C’è un momento preciso, nella prova di uno smartphone fotografico, in cui ci si accorge che l’oggetto che abbiamo in mano non appartiene alla stessa famiglia degli strumenti a cui siamo abituati. Non è una questione di sensori o di algoritmi: è una questione di attenzione. La fotocamera, qualunque fotocamera, è un dispositivo monofunzionale. Il telefono, invece, è per costituzione polifunzionale: mentre guardiamo dentro l’inquadratura, ci arriva una notifica, una mail, un promemoria. Fotografare con un telefono significa, quasi sempre, fotografare nonostante il telefono.
La cosa più interessante che mi è capitata durante le settimane passate con il Realme 16 Pro+ non riguarda i suoi duecento megapixel, di cui pure parleremo. Riguarda il fatto che, per una volta, ho potuto tenere in tasca un apparecchio che non era il mio telefono. Nessun account personale, nessun contatto, nessuna app di messaggistica sincronizzata: soltanto una fotocamera con un display molto grande. E la differenza si è sentita subito, in quello scarto sottile ma decisivo che separa il guardare distratto dal vedere consapevole. Ho camminato con un solo compito. Ho aspettato. Ho rifatto lo stesso scatto quattro volte cambiando obiettivo. Ho fatto, insomma, quello che si fa con una macchina fotografica e che quasi mai si fa con un cellulare.
Va detto subito, allora, che il ringraziamento dovuto a Realme Italia per averci concesso questo esemplare in prova è duplice. C’è quello di prassi, per l’oggetto: un apparecchio che, come vedremo, ha molto da dire e qualche limite da dichiarare. E ce n’è un secondo, meno prevedibile e per me più sostanzioso, che riguarda proprio l’esperienza appena descritta. Ricevere in prova uno smartphone significa ricevere un dispositivo vergine, non ancora colonizzato dalla nostra vita digitale, non ancora trasformato in centralino. È una condizione che nessuno di noi può ricreare con il proprio telefono senza un atto di volontà, e che qui arriva gratuitamente, come effetto collaterale del prestito.
Consiglierei del resto a chiunque voglia prendere sul serio la fotografia da smartphone di provare a ricostruirsi quella condizione, anche senza avere in prova un dispositivo nuovo: mettere il proprio telefono in modalità aereo e uscire. Il gesto è banale, l’effetto è sorprendente.
Tornando nel vivo della recensione, ho scelto di testare dapprima la resa in condizioni di scarsa luminosità, perché è lì che i compromessi di un sensore da 1/1,56 pollici — grande per uno smartphone, minuscolo per qualunque altra cosa — smettono di essere nascondibili. Il modulo principale del 16 Pro+ monta un Samsung HP5 da 200 megapixel dietro un’ottica f/1,8 equivalente a circa 23mm, con stabilizzazione ottica. È lo stesso sensore che diversi top di gamma riservano al teleobiettivo: qui invece presidia la focale di uso quotidiano, ed è una scelta che si rivela sensata.
Il verdetto notturno è positivo, e lo è soprattutto su un piano che considero più importante della nitidezza: la resa cromatica. Gli algoritmi di elaborazione che Realme raccoglie sotto l’etichetta LumaColor tengono i colori a bada dove di solito si sfaldano — i lampioni al sodio non incendiano l’intera scena, i LED freddi non virano al ciano, gli incarnati sotto luce mista restano credibili. È un lavoro di equilibrio che nella ripresa notturna urbana fa la differenza tra una fotografia ed una immagine con effetto gouache. Anche il rumore è contenuto, senza quella lisciatura plastica che sui cellulari negli anni ci ha abituati a cieli notturni simili a fondali di cartone: la grana residua c’è, si vede a ingrandimenti importanti, e ha un aspetto tutto sommato onesto.



Il teleobiettivo periscopico da 50 megapixel (Samsung JN5, f/2,8, equivalente a circa 80mm) fatica di più, com’è inevitabile con un’apertura del genere e un sensore da 1/2,76 pollici: di notte l’algoritmo lavora molto, e si vede. L’ultragrandangolare da 8 megapixel è invece in queste circostanze più che altro un utile complemento, permette di ottenere risultati soddisfacenti in luce notturna ma non al livello dei suoi due “compari”.
Per testare invece l’esperienza d’uso sulle lunghezze focali più estese, mi sono recato allo zoo, luogo in cui famiglie e bambini fotografano con il cellulare mentre al “professionista” la pratica fotografica richiede di circolare con pesanti teleobiettivi. Questo pregiudizio l’ho sentito tutto prima di cimentarmi con l’utilizzo del Realme 16Pro+, e per fortuna è stato sfatato al rientro a casa dopo aver visualizzato i risultati.
Restando in ambito teleobiettivi, il periscopio interviene a 3,5x e da lì in avanti fa il suo mestiere. Fino a 10x — circa 228mm equivalenti — le immagini restano perfettamente utilizzabili, con un dettaglio che regge la lettura a schermo e anche una stampa di formato ragionevole. Realme dichiara un “Super Zoom” fino a 120x, che però è più un numero da brochure per un vero appassionato di fotografia che di norma ha il “terrore” di utilizzare ingrandimenti software in fase di ripresa.
C’è un dettaglio tecnico che vale la pena segnalare, perché racconta bene la filosofia del prodotto: nella fascia tra 1x e 3,4x lo zoom è gestito dal sensore principale ritagliando i suoi 200 megapixel, e la resa è buona; ma appena si supera la soglia e subentra il modulo tele, il salto di dettaglio è netto. Chi usa molto le focali medio-lunghe farà bene a considerare il Pro+ e non il Pro, che del periscopio è privo.
Per quanto riguarda le prove di ritratto, che qui riporto solo nel caso del Mangabey per ragioni di privacy al riguardo dei volti dei miei familiari, il merito principale è di natura ottica prima che algoritmica, ed è un punto su cui vale la pena insistere perché va controcorrente rispetto alla narrazione dominante. Il modulo tele a 3,5x corrisponde a circa 80mm equivalenti: è la focale classica del ritratto, quella che comprime i piani e restituisce ai volti proporzioni corrette, invece di gonfiare nasi e allargare fronti come fa inevitabilmente qualunque grandangolare avvicinato a un viso. Fotografare a 80mm significa anche stare a tre metri dalla persona anziché a cinquanta centimetri, e chiunque abbia fatto ritratti sa quanto quella distanza fisica cambi la relazione, il respiro della posa, la naturalezza dell’espressione. È una lezione di grammatica fotografica che il Realme impartisce senza dirlo, semplicemente rendendo disponibile la focale giusta su un apparecchio da fascia media, dove il periscopio resta ancora una rarità.








Realme organizza il tutto sotto l’etichetta FullFocal Portrait Lens Kit, con un set di focali privilegiate — attorno a 23, 35 e 80mm — pensate per coprire rispettivamente l’ambientato, la figura intera e il primo piano. Da segnalare che il teleobiettivo mette a fuoco da circa 35 centimetri, il che consente dettagli molto ravvicinati — mani, occhi, particolari di un abito — senza cambiare obiettivo.
Ho apprezzato la resa degli incarnati, elaborata da quello che Realme chiama LumaColor. Le tonalità della pelle restano differenziate e calde senza scivolare nell’effetto cerone che affligge molta produzione asiatica, e la texture — pori, grana, imperfezioni — sopravvive al passaggio. I ventuno stili colore preimpostati sono più di quanti ne userà mai chiunque, ma tre o quattro meritano di essere esplorati, e i profili di ispirazione pellicola sono meno caricaturali del previsto.
Gli scatti ad alta risoluzione — 50 e 200 megapixel per il modulo principale, 50 per il tele — non stanno nel pannello principale dell’app, ma vanno cercati nel menù “Altro”. È una collocazione che dice molto: sono considerati un’eccezione, non una modalità di lavoro. E in effetti lo sono, perché richiedono luce, stabilità e pazienza.
Dove però la super risoluzione si è rivelata preziosa è nel ritaglio. Qui vale la pena essere espliciti, perché è il punto in cui la tecnologia incontra una questione di linguaggio. Il ritaglio ha una pessima reputazione presso i puristi dell’inquadratura in macchina, eppure la storia della fotografia è piena di autori che hanno ricomposto in camera oscura senza sentirsi in colpa. Avere un file da 200 megapixel significa poter tornare sull’immagine e riconsiderarla: spostare l’orizzonte, escludere il ramo che disturba, trasformare un piano medio in un primo piano. È un secondo momento di scelta, e con questo telefono è un secondo momento che ci si può permettere, perché anche ritagliando in modo aggressivo si resta con file abbondantemente sufficienti per il web e per la stampa media.
Il formato RAW si raggiunge dalla modalità Pro, che si apre trascinando verso il basso il pulsante di scatto. Il file è un DNG, leggibile senza attriti da Lightroom, Camera Raw, Capture One e dai principali sviluppatori mobile — e questo, già di per sé, è una notizia buona: nessun formato proprietario, nessun passaggio intermedio.
Mi ci sono trovato bene, e per ragioni precise. Il DNG restituisce un’immagine che non ha ancora subito il trattamento cosmetico del JPEG: il bilanciamento del bianco è realmente rinegoziabile, le ombre si aprono senza produrre quelle chiazze verdastre tipiche dei file già compressi, la maschera di contrasto non è stata applicata da nessuno al posto mio. Sulle scene notturne, in particolare, ho potuto tenere i neri più chiusi e la grana più evidente di quanto l’automatismo avrebbe mai consentito — una scelta estetica, non una correzione.
Ci sono però due limiti da conoscere: il primo è che il RAW è disponibile per tutti e tre gli obiettivi (e anche per il livello 2x ottenuto dal binning), ma viene salvato a 12,5 megapixel. Alta risoluzione e file grezzo sono due strade che non si incrociano: si sceglie l’una o l’altro. Il secondo: quando si scatta in RAW non viene prodotto alcun JPEG parallelo. È una scelta che impone un flusso di lavoro, e che va bene solo a chi quel flusso di lavoro lo desidera.
E poi, naturalmente, resta il fatto che si tratta pur sempre di un telefono. Il margine di recupero di un file da 12,5 megapixel prodotto da un sensore di quelle dimensioni è quello che è: si lavora dentro un intervallo stretto, e chi arriva da un formato più grande lo avverte immediatamente. Il RAW qui non serve a moltiplicare le possibilità, serve a decidere personalmente come spendere quelle poche che ci sono. Che, a ben vedere, è già molto.





Vilém Flusser sosteneva che il fotografo è un funzionario dell’apparato, qualcuno che gioca contro il programma della macchina cercando di produrre immagini che il programma non aveva previsto. È un’idea del 1983, e non è mai stata attuale come davanti a uno smartphone del 2026.
Il 16 Pro+ mette a disposizione un arsenale considerevole. C’è l’assistente alla composizione che analizza l’inquadratura in tempo reale e propone un taglio alternativo, eventualmente applicandolo in automatico. C’è il Bagliore ritratto AI, che genera una luce di schiarita sui volti come se qualcuno avesse posizionato un pannello riflettente fuori campo. C’è Genie, che con un prompt testuale o vocale sostituisce sfondi, aggiunge atmosfere, ricolloca il soggetto in scenari che non ha mai abitato.
Il mio giudizio è duplice, come strumento di divertimento e di apprendimento, queste funzioni sono riuscite. L’assistente alla composizione, in particolare, lo consiglierei senza esitazione a chi sta imparando: vedere una macchina proporre un taglio diverso dal proprio costringe a chiedersi perché lo proponga, e questa domanda vale più di molti tutorial. È un correttore di bozze visivo, e come tutti i correttori di bozze si può ignorare. Anche Genie ha il suo posto: un tocco di creatività, un esperimento, un’immagine da mandare a un amico. Come strumento professionale, no. Non perché i risultati siano brutti — spesso sono credibili — ma perché rispondono a una grammatica decisa altrove.
E qui vorrei condividere un dubbio che mi ha accompagnato per tutta la prova, e che non riguarda solo questo telefono. Su un dispositivo così ricco di assistenza algoritmica non si è mai davvero certi che l’assistenza sia spenta. Le funzioni dichiarate si attivano e si disattivano; ma la catena di elaborazione che sta sotto — riconoscimento della scena, ricostruzione del dettaglio, gestione selettiva delle aree del fotogramma — potrebbe lavorare comunque, in silenzio, anche quando crediamo di stare scattando una fotografia “normale”. Il RAW è, in questo senso, l’unico rifugio parzialmente attendibile. Non è un difetto del Realme: è la condizione della fotografia computazionale, ma è una condizione che va nominata, perché la differenza tra un’immagine registrata e un’immagine calcolata è il tema fotografico del nostro decennio, e non si risolve con un interruttore nel menù.
Ho provato inoltre anche qualche applicazione pesante e qualche videogioco: il telefono è sempre risultato fluido, senza incertezze né cali evidenti, e dà l’impressione di poter reggere sfide ben più impegnative di quelle che gli ho posto. Lo Snapdragon 7 Gen 4 non è un processore da primato, ma è ampiamente sufficiente e non fa mai sentire la propria collocazione di fascia media.
L’autonomia garantita dai 7.000 mAh mi ha permesso di vivere due giornate di uso fotografico intenso, con display sempre acceso. Va sottolineato, ovviamente, che ho usato lo smartphone solo come fotocamera, ma la capacità della batteria è fra le più ampie per i telefoni di questa fascia.
Il design, firmato da Naoto Fukasawa, adotta un rivestimento posteriore in silicone organico di derivazione vegetale con una texture morbida che rende l’oggetto piacevole da tenere in mano — condizione meno secondaria di quanto sembri, per uno strumento che si impugna a lungo. Sul modulo fotocamere, con la sua finitura specchiata, si può discutere: a me è parso un po’ vistoso.
Il Realme 16 Pro+ non è la fotocamera che sostituirà la vostra fotocamera, e sospetto che nemmeno Realme lo pensi. È qualcosa di più circoscritto e, a suo modo, più interessante: un dispositivo di fascia media che mette a disposizione di un pubblico ampio strumenti — la risoluzione abbondante, il file grezzo, l’assistenza algoritmica sofisticata — che fino a poco tempo fa erano riservati a chi poteva spendere il triplo.
Quello che mi porto a casa da questa prova, però, non è una classifica di sensori. È la conferma di una cosa che sospettavo: la qualità dell’esperienza fotografica con uno smartphone dipende molto meno dai megapixel e molto di più dalla decisione, tutta nostra, di trattarlo come una macchina fotografica anziché come un terminale. Il Realme 16 Pro+ ha il merito di rendere quella decisione conveniente. Il resto — la scelta di cosa fotografare, e perché — continua fortunatamente a non essere delegabile ad alcun algoritmo.
Silvio Villa