Massimo Magistrini e “IN”: il paesaggio come geografia interiore

Vittorio Lingiardi, nel suo libro Mindscapes, ci ricorda che i paesaggi che abitiamo non sono mai solo “fuori” di noi: sono estensioni della nostra psiche, geografie interiori dove la natura e la memoria si fondono. Guardare un paesaggio significa, in fondo, guardarsi allo specchio.

C’è un’umanità profonda nel sapersi fermare. Nel panorama contemporaneo, spesso travolto da un’estetica della velocità e da una bulimia di pixel che scivolano via senza lasciare traccia, incontrare un’opera come IN di Massimo Magistrini (edito da Gente di Fotografia nella preziosa collana Capsule Photo) equivale a ritrovare il passo calmo di un viandante. Un libro che non chiede di essere semplicemente guardato, ma di essere abitato.

Magistrini, classe 1959 e radici a Novara, porta nella fotografia la cura silenziosa e la visione dello spazio dell’architetto. Ma questa sua identità non è una fredda nota biografica. È il fulcro del suo linguaggio: l’occhio abituato a misurare, a dare un ordine visivo al caos e a tracciare confini, qui si posa sul mondo naturale per estrarne non un catalogo asettico, ma l’essenza stessa del sentimento. La sua è una “grammatica” del visibile che ruota attorno a una singola preposizione semplice: In. Un azzardo linguistico che diventa un invito ad abbandonare la distanza di sicurezza e a farsi “addentro” le cose.

La struttura del libro si snoda attraverso tre soglie che profumano di terra, luce e mito: In-canto, In-colto eIn-esplorato.

Nel primo capitolo si entra nella dimensione del bosco. È un luogo archetipico, un regno di ombre e rinascite. Magistrini apre questa sequenza ponendosi in ascolto delle parole di Robert Walser in Seeland: quel bosco straordinariamente ricco dove, pur nella quiete, tutto ondeggia e sprofonda in abissi insondabili. Per restituire questa vertigine, l’autore ricorre alla doppia esposizione realizzata direttamente in macchina. Nessuna post-produzione digitale, nessun trucco da camera chiara. È un’azione pura, performativa, in cui la sovrapposizione, solo apparentemente casuale ma calcolata, della luce crea un processo di sedimentazione visiva. I rami e le foglie si fondono gli uni negli altri, alludendo alla fisiologia stessa della rigenerazione forestale: un corpo vegetale che muore per diventare culla di un altro.

La seconda parte del volume ci sposta nell’orizzonte dell’hortus conclusus, il giardino domestico, protetto e intimo. Qui l’ispirazione sorge da Christian Bobin e dal suo appello ad “abitare poeticamente il mondo“. Bobin cercava di raccogliere le cose più modeste e apparentemente inutili per restituirle al linguaggio, ed è esattamente ciò che Magistrini fa con la luce. “Mi attardo a contemplare l’elegante semplicità delle più comuni forme vegetali“, confessa l’autore. C’è in questo indugiare l’eco di William Henry Fox Talbot alle origini stesse della fotografia, quando la botanica serviva a svelare trasparenze inedite e magiche morfologie. In questa serie, la doppia esposizione incontra il bianco e nero. Ogni colore viene azzerato per lasciare spazio a un’astrazione pura che trasforma i fili d’erba e le foglie in una teoria di arazzi finissimi e vibranti.

In coda al libro vi è forse la parte più visionaria. Abbandonata la doppia esposizione, Magistrini ricorre all’inversione del negativo e a tagli decisi per condurci verso un altrove.
Muschi e aghi di conifere vengono ingranditi fino a diventare valli, fiumi e rilievi di territori che non esistono. Sono cartografie fantastiche create dall’infinitesimo. In questo perdersi, l’autore rievoca l’Imram, l’antico genere letterario irlandese dei viaggi per mare verso l’ignoto. Penso alla Navigatio sancti Brendani o al poema Imram scritto da J.R.R. Tolkien nel 1955.
“Carte nautiche, Costellazioni, Isolarin, Così, sono salpato anch’io“, scrive l’autore. È una dichiarazione di poetica pura. Il fotografo diventa navigatore che rischia sia l’approdo che il naufragio.

IN trova la sua definitiva compiutezza nella sua matericità. Edito in appena 100 copie numerate, si presenta come un oggetto-libro prezioso, da sfogliare con la stessa lentezza con cui si consulta un calendario. La brossura svizzera con il dorso a vista mostra con onestà le cuciture e le trame di colla. È una soluzione lodevole che, oltre a permettere un’apertura piatta delle doppie pagine, richiama visivamente le nervature vegetali e le sedimentazioni catturate nelle immagini.

Come ha notato finemente Laura Manione, curatrice del testo critico, l’organicità del lavoro si avverte quasi in senso biologico: le fotografie funzionano come filtri su cui si depositano secrezioni ora dolci, ora amare. Massimo Magistrini ci consegna un’opera complessa, una bussola spirituale per tornare a guardare il mondo non per dominarlo, ma per farsi parte di esso. È una veglia attiva e riposata, un inno all’incanto del minuscolo che non possiamo permetterci di dimenticare.

Un libro che ci insegna a restare “dentro”, ricordandoci che l’ignoto non è mai troppo lontano da un occhio che sa ancora come meravigliarsi.

Di seguito potete apprezzare il libro nella sua interezza:

Mirko Bonfanti

IN
Massimo Magistrini
Luglio 2025
Curatela e Testi
Laura Manione e Massimo Magistrini
Editore e Collana
CapsulePhoto – Gente di Fotografia Edizioni
Tiratura
100 copie numerate
Codice ISBN
978-88-88290-12-6
Prezzo di Copertina
€ 65,00

https://gentedifotografia.it/it/libri/massimo-magistrini-in-collana-capsule-photo-di-gente-di-fotografia-978-88-88290-12-6