Oggi quando la luce incontra i sali d’argento su un nastro di triacetato, non assistiamo a una semplice reazione chimica, ma a un vero e proprio atto di resistenza culturale. Da appassionati sostenitori della fotografi accogliamo l’imminente Ferrania Film Festival – inserito nel programma europeo del New European Bauhaus – non come un semplice appuntamento per nostalgici dell’analogico, ma come un laboratorio dove il valore materiale dell’immagine riconquista centralità nell’era della bulimia digitale.
Il Ferrania Film Festival, promosso dall’associazione Ferrania Film APS ETS, nasce da un’idea di Lidia Giusto, presidente dell’associazione, organizzatrice e direttrice artistica della manifestazione. Fotografa, storica dell’arte e archivista, Lidia ha costruito negli anni un rapporto profondo con la Val Bormida: un territorio che fotografa da oltre vent’anni e sulla cui memoria storica, industriale e culturale lavora da circa un decennio attraverso attività di ricerca, conservazione e valorizzazione del patrimonio. Il Festival rappresenta così l’approdo di un percorso maturato nel tempo, nel quale fotografia, archivi, memoria industriale e territorio si intrecciano in un progetto culturale unitario.
Dall’11 al 13 settembre 2026, il Festival si svilupperà in modalità diffusa in Val Bormida, toccando Cengio, Millesimo, e Ferrania (frazione di Cairo Montenotte). Per tre giorni questi luoghi diventeranno uno snodo tra la memoria industriale del Novecento e la sperimentazione contemporanea, celebrando oltre un secolo di cultura fotochimica italiana.
Le radici di questo paesaggio industriale e umano affondano nelle trasformazioni di fine Ottocento, quando nel 1882, a Cengio, sorge lungo il fiume Bormida uno stabilimento S.I.P.E. (Società Italiana Prodotti Esplodenti) che produce dinamite. La riconversione post-bellica del 1917 dà vita alla S.p.A. FILM in partnership con la francese Pathé Frères, avviando la produzione di supporto fotosensibile per il cinema. Attraverso le acquisizioni negli anni ’30 delle milanesi Cappelli e Tensi, nasce ufficialmente la Ferrania. Sotto la guida dell’ingegner Luigi Schiatti, l’azienda ligure sviluppa un modello pionieristico di welfare e comunità aziendale arrivando a impiegare 5.000 lavoratori.
Parallelamente, Ferrania diventa uno dei nomi centrali nella storia del cinema e della fotografia italiana. La mitica Ferrania Pancro P30, lanciata nel 1958 con i suoi 5 grammi d’argento per metro quadrato, contribuisce a definire una precisa grammatica visiva del cinema italiano. È nei neri scultorei, nelle luci vibranti e nelle atmosfere rarefatte del cinema del secondo Novecento che la P30 si trasforma da prodotto industriale in strumento di linguaggio artistico, prima che i successivi passaggi societari, l’ingresso della multinazionale 3M e, molti anni più tardi, la rivoluzione digitale conducessero alla progressiva crisi della produzione fotochimica e alla cessazione della produzione della storica Ferrania nel 2009.
Quella che sembrava la conclusione della storia dell’unico stabilimento di produzione fotosensibile italiano si è invece trasformata in una delle più interessanti esperienze di rinascita fotochimica del XXI secolo. Nel 2012 Marco Pagni e Nicola Baldini, fondatori della nuova FILM Ferrania, avviano il progetto di recupero di una parte delle attrezzature e delle competenze produttive dello storico stabilimento, salvando macchinari e laboratori destinati alla dismissione. Da questa operazione nasce anche la celebre campagna di crowdfunding “100 More Years of Analog Film”, che nel 2014 raccoglie oltre mezzo milione di dollari grazie al sostegno di più di 5.500 appassionati in tutto il mondo.
Negli anni successivi FILM Ferrania ha attraversato diverse fasi societarie, fino all’attuale assetto, caratterizzato dall’ingresso di nuovi investitori. L’azienda prosegue oggi il proprio percorso produttivo, raccogliendo l’eredità del progetto di rinascita della pellicola Ferrania avviato nel decennio precedente. Una continuità che conserva una caratteristica ormai rara nel panorama internazionale: la capacità di operare come manifattura fotochimica integrata, mantenendo al proprio interno diverse fasi del processo produttivo, dalla preparazione delle emulsioni alla stesura sul supporto, fino alla perforazione, alla bobinatura e al confezionamento della pellicola.
Nel catalogo contemporaneo di FILM Ferrania spiccano tre emulsioni in bianco e nero dalla forte identità. La P30 MkII (ISO 80) rappresenta l’evoluzione moderna della storica P30: una pellicola pancromatica che ne conserva il carattere deciso e il contrasto profondo, introducendo al tempo stesso transizioni tonali più morbide, una maggiore leggibilità delle ombre e una più ampia flessibilità in fase di esposizione e sviluppo. Accanto a questa si trova la P33 (ISO 160), più versatile e pensata per adattarsi a differenti condizioni di ripresa, e la Ferrania Orto (ISO 50), un’emulsione ortocromatica che, grazie alla sua insensibilità alla luce rossa, restituisce una particolare separazione tonale e un carattere visivo che richiama le prime emulsioni cinematografiche. Tre materiali differenti che testimoniano come l’eredità fotochimica di Ferrania non venga semplicemente riproposta, ma reinterpretata attraverso una produzione contemporanea.
L’eredità Ferrania, tuttavia, non coincide soltanto con la continuità della produzione fotochimica. È un patrimonio industriale, tecnico, sociale e culturale molto più ampio, oggi conservato e valorizzato attraverso soggetti e luoghi differenti.
Tra i luoghi e i soggetti che contribuiscono alla conservazione e alla valorizzazione di questa eredità si inserisce il Ferrania Film Museum, inaugurato nel 2017 a Palazzo Scarampi, a Cairo Montenotte. Il Museo rappresenta un caso particolare nel panorama dei musei d’impresa italiani: pur essendo dedicato alla storia industriale, produttiva e sociale di Ferrania, non nasce per iniziativa dell’azienda, ma per volontà del Comune di Cairo Montenotte, che nel 2017 ne promuove l’apertura con l’obiettivo di conservare e rendere accessibile una parte significativa di questo patrimonio. Le sue collezioni comprendono, tra le altre, oltre 120 ore di filmati d’epoca digitalizzati, circa 10.000 fascicoli del personale, materiali grafici, documentazione e disegni tecnici originali, fotografie.
La memoria documentaria della storica Ferrania, tuttavia, non è riconducibile a un unico luogo o a un’unica istituzione. FILM Ferrania conserva a sua volta documentazione tecnica e produttiva ereditata attraverso la cessione del ramo d’azienda della precedente Ferrania, tra cui microfilm, libri e altri materiali legati alle conoscenze e ai processi sviluppati nello stabilimento. Si delinea così un patrimonio diffuso, composto da archivi, testimonianze, oggetti, luoghi e saperi conservati da soggetti diversi, che nel loro insieme permettono di ricostruire la complessità di una storia industriale, sociale e culturale lunga più di un secolo.

È proprio attorno a questa idea di patrimonio diffuso che prende forma il Ferrania Film Festival 2026. La manifestazione intreccia ricerca storica, cultura visuale, memoria del lavoro, pratica fotografica e cinematografica contemporanea, affiancata anche dalla sezione Ferrania Film Festival OFF a Merate. Non dunque una celebrazione confinata entro le mura di un museo o di uno stabilimento, ma un festival che torna nei luoghi nei quali questa storia si è materialmente costruita, mettendo in relazione il patrimonio industriale con il paesaggio e con le comunità che ancora oggi ne custodiscono la memoria.
L’articolato programma condensa in tre giorni un’esperienza immersiva nella cultura fotochimica. Si parte il venerdì con incontri dedicati agli archivi visivi e con le proiezioni in 35 mm al Castello di Millesimo dei documentari di Paolo Lipari, Due dollari al chilo e Meno 35, affrontando anche i temi del recupero dei sali d’argento e della transizione dall’analogico al digitale.

Il sabato entra nel vivo della tecnica e della socialità: dalla dimostrazione di fotografia di piazza con la fotocamera Minutera, condotta da Massimo Dadone, alla passeggiata fotografica tra le architetture industriali guidata da Emiliano Cribari insieme agli ex dipendenti Ferrania. La fotografia diventa così anche uno strumento per attraversare il territorio e mettere in relazione il paesaggio contemporaneo con le persone che hanno vissuto direttamente la stagione industriale.

La serata del sabato ospita uno dei momenti più evocativi del Festival, con la proiezione all’aperto, su pellicola 35 mm originale, di Uccellacci e uccellini di Pier Paolo Pasolini, mostrato nel luogo in cui l’emulsione P30 utilizzata dal cinema italiano veniva prodotta sessant’anni fa. Il gesto della proiezione assume così un valore che supera quello cinematografico: la pellicola torna fisicamente nel paesaggio industriale dal quale ebbe origine, ricongiungendo idealmente materia, memoria e immagine.

La domenica si chiude all’insegna della formazione e della sperimentazione, tra la Masterclass dedicata allo sviluppo rapido monobagno DxONE, a cura di Punto Foto Group con Gerardo Bonomo, e i workshop dedicati alla chimica ecologica e alla cianotipia botanica presso il Laghetto di Ferrania.
Partecipare a questa manifestazione significa riconoscere che la pellicola non è necessariamente nostalgia né feticismo retrò, ma può continuare a essere un metodo espressivo consapevole e disciplinato. Nel tempo dell’istantaneità, della proliferazione delle immagini e degli algoritmi, l’argento impone ponderazione, gestione della luce e un rapporto fisico con il supporto. Ogni fotogramma torna a essere il risultato di una scelta e ogni immagine conserva la traccia materiale del processo che l’ha generata.
La rinascita culturale della Val Bormida mostra inoltre come l’archeologia industriale possa trasformarsi in uno spazio di sperimentazione contemporanea. Cengio, Millesimo e Ferrania non diventano quindi semplicemente lo scenario di una rievocazione, ma parti di un unico paesaggio culturale nel quale industria, comunità, archivi, fotografia e cinema continuano a dialogare.
È forse proprio questa la prospettiva più interessante del Ferrania Film Festival: non riportare artificialmente in vita un passato concluso, ma interrogarsi su ciò che di quel passato continua a essere produttivo nel presente. Perché custodire la memoria della fotografia fotochimica non significa soltanto conservare macchine, documenti o pellicole. Significa preservare conoscenze, gesti, processi e modi di guardare che possono ancora generare immagini nuove.
Mirko Bonfanti