Il “tecnicismo metaforico”: intervista a Mario Cucchi

Ho conosciuto Mario Cucchi in occasione dell’ultima edizione 2019 del MIA Photo Fair a Milano. Nel suo stand mi incuriosiva molto un tavolo con poggiati degli oggetti che non riuscivo a decifrare. Appese alle pareti immagini raffiguranti piante e fiori, soggetti che personalmente sento vicini. Non riuscivo però a definire un rapporto fra fotografie e oggetti.
Ho trovato in Mario un autore estremamente creativo, appassionato e aperto al confronto. Per questo motivo voglio condividere questa intervista con voi.

Qual è la tua personale storia della fotografia?
Forse definirla “storia” sarebbe un po’ esagerato, non fotografo da tantissimo tempo a differenza di molti che hanno avuto la fortuna di incontrare la fotografia in tenera età. Fotografo solo da una decina d’anni ma con fotografia e fotografi ho sempre dovuto interagire; ho lavorato come art director pubblicitario per tanti anni e, per realizzare le campagne a cui lavoravo, mi avvalevo della collaborazione di fotografi professionisti.
L’esperienza utilissima di vedere persone diverse e metodi di lavoro diversi mi ha in qualche modo allargato la visione e preparato alla sperimentazione. Ora la fotografia nella mia vita è un punto di arrivo; è finalmente lo strumento che mi permette di generare, in modo autonomo e personale, ciò che in termini di immagine voglio e ho bisogno di esprimere.

Dalla tua biografia si legge che hai frequentato Visual Design allo IED di Milano. Quanto gli studi hanno influenzato il tuo modo di vedere fotograficamente?
Penso che il modo di vedere di un autore sia influenzato, nel bene e nel male, da ogni istante vissuto e che naturalmente anche la formazione abbia un peso importante: a volte la difficoltà è prendere atto che la propria visione sia unica e personale e valga la pena di esprimerla.
La mia formazione come graphic designer ha influenzato e influenza tantissimo il mio lavoro in modo più o meno consapevole. All’inizio non accettavo di buon grado la cosa, perché, appunto, si fa fatica a riconoscere il bello in se stessi, lo si cerca fuori, il lavoro degli altri è sempre meglio, cerchi di scimmiottare degli stili e ti concentri poco sulla ricerca del tuo.
Il tuo stile vien fuori quando capisci che tutte le esperienze che hai fatto sono il tuo tesoro e, scusate il gioco di parole, ne fai tesoro.

Posso sostenere con certezza che il nucleo della tua poetica sia legato all’ambizioso tentativo di rendere visibile l’invisibile. Quali sono le meccaniche che portano il percorso di un fotografo ad occuparsi di un genere concettuale come il tuo?
Se pensiamo che l’invisibile sia tutta quella parte che vorremmo esprimere e che spesso non riusciamo a fare, la fotografia è sicuramente un ottimo strumento per provarci. La magia è che ti permette di dire la tua ma permette anche a chi la guarda di farlo, leggendo ed interpretando, a volte anche in modo completamente diverso, lo stesso bisogno.
L’invisibile affascina, affascina forse perché per vederlo dobbiamo sforzarci di cercarlo. Penso che la fotografia di ricerca sia questo, una caccia al tesoro, dove il tesoro è qualcosa di inaspettato, più ci sorprende, più vale.
Non riprodurre ma produrre emozioni e curiosità è questa la sfida che cerchi di vincere, non rassicurare con qualcosa di già visto ma stimolare empaticamente a cercare qualcosa di nuovo anche nelle cose che magari vediamo ogni giorno e che, solo per questo, pensiamo di conoscere bene. Si, forse è questa la cosa che ti spinge a fare ricerca, il bisogno di conoscere, il bisogno di risposte. Risposte non scontate e stereotipate ma tue, forse meno belle, ma tue.

Hai fotografi a cui ti ispiri o che prediligi?
Quando lavoro ad un nuovo progetto difficilmente penso ad uno stile o ad un autore come riferimento, non come scelta ma semplicemente per ignoranza, non ho una cultura fotografica così forte da riuscire ad influenzare questa fase del lavoro.
Cerco prima di sintetizzare un concetto ed un’idea e poi di trovare un modo di produrlo tecnicamente coerente, la cosa curiosa è che scopro poi delle forti vicinanze con autori del passato e soprattutto con un preciso periodo storico.
Mi affascina il lavoro di ricerca fatto nel periodo tra le due guerre perché trovo sia ancora modernissimo, i rayographs di Man Ray, la Bauhaus di Laszlo Moholy-Nagy, il legame tra arte e scienza con Eugene Edgerton e Berenice Abbott, l’italiano Luigi Veronesi, tra i contemporanei mi piace molto il lavoro di Yamamoto Masao, Marianne Engel, Laurence Demaison, Denis Brihat.

Se potessi definire il tuo stile in una sola parola, quale sarebbe?
Sinottico.

Alla base della fotografia c’è sicuramente la curiosità. Inoltre non dare per scontato un soggetto permette di interpretarlo e non semplicemente descriverlo. Come nel tuo “Six thoughts on the same things”. 
Se non fosse così la fotografia avrebbe già detto tutto, mentre è proprio grazie alla curiosità, che continua ad avere un potenziale espressivo enorme e gode ancora di grande interesse. Se fosse stata relegata al solo ruolo descrittivo sarebbe probabilmente già morta da tempo. Il progetto “Six thoughts on the same things” nasce dal desiderio, per me quasi terapeutico, di apprezzare maggiormente ciò che mi stava attorno. Cercare di più, rispetto a quello che diamo per scontato ci sia, è un ottimo esercizio per trovare più valore nelle cose. La forchetta, oggetto che vediamo tutti i giorni, pensiamo che anche fotograficamente (soprattutto dopo Kertész) non abbia più niente da dirci, in realtà dipende solo da noi, da quanto forte è il desiderio di non fermarsi in superficie e di riuscire ancora a stupirsi.
Banali oggetti di uso comune possono diventare immagini inaspettate che ci aiutano a rivalutare il nostro quotidiano.

Nel tipo di fotografia che pratichi, quali credi siano i giusti percorsi per diffondere il proprio lavoro? 
Hai una domanda di riserva? Mi piacerebbe molto saper rispondere ma penso non ci sia una risposta adatta per tutti.
Credo che per prima cosa ti debba armare di tanta pazienza, credere molto in quello che fai, ma soprattutto prendere con serierà quello che fai. Creare una rete di persone che ti stimano e che stimi è fondamentale per diffondere il tuo lavoro; usare i social e la rete è utile, ma è anche fondamentale partecipare a manifestazioni o eventi in cui si ha l’occasione di mostrare il tuo lavoro stampato.
La stampa del progetto chiude il cerchio. Che sia per una mostra, un festival, un libro o semplicemente il tuo portfolio, ti obbliga da un lato ad avere le competenze per farlo e dall’altro ti fa percepire come un autore completo e concreto (reale). Penso sia giusto cercare di sfruttare tutte le opportunità che si presentano: letture portfolio, contest, ecc… Avere dei feedback sul proprio lavoro è molto utile sia per migliorarlo che per averne una maggiore convinzione: fondamentale per poterlo promuovere.

Come giudichi l’esperienza al MIA Photo Fair 2019?
Il Mia è una vetrina eccezionale: migliaia di persone in pochi giorni vedono il tuo lavoro e, indipendentemente dall’aspetto commerciale che ha dinamiche complesse e che forse non capirò mai. Hai modo di parlare con chi è interessato alla fotografia d’autore a diversi livelli: collezionisti, critici, galleristi, ma soprattutto con chi la fotografia “la ama”. L’aspetto che veramente mi è piaciuto è vedere tantissimi giovani interessati a questo genere fotografico, in un momento di vera e propria overdose di immagini banali è una cosa che fa ben sperare.

Al MIA hai esposto il progetto Ozone, tema attuale declinato in modo assolutamente originale. 
Volevo scendere in campo anche io manifestando la mia preoccupazione su un tema drammaticamente attuale. Ma volevo farlo a modo mio, mantenendo sempre e comunque una forte componente estetica (una caratteristica del mio lavoro): un’estetica ancorata ad una forte base concettuale. Volevo che la tecnica di ripresa avesse un ruolo determinante e che fosse il trait d’union per tutto il progetto; è così che è nato quello che io chiamo un “tecnicismo metaforico”.
Ho fotografato piante e fiori spontanei che trovavo girando nei boschi del Parco del Ticino, usando come filtro dei tappi di bombolette spray bucati, ogni volta uno diverso. Era come se stessi guardando dal buco dell’ozono (i gas CFC contenuti nelle bombolette spray sono una delle maggiori cause di questo problema). L’ho fatto per la durata di un anno per vedere e registrare i cambiamenti di forme e luci; il tutto sempre filtrato da questi tappi che hanno dato una atmosfera particolare. La motivazione di base era quella di riflettere e far riflettere sul rischio che corriamo di perdere una così impagabile bellezza. Uno studio pubblicato su Science ritiene che se la diminuzione dell’ozono non sarà controllata e ridotta, la temperatura globale salirà di 4,3 gradi sopra il livello pre-industriale, portando alla scomparsa del 16% dell’intera flora e fauna del pianeta entro il 2100.

Il tuo ultimo progetto Caos ricorda Heidersbeger nei suoi Rhytmogramme e la Abbott nella fotografia artistica sulla scienza, ci vuoi spiegare di cosa si tratta?
È un progetto dedicato alla “Teoria del Caos” formulata dal fisico Edward Lorenz, più comunemente conosciuto come “Effetto Farfalla”. In un sistema caotico a variazioni infinitesime delle condizioni iniziali corrispondono variazioni significative del comportamento futuro.
Alla base del fenomeno sta il fatto che il minimo cambiamento può significare una storia del tutto diversa. Da un’azione svolta o non svolta, oppure svolta in modo diverso, possono nascere futuri ed imprevedibili eventi. Se, infatti, una farfalla battendo le ali in Brasile può causare un tornado in Texas, allora, ogni nostra azione, anche la più apparentemente insignificante, può condizionare il futuro sviluppo dell’Umanità. Lorenz usò la poetica farfalla forse perché ispirato dal diagramma generato dagli attrattori che generavano grafici somiglianti proprio a tale insetto. Ho simulato questi tracciati fotografando con una posa lunga un oggetto appeso ad un filo a cui imprimevo una spinta e di conseguenza una traiettoria; a questa applicavo poi un imprevisto cambiamento. Il risultato, ribaltando specularmente l’immagine, dava delle farfalle ogni volta diverse.

La tecnica viene prima dell’idea? Questo meccanismo può essere un pericoloso limite oppure uno straordinario volano? Può una sperimentazione divenire già di per sé un progetto e crearne altri?
È nato prima l’uovo o la gallina? Impossibile scindere le due cose: la tecnica è nulla senza l’idea e l’idea non può essere realizzata senza almeno un minimo di tecnica.
Penso che il massimo si ottenga quando le due cose si fondono per raggiungere l’obiettivo: comunicare. Nel mio caso, un progetto nasce da un primo embrione di idea che anche il contrario: da una sperimentazione fine a se stessa può nascere lo stimolo per una nuova idea.
Ognuno affina un proprio metodo, ma nulla impedisce di stravolgerlo; quello che conta è il risultato.

Il mondo è a colori, ma la realtà è in bianco e nero (Wim Wenders), molti tuoi progetti sono in bianco e nero. 
Quando fotografiamo rinunciamo a molte cose; scegliamo una inquadratura rinunciando a tutto il resto. Rinunciamo a suoni e odori: ma rinunciare a tutto ciò non rende le immagini più deboli, anzi, le rende ancora più forti e sintetiche. Nel mio lavoro la sintesi è fondamentale. È per questo che quasi sempre rinuncio al colore.

La tua, molto spesso, è una fotografia a km zero, senza che sia necessario andare dall’altra parte del pianeta.
Cercare il bello attorno a se è un ottimo esercizio. Se poi applichiamo questo esercizio nella quotidianità della nostra vita, porta ad una maggiore conoscenza di se stessi secondo me. Naturalmente piace anche a me viaggiare ma non penso che sia una condizione necessaria per fare dei progetti interessanti, tranne in alcuni generi. Lo stupore che si riesce a generare a volte deriva proprio da questa vicinanza e dalla semplicità dei soggetti.

A cosa stai lavorando attualmente?
Sto studiando un po’ di fisica perché mi piacerebbe realizzare un progetto dove le tematiche ambientali siano ancora presenti e dove le leggi della fisica mi siano in qualche modo d’aiuto per realizzarlo.

 

Potete vedere i lavori di Mario sul suo sito personale https://www.mariocucchi.it

 

Mirko Bonfanti
magazine.discorsifotografici.it