Guardare indietro

Uno scatto di Henri Cartier-Bresson del 1971 descrive bene la compresenza di vita e morte nelle nostre esistenze: ci sono due bambini che giocano con un cerchio mentre sullo sfondo un carro funebre procede nel suo cammino. Il gioco dei  bambini consiste nel far correre un cerchio spingendolo con un bastone, è un gioco che appartiene al passato, quando ancora i bambini giocavano per strada. I fanciulli ridono felici e procedono nella direzione opposta al carro funebre, quasi a sottolineare il loro movimento opposto e contrario. Ed è proprio questo gesto che rende l’immagine in equilibrio, quasi a testimoniare che vita e morte non si oppongono mai bensì sono in perfetta armonia, infatti ciascun evento nella fotografia risulta essere necessario e in simbiosi. Potremmo allora affermare che, per estensione semantica, la fotografia ci spinge a riflettere sul senso del nostro andare che non è mai unidirezionale, in quanto ciò che è davanti a noi è stato precedentemente dietro di noi; nella compresenza degli opposti non solo coincidono vita e morte, ma anche passato e futuro, memoria e oblio.

Due miti s’interrogano sull’atto del guardare indietro, creando una specularità narrativa con l’opposta necessità di guardare avanti; la prima narrazione è raccontata nella Bibbia, mentre la seconda è descritta nelle Metamorfosi di Ovidio. Nelle storie dell’Antico Testamento troviamo la vicenda della moglie di Lot che, in fuga da Sodoma, non ascolta l’ammonimento dell’angelo e volgendosi indietro viene trasformata in statua di sale. In modo analogo Ovidio riprende il mito antico di Orfeo che, nel suo viaggio di ritorno dagli inferi, si volta a guardare la sua amata Euridice e così facendo la perde per sempre. In entrambi i miti il divieto consiste nel non guardare indietro, mentre la salvezza è raffigurata da un’ascensione: Lot deve salire su una montagna e rifugiarsi in una grotta per evitare di essere coinvolto nella distruzione della città di Sodoma, mentre Orfeo deve risalire dall’Ade, il regno dei morti, verso la superficie della terra. I due movimenti sono ascensionali e salvifici, documentano e pongono in relazione la necessità di procedere avanti con il divieto di guardare indietro.

Apparentemente quella che potrebbe essere una prima lettura superficiale coincide con la metafora che fa sovrapporre l’atto del guardare indietro con il ricordare. Di solito ripensare al passato, se non è rivolto all’analisi e alla critica nei confronti di errori lontani, può risultare un’attitudine nostalgica che non dà vie di scampo perché non si esce dal passato, si può solo cercare di comprenderlo e nella migliore delle ipotesi perdonare e perdonarsi. L’esortazione sembra riguardare soprattutto il non indulgere in atteggiamenti inutili e vacui, soprattutto quando si è in tensione verso una maggiore consapevolezza di sé, verso un più alto grado di coscienza. Di fronte ad una profonda trasformazione personale, simbolicamente implicita nei miti di Lot e di Orfeo, il guardare indietro potrebbe alludere al vuoto della coazione a ripetere, al dolore che la segue e l’accompagna tutte le volte che rinnoviamo dentro di noi gli stessi gesti, le stesse manie scaturite dall’impulso o peggio dalla paura. Sia la moglie di Lot che Orfeo sembrano non tanto rifiutare o non considerare l’autorità del divieto, quanto piuttosto il fatto che non riescono a resistere alla seduzione della ripetizione dell’impulso. Si voltano perché non resistono, sanno che non devono farlo e sono consapevoli che quel gesto li condannerà per l’eternità, eppure lo fanno scivolando così nella loro perdizione.

Nello scatto fotografico di Cartier-Bresson la gioia e la vitalità dei bambini che giocano e corrono non viene stemperata in alcun modo dall’immagine del corteo funebre, non possiamo nemmeno parlare di ‘composizione’ dello scatto perché la fotografia è vera e propria street art photography, cristallizzazione di un evento unico e irripetibile. In questa direzione l’immagine fotografica restituisce una sintesi della compresenza di vita e morte nelle nostre esistenze, o meglio di come sempre in qualsiasi momento la vita insiste nella morte, il passato nel presente e viceversa. La fotografia sembra suggerirci che ogni momento è in armonia, ogni cosa in equilibrio se abbiamo occhi per vedere; nessuna indulgenza o rimpianto per quel che è stato né ansia per quello che dovrà ancora essere, perché in definitiva il guardare indietro e davanti a noi coincidono nell’attimo delle nostre scelte, nello spazio in cui ogni momento insiste nel presente.

Martin Munkacsi, tre ragazzi neri corrono verso l’acqua, 1930 circa