Il fascino intramontabile della fotografia analogica. Intervista a Francesco Mussida

In un mondo ormai certamente dominato dalla fotografia digitale, c’è chi ancora è innamorato della fotografia su pellicola, al punto da dedicarsi esclusivamente ad essa, con passione e perizia. Stiamo parlando del fotografo milanese Francesco Mussida, che abbiamo raggiunto per una gradevolissima chiacchierata sul tema.

Scopriamo un fotografo che ha fatto una scelta netta non certo perché nostalgico, né perchè settario o avverso al progresso; piuttosto si tratta di un artista che ci riporta innanzitutto l’innocenza e la magia delle sensazioni della fotografia su pellicola, che forse avevamo dimenticato o abbiamo date per superate; o addirittura non conosciamo affatto, perchè “nativi digitali”.

Francesco conosce a fondo la pregnanza della “presa diretta” della luce nella fotografia analogica ed è un immenso piacere seguirlo nello sperimentare in prima persona quanto essa possa coincidere con l’essenza della nostra creatività.

Vi invitiamo a seguire il suo Stampaanalogica.it per i suoi approfonditi suggerimenti tecnici, ma soprattutto per le illuminanti riflessioni sul mondo della pellicola, tanto sincere quanto decisamente convincenti.

Eccovi la nostra intervista.

Raccontaci la tua personale storia della fotografia

La prima cosa che mi viene in mente quando penso alla fotografia è un libro di Guido Harari che presi tra le mani a 17 anni ,“Kate inside”;  rimasi molto colpito dalla sua fotografia. Siamo negli anni ’80 e mi piacque molto una foto a colori della Bush, con delle velature, mossa; io venivo da anni di scuola d’arte, molta pittura e acquarello e forse in quella immagine ho riconosciuto un riferimento.

Qualche anno più avanti ricevetti in regalo una fotografia originale di Mario Giacomelli; anche la sua una fotografia un po’ mossa! Dopo un percorso nella musica, torno alla fotografia e come diceva Alec Soth «…”la migliora cosa da fare per trovare la tua “quadra” nella fotografia è provare», quindi ho iniziato le mie sperimentazioni, seguendo diverse ispirazioni. Il bianco e nero di Ansel Adams, poi Robert Frank e tutta quella parte di street photography, Irving Penn che mi ha folgorato (ho provato per anni a cercare di ricreare il suo modo di fotografare, la sua estetica). Seguire ed emulare i grandi maestri è stato il mio modo per iniziare. A volte ti ritrovi nell’anima di quell’artista, in un momento della tua vita, e segui quel percorso per poi magari abbandonarlo e seguirne un altro.

Trent Parke è un fotografo australiano che apprezzo, ha un rapporto con la luce straordinario, Arnold Newman è un altro importante riferimento.

In merito agli italiani mi viene in mente su tutti Gianni Berengo Gardin, mi ha segnato dal punto di vista della fotografia.

Infine senza dubbio “il maestro di tutti” : il grande Edward Weston.

Nell’”About” del sito “Stampanalogica.it”, prima ancora che alla tua breve presentazione, si è indirizzati all’articolo “Perché dovresti iniziare da subito a stampare le tue fotografie” dove ci parli del perché hai deciso di dedicarti alla fotografia analogica, della magia che provi nel viverla e ci inviti a riflettere sul valore della fotografia. Crescere come “artigiani della stampa” è dunque per te essenziale per recuperare il valore della Fotografia. Sorrido, perché spesso i fotografi si sono sentiti di serie “B” perché considerati “artigiani” piuttosto che “artisti”. Cosa ne pensi?

La parte che a me ha sempre interessato della fotografia è la parte fisica, materica, appunto artigianale. L’interesse per la fotografia analogica è arrivato direttamente da una delusione con il digitale, mi mancava qualcosa, mi mancava la parte del processo. La fotografia analogica ha un suo ritmo un suo battito, un diverso contatto col mezzo. Quando ti approcci al fotografare, con un mezzo analogico, affronti la fotografia diversamente, c’è un coinvolgimento più “immaginativo” e progettuale: devi cominciare a ragionare sul tipo di pellicola che vuoi, per l’effetto che desideri, ti metti in gioco, con un impegno molto più duraturo, più pensato rispetto allo scattare in digitale. Questa esperienza più ponderata, più pianificata a mio parere conserva il valore della fotografia molto di più di quanto riesca a fare la velocità dell’approccio digitale. Nel momento in cui ti metti nelle condizioni di fare questa esperienza tipica della fotografia analogica, automaticamente ti stai mettendo in gioco ed è questo metterti in gioco, questo coinvolgimento ciò che mi mancava nella fotografia digitale, al di là del risultato nella immagine ottenuta. Secondo me la fotografia analogica valorizza molto di più l’aspetto creativo e la tua produzione, il tuo contributo.

Courtesy of ©Francesco Mussida
Courtesy of ©Francesco Mussida

Il digitale ha degli ambiti in cui ha un ruolo fondamentale e perfetto, ma dal punto di vista della Fotografia con la F maiuscola il digitale ti toglie il piacere che provi nella analogica di mettere davvero qualcosa di tuo.

La fotografia digitale inoltre ha dei problemi a tradurre lo spazio in maniera corretta, mentre l’analogico per sua natura riceve la luce in uno spazio fisico e quindi quello spazio fisico attraverso la lente rappresenta esattamente quello che l’obiettivo ha visto. Il digitale è una traduzione della realtà. L’analogico non lascia mai il contatto con la realtà e questo si vede nel come riesce a trasmettere la tridimensionalità.

«Fra 100 anni chi ritroverà i nostri negativi dovrà semplicemente alzarli alla luce del sole per scoprire le storie del nostro presente» Vuoi raccontarci cosa ha ispirato questa tua affermazione e che messaggio ci stai dando?

Il punto è la semplicità. Il concetto di non complicarci le cose per forza. Abbiamo ancora oggi delle stampe dei negativi di fine ‘800, riusciamo a osservare attraverso la luce una scena ripresa moltissimi anni prima, questa è una magia. Con la fotografia digitale già ogni anno e mezzo cambiano i sistemi, lo storage, il cloud… il negativo è sempre lì. Basta alzarlo alla luce del sole per ammirare anche la storia che ha fatto.

Un negativo è poi comunque replicabile, e stampabile anche più volte. I grandi maestri citati prima ristampavano i loro negativi, reinterpretandoli ed ogni volta ripercorri un nuovo processo creativo. 

Nel 2018 Leica ha prodotto la M10-D, una macchina senza display e con una leva che ricorda quella per l’avanzamento della pellicola, ma è una fotocamera digitale. Cosa ne pensi?

È un po’ come vedere un bellissimo documentario di viaggio su un monitor, in cuffia, dolby digital, però… forse è meglio prendersi lo zaino in spalla e uscire!

Probabilmente si cerca di far leva sull’epica storia della fotografia analogica, per avvicinare il fotografo digitale a quel sentire. 

Le macchine Leica sono macchine straordinarie, ma questo è un altro discorso.

Ti faccio una domanda più provocatoria, solo per “scavare” più a fondo nel tuo approccio fotografico: non basterebbe un po’ di più “self control” nel fotografare? Non è insomma possibile fotografare meno compulsivamente, dando comunque valore ai nostri scatti, pur con una macchina digitale? Penso di poter anticipare una tua risposta nella frase che leggo nel tuo blog «l’essenza della fotografia analogica è il processo». Vuoi darci un parere e spiegarlo ai nostri lettori?

Da ex fotografo digitale penso che il digitale abbia un obiettivo che è quello di farti risparmiare tempo, ma questo per me porta ad un impoverimento, se l’unico metro che noi abbiamo è quello di farci risparmiare tempo. In realtà tutti gli automatismi non solo nella fotografia ma in generale di tutto il mondo digitale, dal telefonino alle app, ci hanno tolto il gusto di dire veramente la nostra, a furia di osservare gli schermi digitali, a furia di fare fotografie digitali che bene o male interpretano la luce più o meno tutti alla stessa maniera, perché hanno un range dinamico più o meno simile, gli stessi problemi di spazialità, stessi problemi di rappresentare la tridimensionalità.  Una volta che hai scattato, hai finito tutto, hai un file e in mano e in realtà poi spesso ti senti obbligato a lavorarlo con il programma di editing, ma non trovo che sia un processo che ti dà serenità, ma piuttosto più stress. 

Dedicarsi alla fotografia analogica e quindi partecipare in prima persona all’intero processo di creazione di una fotografia è a tuo parere qualcosa di consigliatissimo affinché si continui a dare valore ad una fotografia. Come convincere un ragazzo affascinato dalla iper-realtà di un HDR del suo smartphone, senza fargli sperimentare il processo analogico? Altrimenti detto, esistono altre possibilità per educare lo sguardo?

Sicuramente mi viene in mente che soprattutto le nuove generazioni non nate in un mondo analogico si sono subito confrontate con un certo tipo di immagini: iper saturate, iper caricate, con una dinamica totalmente esasperata.  Abituandosi all’immagine digitale (cellulare o computer) i riferimenti sono questi, vederle attraverso uno schermo retroilluminato. Forse il suggerimento potrebbe essere quello di osservare un libro, andare ad una mostra o banalmente guardare la luce, fuori, come cambia durante la giornata. Noi siamo davvero la somma delle esperienze della nostra vita visiva, e non solo, ma certo quella visiva ha un ruolo importante.

Mi viene in mente un aneddoto dal libro di Tiziano Terzani “Un indovino mi disse” che raccontava dell’arrivo a Lhasa in Tibet, dopo che i cinesi lo avevano colonizzato e lui si ritrovò di colpo in una situazione in cui ovunque c’erano neon e sentì che era completamente scomparsa la luce che c’era prima: le ombre, i chiaroscuri, la luce delle lanterne, nei vicoli, ora erano illuminati da questa luce asettica, artificiale. Questo mi ha colpito perché noi siamo sempre sottoposti bombardati da schermi anche in giro (in metropolitana…) e bisogna fare attenzione perché continuando a guardare questo tipo di immagine compressa e “sparata”, colori super saturati che rapporto hai con la realtà? Con la luce? Come fai a rapportarti alla luce se negli occhi hai quella saturazione artificiale delle immagini digitali?

È un po’ come la musica: negli studi di registrazione digitale oggi si tende ad eliminare l’aria, mentre se ascolti i vinili degli anni ’50, ascolti Ella Fitzgerald, le orchestre, c’è una apertura, una spazialità che era reale, l’aria, il riflesso del suono attraverso lo spazio.

La luce è la luce.

Courtesy of ©Francesco Mussida

Vuoi provare a dare qualche consiglio ad un giovane vuole cimentarsi con la fotografia analogica? Quali passi consiglieresti per primi?

Io partirei dai libri, da quelli che possono essere dei riferimenti. A seconda di quello che piace, libri di ritratto, moda, landscape o street; può servire per crearsi una sorta di risonanza visiva ed anche per trovare il mezzo giusto; se stai facendo un certo tipo di fotografia può andare bene il medio formato, o per un’altra hai bisogno un 35 mm “da battaglia”. 

Così come anche visitare le mostre.

Anche semplicemente il leggere libri, allena l’immaginazione. Il problema di questa iper-realtà è che in realtà ti toglie qualcosa! Se io ho già tutto, cosa mi rimane da creare? Tornare all’analogico riporta a te l’atto creativo, di produzione, indipendentemente dal tipo di immagine che ne uscirà, quello che importa è che tu hai fatto nascere quella immagine che prima non c’era e che realmente è nata da un processo chimico.

Cosa ne pensi di una fotografia come quella di Jerry Uelsmann e la sua “manipolazione” analogica? Pensi abbia un valore (maggiore o minore) rispetto a quanto ci consente Photoshop? In generale ti piacciono certi tipi processi sul negativo/stampa, anche meno spinti, tipo le solarizzazioni di Man Ray?

In realtà l’analogico è proprio la creatività per eccellenza! Poi ovvio che dipenda da cosa intendiamo per creatività, se questo significhi o meno uscire dal concetto di riproduzione della realtà. Anche Weston faceva ritocchi, insomma anche la fotografia analogica ha la sua dose di manipolazione, peraltro proprio fisica, manipoli la luce in maniera fisica. Quando vedo Uelsmann a me viene in mente Magritte, molto surreale, direi che è una modalità che ti mostra fino a quanto puoi spingerti nel creare, anche se personalmente non è il mio approccio.

Mi viene in mente un altro fotografo già citato prima, Giacomelli: lui lavorava tantissimo in camera oscura, in modo creativo. Posseggo una stampa sua che si chiama “Nel sogno”, creata in camera oscura, probabilmente con delle sovrapposizioni, delle lenti, insomma delle manipolazioni. Questo tipo di manipolazione mi risuona molto di più.

Nella fotografia commerciale (mi viene in mente il comparto del matrimonio o del ritratto) come è possibile educare la clientela alla fotografia analogica? Renderla desiderabile? Esistono spazi in questo senso? O la fotografia analogica è condannata a rimanere attività per amatori o al massimo fotografi attivi nel comparto artistico?

Vero, oggi nel commerciale, ad esempio, il digitale ha svolto una funzione di aiuto, soprattutto quando c’è un po’ di “bulimia” nel numero di immagini.

Però poi come posso fare un passo avanti, dare un valore aggiunto?

La fotografia analogica può affiancare la fotografia digitale, ad es. proponendo un ritratto, in medio formato, oppure un racconto di backstage in analogico. 

Due anni fa, ad esempio, seguii un collettivo di artisti per un anno e mezzo a Londra. Chi mi aveva commissionato il lavoro aveva visto il mio modo di raccontare più sottile, che andava al di là della mera documentazione, della mera cronaca. 

Utilizzando due Leica analogiche, il focus era raccontare lo spirito di quello che stava succedendo, piuttosto che puntare alla documentazione esaustiva di un evento che è più agevolmente ottenibile con una macchina digitale.

Parliamo della tua fotografia, da poco è online il IL TUO SITO con i tuoi lavori, rigorosamente analogici. Nella tua presentazione, come una vera dichiarazione di poetica, leggo: “ Nature as vibrating energy, matter as a persistent illusion” (La natura come energia vibrante, la materia come illusione persistente) e in ogni tua fotografia ritroviamo questo significato: i contorni confusi al limite dell’astratto, i mossi, il fluttuare. Tutto ci parla di qualcosa che vibra, che sfugge ed è quasi paradossale, perché tutto è contenuto in una fotografia, che, al parere di molti, dovrebbe fermare il tempo e congelare la realtà. Le tue fotografie a me paiono quasi impronte, impronte del tempo, senza che lo riescano ad ingabbiare, ci dicono solo…che è passato di lì. Sempre nel sito descrivi il processo per la creazione delle tue fotografie, credo a ribadire che sia proprio il processo che riesce a fare questa magia, quella di raccontare il tempo senza fermarlo, mi sbaglio?

Intanto è sempre bello ascoltare le impressioni di qualcun altro, quindi ti ringrazio.

Courtesy of ©Francesco Mussida

Il punto focale di questo lavoro era quello di non lavorare per catturare il momento decisivo, ma cercare di raccontare una realtà immaginativa, qualcosa di parallelo. Tutte le cose sono in movimento, è tutto in movimento, se solo guardassimo gli atomi! Io cerco di mettermi dalla parte dell’osservato, che guarda l’osservatore. Io ho immaginato come se fossero le piante a sfuggire, a muoversi e a raccontare una piccola storia, un movimento, una crescita. Non volevo catturare qualcosa di finito, di completato, volevo lasciare una sorta di possibilità.

Courtesy of ©Francesco Mussida

Le tue stampe sono in vendita; cosa puoi raccontarci del mercato della Fine Art? C’è interesse? Chi compra le tue foto?

Il mercato della fine art sta cambiando incredibilmente. Con il Covid necessariamente si è dovuta velocizzare e sviluppare tutta una parte digitale e virtuale, tra cui le gallerie online, il market place,o fenomeni quali il crowdfunding: c’è un movimento molto trasversale. I mercati di riferimento sono sempre quelli USA, Cina e UK e la cosa fantastica è che i millennials comprano tantissimo e vendono arte anche. C’è una sorta di crescita dal basso. Una volta c’erano solo le gallerie, erano il solo punto di riferimento, invece oggi c’è un bel fermento ed un contatto con i clienti che è diretto, tramite i social o i tuoi canali. Mi manca la possibilità di incontri in presenza, data la contingenza, considerato che io amo stampare ed esporre, ma per certi versi si è sviluppata un’ottima alternativa per raggiungere comunque le persone.

Gli acquirenti sono sia italiani che stranieri. 

Certo c’è tutta una cultura dell’artigianato all’estero, forse qui in Italia non manca, ma si è perso un po’ il concetto del punto su strada, del negozio d’arte.

Credo comunque che ci sia un grande fermento e devo dire che c’è anche molto bisogno di confrontarsi con tutto ciò che ci faccia respirare un po’ il cuore e l’anima.

Io sento tanto la mancanza delle mostre!

Il sito di Francesco, per ammirare e comprare le sue opere.

Stampaanalogica.it, dove potete trovare suggerimenti, consigli e profonde riflessioni sul mondo della fotografia analogica.

Presso Yes we scan, a Milano, potete affittare una camera oscura attrezzata di tutto punto, fare scansioni accurate dei vostri negativi e frequentare corsi di fotografia analogica con Francesco.

Autoritratto – Courtesy of ©Francesco Mussida

Luisa Raimondi

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