Nello scorso mese di maggio sono stati assegnati i premi Pulitzer.
Il prestigiosa onorificenza statunitense venne istituita nel lontano 1917 a seguito delle volontà di Joseph Pulitzer, giornalista ed editore ungherese-americano, nonché finanziatore di una delle primissime università di giornalismo del mondo, la Columbia University di New York. Le categorie sono numerose, oltre venti, e vedono premiate le diverse declinazioni del giornalismo oltre a letteratura, teatro e musica.
Quello riservato alla fotografia è uno dei quattordici premi Pulitzer per il giornalismo, integrato soltanto nel 1942. Il riconoscimento viene destinato ad un unico giornalista o ad una intera redazione, che si siano distinti per un approfondimento meritevole attraverso una singola fotografia o un completo reportage, sia a colori che in bianco e nero.
Fino al 1967 veniva assegnato soltanto un premio per il fotogiornalismo, il Pulitzer Prize for Photography, diviso poi, proprio in quell’anno, in Pulitzer Prize for Spot News Photography (divenuto poi dal 2000 Pulitzer Prize for Breaking News Photography) e Pulitzer Prize for Feature Photography.
Riconoscimento molto ambito ed importante nei propri confini nazionali, il premio, almeno per la sezione di fotografia, è stato messo in ombra da altri concorsi internazionali che si occupano nello specifico di immagini, come il World Press Photo.
Nonostante ciò, per un fotografo, vincere questo riconoscimento equivale non solo a consegnare alla storia la propria visione e testimonianza, ma a diventare riferimento metodologico per le produzioni future.
Ne è esempio lampante l’immagine vincitrice dell’edizione del 1971, di John Paul Filo, scattata durante la sparatoria alla Kent State University nel maggio 1970: ancora oggi viene dibattuta come caso di studio riguardo la spinosa vicenda dell’etica nel fotogiornalismo, per un palo cancellato per esigenze estetiche nella stampa finale.
Per orgoglio nazionale è bene citare l’unico italiano ad aver vinto nella categoria fotografia. Proprio lo scorso anno Lorenzo Tugnoli, fu premiato per il suo importante lavoro di reportage sulle condizioni dei cittadini colpiti dalla carestia nello Yemen, pubblicato sul Washington Post.
Tornando alle premiazioni 2020 i fotogiornalisti dell’agenzia britannica Reuters hanno vinto nella sezione Breaking News Photography, per un reportage di ampio respiro sulle proteste dei cittadini di Hong Kong contro il governo cinese, accusato di violare le loro libertà civili durante le manifestazioni in difesa dell’autonomia della regione.




Il Pulitzer Prize for Feature Photography è stato assegnato ai fotografi Channi Anand, Mukhtar Khan e Dar Yasin dell’agenzia newyorkese Associated Press, per le suggestive immagini scattate in Kashmir, che testimoniano la vita in un territorio difficile, da sempre conteso e privato della propria autonomia dalla vicina India.
Un reportage così intenso e strutturato è stato reso possibile dal lavoro congiunto dei tre fotogiornalisti che vivono proprio nel Kashmir e nelle zone limitrofe di confine. La conoscenza profonda del territorio, della storia, della stratificazione sociale, dei conflitti, della politica ha permesso ai vincitori di muoversi agevolmente all’interno di uno scenario estremamente complesso, restituendo un lavoro di grande impatto.
Channi Anand vive a Jammu, città non lontana dal confine tra India e Pakistan, teatro di frequenti violenze transfrontaliere. Dal 2000 segue senza sosta gli sviluppi politici nelle zone di confine per conto della Associated Press. Vedere la gente fuggire dalle proprie abitazioni è diventata purtroppo un’abitudine, ma la necessità di testimoniare queste storie è il motore che lo spinge a continuare. Dopo più di vent’anni sul campo, Channi si ritrova ora in patria a lavorare sulle questioni sociali, sulle calamità naturali, sugli scontri tra forze di sicurezza e terroristi.

Mukhtar Khan ha iniziato a lavorare con l’Associated Press nel 2000 prima di entrare a tempo pieno nell’organizzazione nel 2004. È nato e cresciuto nella parte indiana del Kashmir, dove ha vissuto tutta la vita. Nella sua lunga carriera, che dura da più di vent’anni, ha documentato ampiamente il conflitto del Kashmir devastato dalla guerra, seguendolo quotidianamente. Inoltre ha seguito il terremoto del 2005 che ha scosso la regione e gli eventi intorno alla corsa agli armamenti nucleari dell’India e del Pakistan.


Dar Yasin, è nato nel Kashmir ed ha studiato nel sud dell’India. Ha documentato il conflitto del Kashmir, il terremoto dell’Asia meridionale, e la storica apertura della linea di autobus tra le zone interne del Kashmir diviso. Ha lavorato per molto tempo in Afghanistan, raccontando le vicende dei rifugiati afghani e la loro vita dilaniata dalla guerra. Dar si è occupato anche della crisi dei rifugiati rohingya, fuggiti dalla violenza e dalle persecuzioni in Myanmar. Le sue fotografie sono apparse su tutti i principali giornali e riviste internazionali e gli sono valse decine di premi fotografici.


Mirko Bonfanti