Sin dai suoi albori, il cinema ha fatto del fumo un mezzo di comunicazione: fascino, ribellione, mistero, autorità. Da Humphrey Bogart e Lauren Becall ne Il Grande Sonno, in cui la sigaretta noir illumina ogni fotogramma di fantasmi interiori e avvolge la verità di insondabile ambiguità, a Robert de Niro in Quei Bravi Ragazzi, dove in una manciata di secondi uno sguardo incanala nella nicotina tutto ciò che non dice. Ma la nicotina è anche simbolo di transitorietà, salute che si consuma in vizio, magia di un istante che si dissipa nell’aria.
In Smoke (Wayne Wang e Paul Auster, 1995) il fumo si tinge di una vena malinconica. Il tabacchiere Auggie (Harvey Keitel) e lo scrittore Paul (William Hurt) non staccano mai la bocca dalla sigaretta, assorti in dialoghi schietti e casuali, quasi tarantiniani (con un attore di per sé tarantiniano, che qui regala una performance a regola d’arte). Ma qui il tono è piano e delicato e l’architettura ridotta all’osso: regia delicata e minimalista, macchina da presa statica, ambientazioni urbane quotidiane e poco glamour. L’intreccio inizia per caso (Thomas, un ragazzo scappato di casa che mente sul suo passato, salva la vita a Paul) e, in certe istanze, sembra andare avanti senza uno script, o essere andato fuori strada da tempo. Perché il cuore del racconto sono le relazioni umane, e il loro motore è il Caso, una linea sottile come quel fumo che – secondo l’esperimento di sir Walter ricordato da Paul nella prima scena del film – si può sì pesare, calcolando una semplice differenza, ma solo quando il mozzicone è da buttare.
“Se non rallenti, non capirai mai, amico mio”
Contraltare del fumo sono le parole e le immagini, che sono vita e memoria, uniche armi per esorcizzare la fugacità. Esse, in quanto eterne, richiedono di rallentare (e qui mi scappa un sospiro per l’attualità della cosa).
La mano inconfondibile di Paul Auster si rintraccia nella componente letteraria molto importante, che non sempre si adatta al formato filmico, con il suo gusto per la metafora, per l’aneddoto e per il paradosso. Lo stesso Paul, chiaro alter ego di Auster, sembra uscito da un suo romanzo: scrittore perduto ed ossessivo, marchiato dal lutto, che non riesce più a convertire il suo dolore in parole. Anche il tabacchiere Auggie, fotografo per hobby, adatta alla sua lente il concetto postmoderno, tanto caro ad Auster, di analogia: nel suo album le foto, scattate ogni giorno alla stessa ora nel suo angulus ridet, “sono tutte uguali, ma ognuna è differente dall’altra”. Sono simili, non uguali. Perché in un ciclo di giornate tutte uguali, il giusto occhio può scorgere infinite possibilità nell’ordinario. Un luogo può raccontare mille storie e testimoniare il nostro passaggio sulla terra: basta andare più piano ed osservare (cosa che l’algoritmo di un’intelligenza artificiale non è in grado di fare). E può, sempre per caso, immortalare una persona che non c’è più.
Le azioni dei personaggi generano conseguenze più grandi dei loro piani premeditati, effimeri tentativi di sublimare la complessità del mondo; tuttavia questo avviene per una serie di coincidenze poco credibili che, dietro una cornice di apparente disordine, risultano comode per la narrazione. Thomas, in particolare, ha delle intenzioni che vengono continuamente disattese, per frutto di coincidenze che lo fanno naufragare nel luogo da cui è scappato, ossia una paternità mancata, che riesce a recuperare prima nell’amicizia con Paul e poi in suo padre, facendo del dolore non più un luogo di silenzi, ma di incontro e di parole, le stesse che ha imparato ad amare con chi le parole le plasma a sua misura (il racconto del padre-bambino intrappolato nel ghiaccio). Con il personaggio di Auggie, invece, vengono disattesi i codici morali di un’America farisea e perbenista: lui che ci regala una delle sequenze più poetiche e memorabili, quella dell’album fotografico, non avrebbe mai iniziato il progetto della sua vita se, quel natale del ‘76, non avesse rubato la macchina fotografica alla vecchia cieca.
Sebbene sia di un film molto parlato, in Smoke parole e immagini non possono vivere le une senza le altre. Se le parole sono la scintilla, le immagini sono il fuoco, o viceversa – che sia nella nostra immaginazione, su un’istantanea o su uno schermo (e infatti il loro connubio è alla base del cinema tutto). La sequenza finale (unico flashback della pellicola!) è uno spaccato onirico che cuce insieme questi due linguaggi complementari, con l’aggiunta di quello musicale: le parole si trasformano in una visione in bianco e nero silenziosa e toccante. E il bianco e nero è destinato a rimanere per sempre, come quelle quattromila istantanee scattate ogni giorno nello stesso luogo alla stessa ora.
Chiara Mastrofini
Cover Image:
© rispettivi aventi diritto – fotogramma da Smoke (Wayne Wang, 1995). Immagine utilizzata a corredo della recensione.
Scheda film
Titolo: Smoke
Titolo originale: Smoke
Anno: 1995
Paese: Stati Uniti, Germania
Regia: Wayne Wang
Sceneggiatura: Paul Auster
Interpreti principali: Harvey Keitel, William Hurt, Harold Perrineau, Forest Whitaker, Stockard Channing, Giancarlo Esposito
Fotografia: Adam Holender
Montaggio: Maysie Hoy, Christopher Tellefsen
Musiche: Rachel Portman
Genere: commedia, drammatico
Durata: 112 minuti
Produzione: Miramax Films, Smoke Productions, Neue Deutsche Film GmbH e altre società di produzione.
IMDb: Scheda di Smoke su IMDb
Premi e festival principali: presentato in concorso al Festival di Berlino 1995, dove Wayne Wang e Harvey Keitel ottennero l’Orso d’argento – Gran Premio della Giuria; nel 1996 Harvey Keitel vinse il David di Donatello come miglior attore straniero, mentre il film ricevette una candidatura come miglior film straniero; Paul Auster vinse inoltre l’Independent Spirit Award per la miglior sceneggiatura d’esordio. Il film ottenne anche candidature ai César e ai Nastri d’Argento e vinse il premio del pubblico al Festival di Locarno.