Guardians of the Qur’an © Sabiha Çimen, Turkey

Il giovane fotografo lituano Tadas Kazakevičius ha utilizzato invece una Mamiya RZ67 Pro II con pellicola Kodak Portra 400 e 160 per il suo Between Two Shores. Il lavoro è composto da una serie di ritratti a soggetti con gli occhi chiusi, in una regione che attira artisti da secoli, per sottolineare il loro legame con il paesaggio.

Between Two Shores © Tadas Kazakevičius, Lithuania

Infine segnaliamo il definitivo sdoganamento, se ancora servisse, delle mirrorless nell’olimpo del fotogiornalismo grazie proprio ai due vincitori dei premi principali, Yasuyoshi Chiba e Romain Laurendeau che, per i loro lavori, hanno utilizzato rispettivamente mezzi Fujifilm X-H1 e X100.