La via in cui non siamo

La prima volta che lessi Diario del ladro (1949) di Jean Genet rimasi profondamente colpito perché era come se la scrittura e i temi raccontati procedessero su strade completamente diverse, anzi ad essere più precisi sembravano opporsi radicalmente. La prosa era estremamente complessa e raffinata, mentre le storie che si avvicendavano parlavano di furti, carcerazioni, relazioni sessuali dissolute, bordelli e leggi istintuali elette a regole di vita. Era come se lo scrittore avesse voluto intenzionalmente creare un ossimoro tra forma e contenuto che finiva con il diventare una sorta di manifesto estetico, un invito a trovare la bellezza dove non sembrava essercene affatto. Nel leggere le storie raccontate da Genet si percepisce la volontà dell’autore di cogliere l’umanità proprio negli strati più bassi dell’esistenza delle persone, per poi elevare quelle miserie verso una dimensione comune, nella condivisione di identiche necessità e bisogni davvero troppo umani. Leggiamo nell’incipit del romanzo: «l’abito dei forzati è a righe bianche e rosa. Se l’universo, di cui mi compiaccio, io per comandamento del cuore lo elessi, la facoltà ho almeno di scoprirvi gli svariati sensi che voglio: “ebbene, uno stretto rapporto esiste tra i fiori e gli ergastolani”. La fragilità, la delicatezza dei primi sono della medesima natura della brutale insensibilità dei secondi. Ch’io abbia da raffigurare un forzato – o un criminale, – sempre lo coprirò di tanti e tanti fiori ch’esso, scomparendovi sotto, ne diventerà un altro gigantesco, nuovo». Accostare la fragilità e la delicatezza dei fiori alla brutale insensibilità dei criminali, utilizzando una prosa poetica e classicheggiante è forse la chiave per comprendere uno degli effetti più incredibili prodotti dall’arte, ovvero la purificazione e la spinta verso l’alto, poiché è evidente che per raggiungere una dimensione spirituale dell’esistenza è necessario partire proprio dal corpo, con i suoi bisogni e le sue necessità finanche basse e concrete; esattamente come cantava il nostro Fabrizio De André: «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori».

Un percorso simile è da individuarsi anche nella creazione artistica del fotografo Robert Mapplethorpe che a partire dal 1970 utilizzò la Polaroid per ritrarre scene dai contenuti fortemente erotici. Soprattutto in Portfolio X (1975) Mapplethorpe spezza il confine che tradizionalmente separava la foto d’arte con l’immagine esplicitamente pornografica, collocando su un piano paritetico le pratiche erotiche estreme con immagini raffinate e armoniose di calle e tulipani. L’attività del fotografo newyorchese sembra muoversi nella stessa direzione dello scrittore francese, ovvero celebrare uno sguardo omoerotico che viene trasposto ed elevato verso la dimensione formale della classicità. In questa direzione gli scatti raffiguranti i nudi di uomini vengono ritratti in un’ottica squisitamente scultorea che rimanda all’arte greca e romana, finendo con l’assumere una connotazione quasi eterea per quanto le immagini continuino a raffigurare scene esplicitamente in bilico tra arte e pornografia. Viene da domandarsi allora quale fosse la spinta creativa di Genet e di Mapplethorpe, o meglio quale narrazione psichica i due abbiamo inseguito e cercato di raccontare, perché ogni desiderio artistico sottende quello che gli antichi chiamavano il daimon, la divinità che ci accompagna nel percorso che la nostra anima ha scelto per noi. Il daimon corrisponde alla nostra vocazione interiore, l’essenza che motiva la nostra esistenza e che desidera solamente esprimersi perché in definitiva davvero ‘diventiamo quello che siamo’.

Il tema psichico che Genet e Mapplethorpe Il tema psichico che Genet e Mapplethorpe affrontano e sciolgono fino alle contraddizioni più radicali si configura nell’incontro che il nostro Io vive con l’alterità per eccellenza, ovvero l’archetipo dell’inconscio collettivo che Carl Gustav Jung definì come Anima/Animus. L’incontro con la parte che non conosciamo, che sembra non appartenerci ma che può portarci alla completezza, a quell’unione tra maschile e femminile che non dipende necessariamente dal genere, in quanto prevede l’esplorazione e l’assunzione di ciò che già siamo ma che ancora non conosciamo. Infatti Genet e Mapplethorpe pur essendo entrambi di genere maschile fanno i conti con Animus che attiva in loro il processo di individuazione attraverso il confronto cosciente con l’archetipo controsessuale; vera e propria determinazione psichica che va al di là del genere e dell’orientamento sessuale, proprio perché deve permettere principalmente il riconoscimento dell’Altro, che è esterno come un Tu e non più come semplice specchio di desideri autoerotici o delle proprie debolezze e paure. L’archetipo Anima/Animus è quindi una vera ‘funzione di relazione tra coscienza e inconscio’, per cui tale incontro diviene una vera e propria personificazione dell’inconscio che permette il ricongiungimento della parte di femminilità insita nell’uomo e quella di virilità nella donna, nonché l’immagine ereditaria collettiva grazie a cui ogni individuo comprende l’essenza del proprio e dell’altro sesso. Ma occorre fare attenzione perché tutto questo ci deve mettere in guardia dagli stereotipi con cui le società patriarcali hanno creato un’immagine del maschile e del femminile, in quanto l’archetipo Anima/Animus ci parla della completezza del Sé che, per essere tale deve necessariamente passare attraverso ciò che non conosco, ciò che non sono. Come scrive Thomas Stearns Eliott: «Per arrivare a quello che non siete/ Dovete andare per la via in cui non siete», là dove l’esperienza dell’incontro con Anima/Animus sembra indicarci proprio la compresenza degli opposti ottenuta dal riconoscimento del proprio femminile o del maschile che, ripeto, va al di là delle dinamiche di genere. Infatti la direzione e finalità della prova con l’alterità Anima/Animus rimanda al mito dell’ermafrodito, ovvero alla condizione androgina iniziale dell’umanità di cui parlano i testi sacri e i volumi della grande tradizione ebraica.

Si legge infatti nella Genesi che: «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò, li benedisse e li chiamò uomini nel giorno in cui li creò», quasi a indicare il principio supremo dell’armonia dell’Uno che è fatto di Due polarità; e infatti Adamo recava in sé, fusi inscindibilmente, il principio maschile e il principio femminile che furono separati successivamente. Il cambiamento dei pronomi nel passo della Genesi dal singolare al plurale, da ‘lo’ a ‘li’, ci indica un ermafroditismo, una presunta androginia di Adamo che viene poi superata con la creazione di Eva, nata da una costola di Adamo; oppure il passo della Genesi suggerisce la creazione di una donna, precedentemente ad Eva, di cui perdiamo le tracce allorquando si ricompone la coppia del primo uomo e della prima donna, destinati poi a rappresentare l’archetipo della famiglia tradizionale e della coppia mistica. Eppure di questa prima donna precedente a Eva esistono numerose tracce nella Kabbalah ebraica; un femminile che sembra disegnare più compiutamente la relazione Anima/Animus dentro ciascuno di noi, il mito arcaico di Lilith che rappresenta l’archetipo del rapporto uomo-donna al livello più originario in senso evoluzionistico: ovvero il femminile che non accetta di essere identificato con il maschio né acconsente ad un rapporto asimmetrico. Leggiamo nel testo Alpha Beta che Lilith non vuole essere soverchiata da Adamo, nemmeno nel congiungimento sessuale: «anche io sono stata fatta di polvere e quindi sono tua eguale». Siamo pertanto di fronte alla biforcazione del femminile, se Eva è in funzione dell’uomo, coniugata ad Adamo, Lilith diventerà il femminile che non vuole essere asservita al patriarcato, che rifiuta la condivisione sociale e si afferma principalmente come individualità, in autonomia e indipendenza. Noi conosciamo bene questa donna che, nel corso della storia, è stata chiamata via via ‘strega’, ‘asociale’, ‘folle’; bruciata sul rogo, bastonata da padri e mariti, rinchiusa in manicomio.omio.

In In questa direzione diviene esemplare il percorso artistico di Genet e di Mapplethorpe che ci mostrano al contempo la durezza e la bellezza dell’incontro con ciò che non siamo e ciò che non conosciamo, ma che tuttavia si presenta ai nostri occhi come vero oggetto del desiderio, l’altro come luogo del nostro desiderare in quanto depositario di quella parte di noi che ci manca e che potenzialmente potrebbe restituirci l’agognata unità, il senso profondo di una completezza che inseguiamo a volte per vite intere. Ed è incredibile come l’arte finisca con il diventare strumento privilegiato e fondamentale proprio per riuscire ad arrivare in fondo al viaggio più difficile che l’esistenza ci possa mai porre dinnanzi: il viaggio dentro di noi.

Rossano Baronciani

Immagini tratte da Google Images