Lungo viaggio sentimentale

Nel 1822 Stendhal vive una profonda delusione sentimentale e sperimenta, in tutta la sua cruda sofferenza, il senso del rifiuto della persona amata. Infatti la nobildonna milanese Matilde Viscontini Dembowski non ne vuole proprio sapere delle attenzioni e del corteggiamento dello scrittore francese e lo respinge senza indugi. In preda allo sconforto Stendhal realizza una personale elaborazione del lutto attraverso la scrittura, componendo un saggio che indaga i modelli comportamentali e i meccanismi psicologici legati all’esperienza dell’innamoramento: il libro s’intitola Dell’amore ed è uno dei trattati più affascinanti e coinvolgenti che siano mai stati scritti sul sentimento dell’amore.

La teoria di Stendhal vede l’amore come il sentimento che porta alla cristallizzazione di tutte le perfezioni sulla persona amata, una vera e propria proiezione e trasformazione delle emozioni che, da vaghe e confuse, si solidificano tutt’intorno alla donna o all’uomo dei propri desideri; un meccanismo che agisce come «l’opera della mente che da qualunque occasione trae scoperta di nuove perfezioni dell’oggetto amato». Il funzionamento psicologico è descritto facendo riferimento proprio al processo fisico della cristallizzazione che trasforma la materia da liquida a solida, modificandola nella struttura e nell’aspetto. «Nelle miniere di sale di Salisburgo – scrive Stendhal – si usa gettare nelle profondità abbandonate della miniera un ramo sfogliato dal gelo; due o tre mesi dopo lo si ritrova coperto di fulgide cristallizzazioni: i più minuti ramoscelli, quelli che non sono più grossi dello zampino d’una cincia, sono fioriti di una infinità di diamanti mobili e scintillanti; è impossibile riconoscere il ramo primitivo». La cristallizzazione dell’amore è tale che «non cessa quasi mai (…) se siete abbandonato, la cristallizzazione ricomincia» e «finché non s’è d’accordo con la persona cui si vuol bene, c’è la cristallizzazione a soluzione immaginaria», poiché «soltanto con l’immaginazione siete sicuri che una data perfezione esiste nella donna che amate». Dunque è l’immaginazione l’agente chimico, la responsabile della trasformazione dei nostri pensieri, dei sogni e dei desideri che fioriscono come gemme intorno alla persona amata, fissandosi nella mente e nel cuore dell’innamorato, come cristalli di neve.

Le parole di Stendhal sull’amore sembrano descrivere lo stesso meccanismo della fotografia che, allo stesso modo, congela l’immagine nell’attimo dello scatto, cristallizzando il tempo e lo spazio della rappresentazione. L’immagine fotografica è per definizione una cristallizzazione, ovvero la trasformazione di un momento, di un luogo e di una persona in un’icona. Apparentemente legata alla staticità della riproduzione, la fotografia è in realtà un processo di trasformazione fisica, poiché non si limita a congelare l’attimo ma definisce e trasforma l’emozione e il pensiero del momento divenendo una sorta di detonatore della memoria e del nostro sentire. Scattiamo fotografie per conservare e ricordare, tuttavia inconsapevolmente lo facciamo anche perché desideriamo trasformare il campo dello sguardo, dando al vedere un equilibrio e provando a mettere ordine a ciò che ordine non ha e, in definitiva, restituire l’armonia e la bellezza del mondo perché davvero, come diceva Goethe, «la bellezza è negli occhi di guarda».

L’azione della cristallizzazione dell’amore è descritta in maniera esemplare dal fotografo giapponese Nobuyoshi Araki nelle raccolte di fotografie Sentimental journey del 1971 e Winter journey del 1991. I due progetti artistici realizzati a vent’anni di distanza  documentano il sentimento d’amore del fotografo per la moglie, un amore cristallizzato in due momenti della loro relazione: il viaggio di nozze e gli ultimi giorni di vita della donna morta di cancro nel 1990. In queste due raccolte Nobuyoshi Araki riflette intimamente sulla specularità dell’amore e della morte, su come l’uomo risulti sempre indifeso e impreparato quando la forza della vita irrompe nelle nostre esistenze, togliendoci le fragili certezze ancorate alla vita materiale. Non a caso il fotografo giapponese, noto anche per la sua attenzione rivolta verso le passioni più carnali ed estreme della sessualità, spesso indulge in soggetti e contesti al limite della pornografia o descrive nelle sue immagini fotografiche pratiche di perversione come il bondage oppure rappresenta le prostitute dei quartieri a luci rosse di Tokyo in maniera asettica e senza alcuna accondiscendenza. Eppure la percezione che ricaviamo dalle sue fotografie non è mai ripugnante o sgradevole, perché Araki sembra maggiormente interessato a indagare quello che lo sguardo nasconde e quindi sceglie la strada naturalista, un punto di vista impersonale che gli permette di andare al di là della carne e dell’erotico, alludendo a ciò che il desiderio sottende, all’intima unità di amore e morte o come ebbe modo egli stesso di affermare: «nell’atto dell’amore, come nella fotografia, c’è una forma di vita e una sorte di morte lenta». La cristallizzazione dell’innamoramento descritta da Stendhal ha la stessa modalità dello scatto fotografico di Araki, perché congela il sentimento nella speranza di poterlo trattenere, con la consapevolezza che solo il lavoro del tempo e del cuore potranno alla fine lasciarlo andare.

Sentimental journey Winter journey raccontano la storia d’amore di Araki e Yoko colta negli aspetti più intimi e lievi, ma anche nei momenti di condivisione quotidiana o di ricerca del piacere e del sesso, fino al dolore della dipartita della donna. Eppure in ogni scatto sembra emergere con forza l’arte della fotografia intesa come strumento umano privilegiato per dare forma all’amore, ma anche al dolore del lutto; perché se è vero che non ci è dato di cogliere il senso del tutto e il disegno del divino, tuttavia possiamo fare un tentativo di narrazione, provando a cristallizzare gli attimi che hanno segnato l’inizio e la fine dei nostri lunghi viaggi sentimentali.

Rossano Baronciani