In occasione dei settant’anni di gemellaggio tra Roma e Parigi, il 29 gennaio 2026, è stato inaugurato a Roma il primo Centro della Fotografia, all’interno di uno dei padiglioni dell’ex Mattatoio di Testaccio, alla presenza del sindaco Roberto Gualtieri e della sindaca di Parigi Anne Hidalgo. Un’apertura che va oltre il valore simbolico e segna un passaggio strutturale: la fotografia, a Roma, smette di essere una presenza episodica e diventa finalmente istituzione permanente. Un fatto culturale che cambia il rapporto tra la città e il linguaggio fotografico.
Un risultato che arriva al termine di un percorso lungo e complesso, fortemente voluto da Umberto Marroni, ideatore del progetto fin dalle sue prime formulazioni istituzionali, e sostenuto dall’attuale amministrazione capitolina attraverso l’Assessorato alla Cultura guidato da Massimiliano Smeriglio. Il Centro nasce all’interno di una strategia più ampia di rigenerazione culturale del Mattatoio, oggi uno dei poli più articolati dedicati alle arti contemporanee della città.
Il Mattatoio, del resto, non è nuovo al linguaggio fotografico. Negli ultimi anni ha accolto mostre e progetti che hanno permesso al pubblico di confrontarsi con autori e autrici di rilievo, preparando, nel tempo, l’idea di un presidio stabile. Mostre temporanee, interventi site specific, progetti espositivi che hanno progressivamente abituato lo sguardo a considerare questo luogo come uno spazio possibile per la fotografia. Con il nuovo Centro, però, avviene un salto decisivo: non più una sequenza di eventi, ma un’istituzione dedicata esclusivamente alla fotografia, inserita in un progetto organico di rigenerazione culturale dell’intero complesso.

Il Centro nasce infatti all’interno di una strategia più ampia che riguarda il Mattatoio nel suo insieme: oltre centomila metri quadrati destinati alle attività culturali e creative. È in questo quadro che si colloca il lavoro portato avanti negli anni da Umberto Marroni, che ha accompagnato l’idea del Centro fin dalle sue prime formulazioni istituzionali, trasformandola nel tempo in un progetto concreto, condiviso e finalmente realizzato.
L’attuale amministrazione capitolina ha riconosciuto in questo progetto uno snodo strategico della trasformazione culturale della città. L’Assessore alla Cultura di Roma Capitale, Massimiliano Smeriglio, ha infatti voluto sottolineare il carattere collettivo dell’operazione, ringraziando sponsor e partner locali e internazionali, insieme alle curatrici che hanno costruito i percorsi delle tre mostre inaugurali – internazionale, nazionale e collettiva.
«Quella del Mattatoio è la più grande trasformazione culturale e creativa di Roma dopo l’Auditorium, a distanza di vent’anni. Partire con un centro per la fotografia che parla al mondo ci rende profondamente orgogliosi. Questo risultato è possibile grazie alla collaborazione tra pubblico e privato, e all’incontro tra competenze nazionali e internazionali che hanno lavorato insieme».
Un ringraziamento particolare, ha spiegato poi l’assessore, va alla nuova governance della Fondazione Mattatoio, alla presidente Manuela Veronelli e a Umberto Marroni, definito «non solo amministratore delegato, ma l’anima, il corpo e le braccia di questa realizzazione».
Il Centro della Fotografia occupa oltre millecinquecento metri quadrati all’interno di un luogo strategico per la città. Come ha ricordato Smeriglio, è proprio per accompagnare questa trasformazione che è nata la Fondazione: un’istituzione pensata per tenere insieme la storia del Mattatoio, nato alla fine dell’Ottocento, e ciò che questo spazio è chiamato a diventare oggi. Un centro pubblico, interamente dedicato alla fotografia, con l’ambizione di diventare uno dei più importanti d’Europa.

Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris. © The Irving Penn Foundation
Se la visione istituzionale restituisce la scala del progetto, è nelle parole di Umberto Marroni che emerge con maggiore chiarezza la dimensione personale e concreta di questo percorso. «Vedere realizzato un sogno nato tanti anni fa è qualcosa di profondo», ha raccontato, sottolineando come l’intero progetto sia il risultato di un lavoro collettivo che ha coinvolto imprese, uffici tecnici, Sovrintendenza Capitolina e amministrazione comunale. Un lavoro lungo e stratificato, che ha portato a una scelta fondamentale: dedicare questo padiglione esclusivamente alla fotografia, creando un’istituzione stabile sul modello di quanto avviene in altri Paesi europei.
Uno spazio su due livelli, capace di ospitare più mostre contemporaneamente, pensato fin dall’inaugurazione come manifesto. Il piano terra accoglie il visitatore con un respiro ampio e diretto, mentre il ballatoio introduce un secondo tempo più raccolto e sospeso, che modifica il ritmo della visione e invita a una fruizione più lenta e meditativa. Due livelli che non rispondono solo a un’esigenza funzionale, ma costruiscono una vera esperienza percettiva, alternando immersione e distanza.
È proprio in questo passaggio – tra istituzione e desiderio – che si colloca il pensiero di Alessandra Mauro: «Lavoro nella fotografia da molti anni e sono romana. Per me l’apertura di questo Centro è un sogno che si realizza, come cittadina e come professionista: un luogo dove guardare immagini, dialogare, studiare, riflettere su cosa sia e cosa diventerà la fotografia». Un centro che non nasce come semplice contenitore espositivo, ma come casa pubblica di un linguaggio che in Italia è stato spesso marginalizzato o frammentato.
Il programma inaugurale, come detto, assume apertamente il valore di un manifesto. Tre mostre, tre direzioni di senso: la grande storia della fotografia, la ricerca autoriale contemporanea e la sperimentazione sui linguaggi.

Collection Maison Européenne de la Photographie, Paris. © The Irving Penn Foundation
Ad aprire il percorso è Irving Penn. Photographs 1939–2007, una mostra che dichiara fin da subito l’ambizione internazionale del Centro. Attraverso 109 opere provenienti dalla collezione della Maison Européenne de la Photographie di Parigi, il percorso attraversa oltre sessant’anni di lavoro di Irving Penn, restituendone la complessità e la coerenza interna. Per Alessandra Mauro, curatrice della mostra insieme a Pascal Hoël (Head of Collections, MEP) e Frédérique Dolivet (Deputy to Head of Collections, MEP), Penn non è un’icona cristallizzata, ma un autore per il quale «vedere, immaginare, fotografare e vivere diventano un tutt’uno». Una visione che attraversa tutti i generi e che trova una delle sue espressioni più radicali nella centralità della stampa. «Per Penn stampare era fondamentale», ha ricordato Alessandra Mauro, «passava ore in camera oscura, perché la fotografia non finiva con lo scatto: la materia dell’immagine faceva parte del pensiero». È in questa attenzione quasi ossessiva alla stampa che la sua opera rivela una modernità ancora radicale.

Tra le immagini in mostra, la curatrice si è soffermata in particolare su una fotografia realizzata al Caffè Greco e pubblicata su Vogue. Uno scatto che restituisce un’idea di comunità intellettuale oggi quasi impensabile. Attorno ai tavolini del caffè romano siedono scrittori come Aldo Palazzeschi, Vitaliano Brancati ed Ennio Flaiano, poeti come Libero De Libero e Sandro Penna, artisti come Mario Mafai, Afro, Renzo Vespignani e Orfeo Tamburi, scultori come Mirko Basaldella e Pericle Fazzini, musicisti come Goffredo Petrassi, insieme a figure del cinema e del teatro come Orson Welles e la giovane attrice italiana Lea Padovani, con la quale in quel momento aveva una relazione. Non una semplice fotografia di gruppo, ma il ritratto di un tessuto culturale in cui pittura, letteratura, musica e cinema condividono lo stesso spazio fisico e simbolico.
Inevitabile fermarsi su questa fotografia: è all’inizio del percorso della mostra e, poi, perché Ennio Flaiano, con quello sguardo così attento, mi ha riportato alle pagine de La bella confusione di Francesco Piccolo (ne avevo parlato nella recensione del libro Paparazzi), dove emerge come coscienza ironica e disincantata del cinema italiano, e soprattutto a Chiuso per noia, edito da Adelphi, che raccoglie i suoi testi sul cinema, fresco di lettura. Vederlo riapparire nello scatto di Penn ha prodotto un cortocircuito temporale: la fotografia come soglia, come punto di contatto tra letture recenti, memoria personale e storia culturale del Novecento.
È anche in questo senso che la mostra di Penn rivela la propria forza più profonda: non nel consacrare un maestro, ma nel riattivare connessioni, nel mettere in relazione immagini e parole, fotografia e letteratura, cinema e arti visive.

Accanto alla grande mostra internazionale, il secondo asse del programma inaugurale è affidato a C’è un tempo e un luogo, personale di Silvia Camporesi curata da Federica Muzzarelli. Il progetto si sviluppa come un racconto stratificato sul tempo, sui luoghi e sulla memoria, attraversando quasi quindici anni di lavoro dell’artista. «In queste opere», spiega la curatrice, «la figura umana progressivamente scompare o diventa evanescente, mentre il paesaggio – o meglio lo spazio – diventa centrale. Un paesaggio che eredita la grande tradizione italiana, dai Fratelli Alinari a Luigi Ghirri, Olivo Barbieri, Giovanni Chiaramonte, Guido Guidi, ma che Silvia rielabora in modo personale e generazionale».
È un paesaggio anche psicologico. Silvia Camporesi lavora a lungo prima dello scatto: studia, fa ricerca, costruisce i progetti. «Quando non trova ciò che cerca», prosegue Muzzarelli, «lo addomestica, lo rende suo, in una modalità profondamente autobiografica». Il titolo della mostra nasce da una citazione del film Picnic at Hanging Rock: C’è un tempo e un luogo giusto perché qualsiasi cosa abbia principio e fine;un riferimento a una natura insieme amica e perturbante, che la curatrice ha ritenuto perfetto per leggere il lavoro dell’artista.

© Courtesy Collezione Gianfranco Caruso
Federica Muzzarelli racconta come la mostra sia nata «prima ancora di guardare le fotografie», da un lungo dialogo sull’idea stessa di fotografia. Nei lavori di Silvia Camporesi il paesaggio diventa progressivamente spazio mentale, luogo di frattura tra reale e artificiale. «Non è una fotografia che cerca l’imprevisto», sottolinea, «ma un lavoro che nasce prima dello scatto, dalla ricerca, dallo studio, dalla costruzione di un’idea». La fotografia, qui, non registra: interroga e sospende.
Questa affermazione trova riscontro diretto nell’allestimento: le diverse sezioni della mostra sono arricchite da teche che rendono visibile il percorso di lettura e di ricerca di Silvia Camporesi. Appunti, riferimenti, materiali bibliografici accompagnano le immagini, restituendo al visitatore il tempo lungo della preparazione e della sedimentazione concettuale che precede ogni fotografia.

© Silvia Camporesi
Tra questi materiali colpisce la presenza di un’edizione pregiata, probabilmente tra le prime, di Viaggio in Italia di Guido Piovene. Un dettaglio solo in apparenza marginale, che rivela invece una genealogia culturale precisa: il paesaggio come costruzione intellettuale, come attraversamento lento e consapevole del territorio, prima ancora che come immagine.
Il terzo asse del programma inaugurale è Campo Visivo, spazio dedicato alla sperimentazione e ai linguaggi contemporanei. Ad aprirne la programmazione è Corpi reali, corpi immaginati, progetto curato da Daria Scolamacchia. «Parlare di fotografia oggi», osserva la curatrice, «significa inevitabilmente scegliere, escludere, prendere posizione». Per questo Campo Visivo nasce come luogo di ricerca più che di sintesi.

Qui la fotografia supera la bidimensionalità per farsi gesto, installazione, esperienza fisica. Il corpo diventa luogo politico, identitario, relazionale, attraversato da pratiche che rallentano il flusso visivo e mettono in crisi le convenzioni dello sguardo. Sono presenti i lavori di Kensuke Koike, che interviene manualmente su immagini d’archivio rallentandone la lettura; di Alix Marie, con installazioni tessili che coinvolgono fisicamente il visitatore; e di Forough Alaei, che documenta la vita delle pescatrici dell’isola iraniana di Hengam, progetto già visto nell’edizione 2025 di Fotografica Bergamo.
Accanto agli spazi espositivi, il Centro per la Fotografia si configura fin da subito come luogo di studio e partecipazione. Una biblioteca specializzata, già dotata di circa tremila volumi interamente dedicati alla fotografia, e una sala, la Sala della Lunetta, destinata a incontri, talk e momenti di confronto completano l’idea di un’istituzione che non si limita a esporre immagini, ma lavora sulla costruzione di una comunità critica.
Con questa apertura, Roma colma finalmente un vuoto storico nel proprio panorama culturale. In un tempo saturo di immagini, il nuovo Centro della Fotografia non promette soltanto visibilità, ma contesto: uno spazio pubblico in cui fermarsi, osservare e pensare.
Federico Emmi