GMB Akash è un fotografo documentarista bengalese che da trent’anni racconta le vite delle persone ai margini della società. Nato a Dhaka nel 1977, ha iniziato a fotografare nel 1996. Le sue immagini sono state pubblicate da National Geographic, TIME, Newsweek, The Guardian, The Economist, Vogue e Der Spiegel. È rappresentato da Panos Pictures ed è fondatore e direttore del First Light Institute of Photography di Dhaka.
Nel 2002 è stato il primo fotografo bengalese a essere selezionato per la Joop Swart Masterclass di World Press Photo. Nel 2006 ha vinto il terzo premio al World Press Photo Award Daily Life e, l’anno successivo, è stato il primo fotografo del Bangladesh a entrare nella lista dei trenta talenti emergenti di PDN. Tra i suoi libri figurano First Light e Survivors, nato da un progetto portato avanti per dieci anni, dove parte dei proventi ricavati dal volume e dalle mostre collegate è stata utilizzata per aiutare alcune delle persone fotografate ad avviare piccole attività con cui sostenere le proprie famiglie.

Ciò che mi ha colpita di più della sua storia, però, viene prima dei premi, delle mostre e delle pubblicazioni internazionali, quando GMB Akash era ancora uno studente e camminava per le strade del Bangladesh con una macchina fotografica senza pellicola. Sapeva che la macchina era vuota, ma continuava comunque a scattare.
La pellicola costava e non sempre poteva permettersi di comprare un altro rullino. Dava lezioni private a ragazzi più giovani e utilizzava ciò che guadagnava per acquistare il materiale fotografico, rinunciando qualche volta al pranzo. A quel tempo non aveva idea di dove la fotografia lo avrebbe portato. Sentiva soltanto di voler continuare.
Aveva iniziato con una vecchia Yashica FX-3 del padre, fino ad allora utilizzata soprattutto per le fotografie di famiglia. Non conosceva fotografi a cui chiedere aiuto e l’unica guida a sua disposizione era il manuale di istruzioni della macchina, scritto in un inglese che non comprendeva ancora abbastanza bene. Farlo tradurre costava troppo, così comprò un dizionario di seconda mano da una bancarella lungo la strada e cominciò a tradurlo da solo.
“In quel periodo stavo imparando due cose contemporaneamente: l’inglese e la fotografia.”
Di notte, quando tutti erano andati a dormire, trasformava il bagno di casa in una camera oscura e imparava a sviluppare da sé le fotografie in bianco e nero. Studiava economia aziendale, ma il bisogno di fotografare era già diventato qualcosa di fisico, che sentiva nel petto e sulla punta delle dita.
“La fotografia era il mio respiro.”



Fin dall’inizio, a interessarlo erano le persone, i loro volti, le emozioni e le vite che conducevano. GMB Akash è cresciuto vicino a uno dei più grandi quartieri a luci rosse del Bangladesh. Ricorda le urla e i pianti delle donne, le liti e le violenze a cui assisteva, senza riuscire a comprendere perché fossero trattate in quel modo. I genitori gli raccomandavano di evitare quella zona, ma lui voleva sapere che cosa vi accadesse davvero.
Ricorda anche una donna transgender che lavorava nella casa di uno zio e veniva regolarmente derisa e umiliata. Era ancora molto giovane e non capiva perché fosse trattata diversamente da chiunque altro. Anni dopo, ha cominciato a fotografare le vite delle lavoratrici del sesso, delle persone transgender e dei membri della comunità gay del Bangladesh.
Per avvicinarsi a queste comunità ci volle tempo. GMB Akash sapeva di non potersi presentare con la macchina fotografica e iniziare subito a scattare. Perché avrebbero dovuto fidarsi di lui? Tornava quindi a trovarle, parlava con le persone e trascorreva del tempo insieme a loro. Guardavano la televisione e i film, qualche volta andavano a nuotare, ma prima che cominciasse a fotografare potevano passare tre mesi, in alcuni casi anche sei.
“Prima cerco di capire come vivono. Spiego chi sono, perché sono lì e che cosa vorrei fare.”
Soltanto allora cominciava a fotografare, quando la sua presenza era ormai diventata familiare e le persone avevano compreso chi fosse e perché continuasse a tornare. Lavora ancora in questo modo. Anche quando fotografa per strada, cerca prima un contatto con la persona che ha davanti, magari attraverso uno sguardo o un sorriso.
“Le persone percepiscono la tua energia ancora prima che tu dica qualcosa. Osservano il modo in cui guardi, come sorridi, persino come cammini con la macchina fotografica.”



Ascoltandolo, mi è sembrato chiaro che per lui il consenso non coincida soltanto con il momento in cui una persona accetta di essere fotografata. Dipende anche da ciò che è avvenuto prima, dal modo in cui il fotografo si è avvicinato, dal tempo che ha dedicato e dalla chiarezza con cui ha spiegato le proprie intenzioni.
Molte delle persone che GMB Akash ha fotografato sono rimaste nella sua vita anche dopo la conclusione del progetto. Il rapporto non finisce necessariamente con l’ultima immagine e questo rende più difficile separare il gesto di fotografare qualcuno da ciò che accade in seguito. Quando una persona ti ha permesso di entrare nella sua vita, fino a che punto continui a esserne responsabile?
Gran parte del suo lavoro riguarda la povertà, il lavoro minorile, lo sfruttamento e le profonde disuguaglianze sociali. Il fotografo sa bene quanto facilmente un’immagine possa finire per far coincidere una persona con le circostanze più difficili della sua vita.

“Non voglio mai mostrare le persone soltanto come vittime – mi ha detto – dietro ogni situazione difficile c’è un essere umano con il suo coraggio, i suoi sogni, la sua forza e le sue speranze.”
GMB Akash non addolcisce le condizioni in cui vivono le persone che fotografa, ma non vuole neppure che la sofferenza cancelli tutto il resto. La povertà può stabilire dove una persona vive, decidere se un bambino potrà andare a scuola o in che modo una famiglia riuscirà a sopravvivere, ma da sola non basta a raccontare chi sia quella persona.
Stare a lungo accanto a famiglie che faticano a soddisfare i bisogni più elementari, o a bambini costretti a lavorare invece di frequentare la scuola, lo ha lasciato spesso con sentimenti di rabbia, tristezza e impotenza. Una volta terminato l’incarico, il fotografo può tornare a casa e cominciare a lavorare sulle immagini, mentre le persone fotografate rimangono spesso ad affrontare le stesse difficoltà di prima.


Per molto tempo GMB Akash ha creduto che mostrare queste storie potesse contribuire a cambiare le cose. Le sue fotografie venivano pubblicate, esposte e premiate e raggiungevano un pubblico ben oltre i confini del Bangladesh. Eppure, quando tornava in alcune delle comunità che aveva fotografato, si rendeva conto che per le persone che vivevano lì era cambiato ben poco.
“Una fotografia potente può cambiare il modo in cui le persone vedono le cose. Può renderle più attente agli altri e suscitare una maggiore empatia.”
È una possibilità nella quale continua a credere. Una fotografia può farci fermare davanti a una vita che altrimenti non incontreremmo mai, mettere in dubbio una convinzione o modificare il nostro modo di vedere. Da sola, però, non può garantire a una famiglia un reddito stabile o permettere a un bambino di smettere di lavorare e tornare a scuola.


Intanto la carriera di GMB Akash continuava a crescere, e la distanza tra il riconoscimento che riceveva e le condizioni delle persone fotografate diventava sempre più difficile da ignorare.
“Se oggi sono qui, è grazie a queste persone. Se tu stai parlando con me, è grazie a loro. Le persone mi conoscono grazie a loro.”
Circa quindici anni fa ha quindi cominciato a utilizzare parte dei propri guadagni, insieme ai proventi di libri, mostre e workshop, per aiutare alcune delle persone che aveva fotografato. A seconda delle necessità, ha acquistato mucche, risciò motorizzati e macchine da cucire, oppure ha contribuito all’apertura di piccoli negozi di alimentari, cercando di offrire alle famiglie una fonte di reddito su cui poter contare nel tempo. Ha inoltre sostenuto le spese scolastiche di alcuni bambini, compensando in certi casi le famiglie per il reddito perso quando i figli smettevano di lavorare.
Non ha creato un’organizzazione non governativa né una fondazione. Se ne occupa personalmente.
“Non lo faccio per la fotografia. Lo faccio per me stesso, perché riuscire ad aiutare queste persone mi rende felice.”
GMB Akash ci tiene a separare le due cose. Non considera questo aiuto una prova di ciò che la fotografia documentaria è in grado di ottenere, né pensa che possa correggere lo squilibrio tra chi fotografa e chi viene fotografato. Lo fa perché quelle persone non sono più estranee alla sua vita e perché sa che il proprio successo è legato anche alla fiducia che gli hanno accordato.
In Bangladesh, non tutti guardano al suo lavoro nello stesso modo. Qualcuno lo ha accusato di concentrarsi troppo sulla povertà e di restituire un’immagine negativa del Paese. GMB Akash sa che molti preferirebbero vedere fotografie di paesaggi, città prospere o un Bangladesh più rassicurante, ma il suo interesse è sempre andato altrove.
“Non voglio offrire un’immagine negativa del Bangladesh. Le persone che fotografo non rappresentano una debolezza del mio Paese. Sono una parte importante della sua storia.”


Fotografare il lavoro minorile e lo sfruttamento, per lui, significa anche cercare di capire perché queste realtà continuino a esistere. La povertà, i salari troppo bassi e la mancanza di altre possibilità non scompaiono semplicemente perché si sceglie di non mostrarli.
La nostra conversazione si è poi spostata su chi possa raccontare queste storie, soprattutto quando a farlo sono fotografi che non provengono dall’Europa o dal Nord America.
GMB Akash mi ha parlato delle difficoltà legate ai visti, dei costi necessari per viaggiare e di quanto sia complicato incontrare di persona chi lavora nelle redazioni. Un fotografo bengalese non sempre può spostarsi rapidamente per seguire una storia all’estero. Anche quando gli avvenimenti riguardano il Bangladesh, una pubblicazione internazionale può decidere di inviare un fotografo straniero invece di affidare il lavoro a qualcuno che già conosce la lingua, la storia e la cultura del Paese.
Mi ha parlato anche del peso dei rapporti e delle conoscenze all’interno dell’ambiente fotografico, verso il quale con gli anni è diventato sempre più scettico. Nella sua esperienza, un buon lavoro non porta automaticamente alla visibilità. I contatti personali hanno un’influenza considerevole, anche se non sempre se ne parla apertamente.
Dopo anni in cui aveva presentato le proprie fotografie ai concorsi, GMB Akash ha deciso di non parteciparvi più. I premi avevano contato molto, soprattutto quando era un giovane fotografo bengalese che cercava di affermarsi sulla scena internazionale. Con il tempo, però, le persone ritratte nelle immagini e ciò che accadeva loro dopo la pubblicazione hanno cominciato a essere più importanti dei riconoscimenti ottenuti dal suo lavoro.
“La fotografia e il desiderio di aiutare le persone nascono dallo stesso sentimento: l’empatia”, mi ha detto. “La macchina fotografica mi ha permesso di comprendere le loro vite e quella comprensione mi ha spinto ad agire.”
Alla fine della nostra conversazione continuavo a tornare a questo punto. La fotografia ha permesso a GMB Akash di avvicinarsi alle vite che desiderava comprendere e ha portato quelle storie sulle pagine delle riviste, nelle gallerie e all’interno di conversazioni in diverse parti del mondo. Gli ha però offerto opportunità che non sempre hanno avuto conseguenze altrettanto concrete per le persone che si trovavano davanti alla sua macchina fotografica.
GMB Akash non può annullare questo squilibrio e non sostiene il contrario. Aiutare una famiglia ad aprire un negozio di alimentari o permettere a un bambino di tornare a scuola non risolve le questioni più ampie legate alla fotografia documentaria. Per lui, però, la pubblicazione di un’immagine non coincide con la fine del rapporto.


Lo studente che un tempo camminava per le strade di Dhaka scattando con una macchina fotografica vuota ha oggi alle spalle trent’anni di lavoro, libri, mostre e riconoscimenti internazionali. Tuttavia, quando parla di fotografia, non torna alle immagini che ha realizzato, ma alle persone che gli hanno permesso di realizzarle.
Silvia Donà