Cattive inclinazioni e l’Italia che trasformò il delitto in spettacolo

Probabilmente tutti conoscono Only Murders in the Building, la serie uscita nel 2021 che ha trasformato il true crime in una sofisticata macchina pop capace di mischiare commedia e mistero. La struttura è semplice quanto efficace: tre sconosciuti che vivono nello stesso elegante palazzo dell’Upper West Side di New York scoprono di condividere un’ossessione per i podcast crime e, dopo un omicidio avvenuto nel condominio, decidono di improvvisarsi investigatori raccontando il caso attraverso un podcast.

L’equilibrio della serie nasce soprattutto dal casting: da una parte due grandi del cinema, Steve Martin e Martin Short, figure che appartengono a una lunga tradizione della commedia americana. Il primo porta con sé il cinema surreale e malinconico di The Jerk, Planes, Trains and Automobiles e Father of the Bride; il secondo incarna invece quella comicità teatrale e nevrotica che attraversa decenni di televisione e cinema nordamericano. Accanto a loro c’è Selena Gomez, presenza contemporanea e perfettamente calibrata, capace di creare un ponte tra generazioni differenti di pubblico, linguaggio e sensibilità.

Il vero centro della serie, però, non è il delitto, ma il podcast attraverso il quale si cerca il colpevole, una versione aggiornata del giallo deduttivo alla Agatha Christie. Only Murders in the Building, al tempo stesso, utilizza l’indagine per raccontare anche qualcosa di più profondo: il modo in cui la società contemporanea consuma il crimine. Il delitto non è più soltanto un fatto da raccontare, ma un contenuto seriale, una forma di intrattenimento permanente, qualcosa da ascoltare mentre si passeggia, si cucina o si scorre il telefono.

Le piattaforme hanno compreso perfettamente questa trasformazione. Netflix, Disney+, Apple TV e tutte le altre hanno costruito gran parte del loro successo attorno alla cronaca nera. Il true crime è diventato uno degli ultimi generi capaci di attirare pubblici trasversali, perché è in grado di unire voyeurismo, paura, partecipazione emotiva e desiderio di indagine. D’altra parte, lo spettatore contemporaneo non vuole soltanto limitarsi a osservare un delitto: vuole entrarci dentro, commentarlo, decifrarlo, sentirsi parte dell’inchiesta. Lo dimostrano i numerosi gruppi sui social, dove si arriva addirittura a ripercorrere le inchieste passo per passo.

Eppure, questo immaginario non nasce affatto oggi. Basta fare un salto indietro di oltre vent’anni per imbattersi in un film come Cattive inclinazioni di Pierfrancesco Campanella. I due prodotti sembrano distantissimi per tono, stile e ambizione, ma le similitudini strutturali sono sorprendenti. Anche qui gli omicidi si consumano all’interno di un palazzo trasformato in microcosmo narrativo. Un condominio romano che peraltro richiama alla mente l’immaginario di via Poma, il delitto irrisolto di Simonetta Cesaroni, entrato negli anni Novanta nell’inconscio televisivo italiano. Anche qui il condominio smette di essere semplice ambientazione e diventa organismo vivente: corridoi, vicini ambigui, vite private che si intrecciano, segreti dietro ogni porta.

Parlo di questo film anche per una ragione personale. A marzo ho conosciuto Pierfrancesco Campanella durante un’intervista realizzata in occasione del documentario Gli anni del Prog. Poi, agli inizi di maggio, quasi casualmente, ho scoperto che al cinema “Al Fellini” di Grottaferrata, alle porte di Roma, era stata organizzata una proiezione speciale del film. La cosa sorprendente non è stata soltanto la proiezione in sé, ma la presenza di un pubblico numeroso per un’opera così di nicchia. La sala era anche molto eterogenea: mi ha fatto piacere vedere parecchi ventenni, evidentemente curiosi di recuperare un certo tipo di cinema italiano che difficilmente oggi trova spazio nei circuiti tradizionali.

Campanella, durante la conversazione prima della proiezione, tra le altre cose ha raccontato anche che la sceneggiatura nasceva già negli anni Novanta. Questo dettaglio è importante, perché spiega molte cose del film: Cattive inclinazioni, infatti, appartiene culturalmente a quel decennio e alla televisione che stava cambiando il modo di consumare la cronaca nera. Quando il film arriva nel 2003, quel linguaggio è ormai esploso definitivamente.

Pierfrancesco Campanella
Pierfrancesco Campanella

A rendere tutto ancora più particolare è il cast. Troviamo insieme attori che appartengono a mondi diversissimi del cinema e della televisione italiana. C’è Florinda Bolkan, volto storico del nostro cinema, protagonista di Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto e Anonimo veneziano, ma anche presenza memorabile accanto a Carlo Verdone in Acqua e sapone. C’è Eva Robins, icona pop e televisiva perfettamente in equilibrio tra provocazione, teatralità e cultura mediatica italiana. C’è Elisabetta Cavallotti, che porta nel film una sensualità malinconica molto legata a un certo cinema italiano di quegli anni. Ci sono Mirca Viola, Antonio Petrocelli, fino al cameo di Franco Nero.

Vedere tutti questi volti immersi nello stesso universo narrativo produce un effetto curioso: attori che il pubblico associa al cinema d’autore, alla televisione popolare o al grande cinema italiano finiscono catapultati dentro una dimensione che sembra una ricostruzione permanente della follia televisiva dei primi anni Duemila.

Programmi come Telefono giallo, condotto da Corrado Augias e costruito attorno all’uso del telefono come strumento per tenere viva l’attenzione del pubblico sui casi irrisolti, poi Chi l’ha visto? o Porta a Porta — affiancati negli anni anche da prodotti più autoriali come Blu notte – Misteri italiani, diventato talmente riconoscibile da essere persino parodiato dalla Gialappa’s Band con Fabio De Luigi e il suo celebre “Paura, eh”, evidente caricatura del tono narrativo di Carlo Lucarelli — avevano ormai costruito una grammatica precisissima della cronaca nera: ricostruzioni drammatizzate, confessioni davanti alle telecamere, tragedie trasformate in intrattenimento quotidiano, psicologia urlata più che raccontata. Cattive inclinazioni si rifà completamente a quel linguaggio.

Un modello televisivo che, tra l’altro, è andato avanti ancora per molti anni, ma quasi sempre con gli stessi volti, gli stessi studi televisivi e gli stessi meccanismi narrativi progressivamente invecchiati insieme ai loro protagonisti. Nel frattempo, come detto, il consumo del delitto si è semplicemente trasformato, passando dalla televisione generalista al podcast, dalle ricostruzioni pomeridiane alle piattaforme streaming, fino alla nuova estetica del true crime contemporaneo fatta di documentari minimali, serie sofisticate e narrazioni costruite con linguaggio cinematografico internazionale.

Rispetto a questa nuova forma di racconto, la vecchia televisione della cronaca nera appare oggi quasi incapace di competere davvero. Troppo esplicita, troppo urlata, troppo legata ai propri rituali televisivi. Il true crime contemporaneo ha semplicemente raffinato lo stesso voyeurismo, rendendolo più elegante, più psicologico, più “autoriale”, ma il meccanismo emotivo di fondo resta sorprendentemente simile.

Riguardato oggi, per di più in una sala cinematografica, Cattive inclinazioni conserva ancora addosso tutta la fisicità e l’eccesso di quella stagione televisiva: dialoghi sopra le righe, emozioni amplificate, personaggi che sembrano vivere costantemente davanti a una telecamera. Anche alcune inquadrature sembrano assorbire direttamente l’estetica televisiva della cronaca nera di quegli anni.

Perfino la recitazione, spesso criticata come artificiale o eccessiva, va probabilmente osservata dentro questo contesto. Certo, il budget limitato e alcuni limiti produttivi si vedono chiaramente. Però, quella recitazione enfatica finisce quasi per aderire perfettamente all’estetica della televisione crime dell’epoca. I personaggi parlano e reagiscono come se fossero già dentro una confessione televisiva o una docufiction pomeridiana: ricostruzioni posticce, dialoghi artefatti, musiche enfatiche e fortemente televisive.

Era una televisione che cercava continuamente, ma goffamente, di fingersi vera. Cattive inclinazioni, invece, non nasconde mai del tutto la propria natura artificiale e cinematografica. La presenza di attori così riconoscibili contribuisce proprio a questo effetto di finzione dichiarata.

Forse non è un caso, così sostiene Campanella, che il film abbia trovato una buona accoglienza negli Stati Uniti, dove uscì con il titolo Bad Inclination. In effetti, il film ha continuato negli anni a circolare nell’ambiente degli appassionati di cinema di genere e di exploitation europea, soprattutto nel mercato home video americano.

Mi viene da pensare che sia anche per questo che, dietro il kitsch, gli eccessi e i limiti produttivi, Cattive inclinazioni avesse intercettato qualcosa che sarebbe diventato centrale negli anni successivi: il delitto trasformato in linguaggio mediatico permanente.

Cambiano i mezzi, cambia l’estetica, cambiano le piattaforme. Dai telefoni di Telefono giallo ai podcast di Only Murders in the Building, la fascinazione collettiva resta però sorprendentemente identica: osservare il crimine, abitarlo narrativamente, trasformarlo in racconto condiviso.

Vorrei concludere lasciando ai lettori una considerazione su un certo cinema che spesso viene giudicato troppo severamente, dimenticando forse il suo pregio più importante: la libertà di movimento, persino quella di sbagliare. In fondo, il cinema più interessante non è sempre quello più compiuto o più controllato, ma quello capace di muoversi fuori dalle forme previste, intercettando qualcosa del proprio tempo prima ancora che diventi evidente.

Federico Emmi