Non è mai esistita una forma d’arte paragonabile alla fotografia. Per fotografare una persona è necessario che sia presente, ed è proprio questa presenza a portare con sé l’elemento della verità. — Richard Avedon, “Égoïste”, n. 9, 1985
Con quella pacatezza che lo contraddistingue, unita a una sincera passione per la fotografia, Marco Delogu ha formalmente inaugurato a Roma, al Palazzo delle Esposizioni, la mostra Richard Avedon. In the American West, 1979-1984 in programma dal 9 ottobre 2026 al 31 gennaio 2027. Accanto a lui il curatore, un nome che nell’ambiente della storia e della critica fotografica non ha bisogno di presentazioni: Clément Chéroux. Il suo intervento comincia con un entusiasmo elegante e poco sensazionale:
“È la prima volta che in Europa viene presentata la serie completa di In the American West, realizzata da Richard Avedon tra il 1979 e il 1984.”
Le 110 fotografie di Richard Avedon e il loro rapporto con il libro
L’esposizione, bisogno chiarirlo subito, non è una novità assoluta, tutt’altro: il progetto è molto noto, così come le fotografie che lo compongono. Ciò che la rende unica è la sua particolare presentazione al pubblico, prima francese e ora italiano. La serie esposta infatti è composta da 110 fotografie che Chéroux definisce “reference set”. Il progetto, come noto, durò cinque anni, dal 1979 al 1984, per essere presentato sia come esposizione e sia come libro nel 1985.
Siamo spesso abituati a vedere le mostre fotografiche, soprattutto quelle realizzate partendo dalla pellicola, guardando anche i provini, talvolta anche i negativi. Nel caso di queste immagini, Avedon li distrusse. Chéroux a una domanda proprio sulla fine dei negativi, ha risposto in maniera onesta: «Non credo di essere la persona più adatta per rispondere con certezza a questa domanda. Andrebbe probabilmente rivolta direttamente alla Richard Avedon Foundation.»

Certamente, una volta raggiunto il numero di copie, distruggere i negativi impedisce di realizzare ulteriori stampe dagli originali e ciò contribuisce, intuitivamente, ad aumentarne il valore.
La mostra, come dicevo, ha un suo precedente recente in Francia: arriva infatti dalla Fondation Henri Cartier-Bresson e nasce proprio da un interesse diretto del committente italiano che, dopo averla vista, ha iniziato a prendere accordi per poterla portare in Italia.
Non arrivano solamente le fotografie, ma anche un allestimento, capace di creare una esperienza curatoriale particolare. In the American West, 1979-1984, proprio per la sua duplice destinazione, non è solamente la classica esposizione delle fotografie: Clément Chéreaux ha omaggiato il libro, traducendone l’impaginazione nella disposizione sulle pareti.
I ritratti sono tutti alla stessa altezza. Tra i cinque formati disponibili, di varia grandezza, è stato scelto quello più piccolo per due ragioni: presentare l’intero set, ma soprattutto perché, per Chéreaux «era importante realizzare una mostra che non fosse soltanto dedicata alle fotografie, ma che fosse anche una mostra sul libro e che rendesse omaggio al libro.»
Il risultato è intuibile: rispetto alle stampe molto grandi, anche un metro e venti, averne di più piccole rende l’esperienza più intima. Non ci si deve allontanare, ma avvicinare e avvicinandosi si apprezza meglio “la fotografia”, non solo la composizione, ma tutto il processo di lavorazione, fino alla stampa, che la rende possibile.
Questa intimità, poi, ci avvicina anche ai soggetti, per niente legati a quel mondo del successo fotografato da Avedon. Al contrario, raccontano gli Stati Uniti più poveri, quella parte della popolazione che Chéroux definisce “invisibile”, con un’intenzione che ricorda quella che abbiamo conosciuto da Guido Harari quando ha parlato del suo progetto intitolato, per l’appunto, Invisibili. Dunque, vederli in grande formato, come dire, monumentalizzati, sarebbe un controsenso.
Clément Chéroux: il libro diventa una mostra
L’allestimento, come dicevo, deve anche rendere omaggio al libro. Riporto per intero le parole Clément Chéreaux, nella traduzione italiana del suo intervento, per spiegare le ragioni di questa scelta curatoriale:
«All’inizio, per esempio, avevamo pensato di mettere tutti gli agricoltori da una parte e tutti i minatori dall’altra. Abbiamo provato diverse soluzioni, ma non funzionavano. Alla fine è apparso evidente quanto fosse importante rispettare l’ordine stabilito da Avedon per il libro.
L’ordine e la sequenza delle fotografie sono quindi molto importanti, così come il ritmo che si percepisce lungo le pareti. Faccio il curatore da oltre trent’anni e credo sia la prima volta che realizzo una mostra così rigorosamente lineare. Di solito cerco sempre di spezzare la linearità. In questo caso, però, aveva perfettamente senso rispettare l’ordine e la continuità del libro.
Anche il modo in cui le fotografie sono organizzate all’interno del volume è molto particolare.
È evidente che Avedon abbia lavorato alla sequenza disponendo probabilmente sul pavimento delle piccole stampe e ragionando non soltanto sull’ordine delle fotografie, ma anche sugli spazi bianchi tra un’immagine e l’altra. Abbiamo voluto rispettare anche questo aspetto.

Quando nel libro c’è una pagina bianca, sul muro abbiamo lasciato uno spazio equivalente. Quando invece si tratta semplicemente del passaggio da una pagina all’altra, lo spazio è diverso.
Esistono quindi tre diverse distanze tra le fotografie: circa cinque centimetri quando le immagini appartengono alla stessa doppia pagina, circa diciassette centimetri in corrispondenza del cambio pagina e circa trenta-trentacinque centimetri quando nel libro compare una pagina completamente bianca.
Entrando nella sala e guardando la parete nel suo insieme, questo ritmo si percepisce chiaramente. Si vede una sorta di onda e si comprende immediatamente che non è casuale.
Avedon ha lavorato anche sul rapporto tra le tonalità delle fotografie: immagini più grigie, altre più nere, altre più bianche. Pensate, per esempio, al ritratto dell’uomo coperto di api: vicino a quell’immagine compaiono silhouette molto scure. Si crea così un forte contrasto tra nero e bianco, tra i diversi corpi e tra le diverse fotografie.
Abbiamo quindi ritenuto fondamentale rispettare anche questo ritmo.»
Richard Garber, la storia oltre il ritratto
Oltre alle 110 fotografie, un’altra parte interessante è quella delle Polaroid, in un allestimento che documenta bene i soggetti rappresentati, non ancora investiti della dignità fotografica conferita loro da Avedon, ma ancora anonimi, nella loro condizione di persone semplici. Le Polaroid sono la documentazione di quella invisibilità.
Questo cambio di status lo si capisce benissimo guardando il ritratto numero 89, Richard Garber. Della sua storia, dalla didascalia chi guarda scopre che era un drifter, un vagabondo o come riportato un senza fissa dimora, e che Avedon scattò quella fotografia il 20/08/1980 a Provo, nello Utah.
Nella teca con i documenti ce ne è uno che ci fa capire quanto, alla fine, le fotografie siano limitate nel raccontare una storia, o meglio, la complessità di una storia che non è solo ciò che appare, ma anche ciò che rimane nascosto. La lettera di Dorothy Garber, la madre di Richard, non anticipo nulla, è commuovente, come lo è la risposta di Avedon.

Nella libreria, uno degli spazi identitari del Palazzo delle Esposizioni, per usare le parole di Marco Delogu, è possibile acquistare il libro edito da Abrams & Chronicle. Si tratta di una riedizione del 2025, accompagnata da un inserto con la traduzione italiana dei testi originali. Un ottimo esempio di come un libro possa conservare il proprio valore originario, senza rinunciare a quello, altrettanto importante, della lettura e della comprensione dei suoi contenuti. Clément Chéroux ne spiega le caratteristiche:
«La prima edizione del libro è del 1985 e la nuova edizione pubblicata oggi è sostanzialmente identica. Una delle differenze più evidenti riguarda il colore della copertina: l’edizione del 1985 aveva una tonalità tendente al marrone, mentre quella nuova è bianca.
Per questa edizione è stato aggiunto un piccolo inserto con la traduzione italiana dei testi di Richard Avedon e della sua assistente Laura Wilson, nei quali viene raccontata la storia del progetto. C’è inoltre un testo curatoriale e un’introduzione di Marco Delogu. Questi sono i materiali aggiuntivi, ma il libro vero e proprio rimane identico all’originale: stesse dimensioni delle immagini e soprattutto stesso ordine delle fotografie.»
L’invito è quello di avvicinarsi alla fotografia, apprezzandola nel suo insieme, dal soggetto fotografato alla stampa, con l’intenzione di riscoprire il valore delle relazioni, quelle vive e umane, dimenticando quelle artificiali.
Spegnete lo smartphone, accendete la fantasia e i ricordi.
Federico Emmi
Cover Image: Richard Avedon, Sandra Bennett, twelve year old, Rocky Ford, Colorado, August 23, 1980. –