FOTOGRAFIA E INDUSTRIA TRA STORIA E CONTEMPORANEITA’, MEMORIA E DIVULGAZIONE. L’archivio storico di Fondazione Dalmine per una cultura d’impresa

La fotografia ha moltissime sfaccettature che le permettono di veicolare i messaggi più diversi, ma raramente viene considerata nella sua veste di documento storico, con il suo importantissimo valore di memoria, in grado di testimoniare le trasformazioni nel tempo di edifici, territori e paesaggi, soprattutto in contesti industriali dove i cambiamenti sono spesso più rapidi. Risulta, pertanto, fondamentale la presenza di archivi fotografici e di impresa che ne custodiscano traccia.

Foto Wells Mauri – Dalmine. Quartiere impiegati Leonardo da Vinci (1956) © Fondazione Dalmine

Questo è quanto è avvenuto a Dalmine (BG), “città industriale” sorta ai primi del ‘900 in un’area agricola attorno all’omonimo stabilimento siderurgico della Società tedesca Mannesmann, oggi Tenaris, titolare di un brevetto per tubi in acciaio senza saldatura.

La città si è sviluppata dagli anni Venti per diretta iniziativa dell’azienda – nel frattempo divenuta Dalmine Società Anonima – sotto la regia dell’architetto milanese Giovanni Greppi, secondo un preciso progetto urbanistico e sociale comprendente infrastrutture, aziende agricole, quartieri per impiegati ed operai, edifici pubblici e religiosi, scuole, architetture sociali, ricreative e assistenziali: una “Company town”, villaggio-modello sponsorizzato dalla propaganda fascista nel quale si attuava la “piena identificazione fra impresa-fabbrica-territorio”.

Alessandro Terzi – Dalmine, via Mazzini di fronte alla Direzione dello stabilimento (fine anni ’30) © Fondazione Dalmine
Bruno Stefani – Dalmine. Casa del fascio e basamento dell’antenna porta bandiera (1938) © Fondazione Dalmine

Partendo dal presupposto che il “patrimonio storico è uno strumento di comprensione della contemporaneità” e che gli archivi fotografici rappresentano una “chiave di lettura del cambiamento dei tempi, non solo in termini economici ma anche culturali”, nel 1999, per iniziativa dell’azienda TenarisDalmine divenuta parte del gruppo Techint, al fine di “promuovere la cultura industriale valorizzando la storia di un’impresa radicata nel territorio da oltre un secolo e oggi parte integrante di un’azienda globale”, è nata Fondazione Dalmine: una Fondazione privata d’impresa che, partendo dalla costituzione del proprio archivio storico, negli anni è cresciuta promuovendo e realizzando attività didattiche, studi e ricerche in business history e cultura d’impresa, storia sociale e della tecnologia, in collaborazione con università ed Enti, oltre a pubblicare una collana di monografie (i Quaderni della Fondazione Dalmine). Tra le attività proposte grande spazio è dato alla fotografia e all’operato di grandi fotografi in rapporto all’azienda.

Il ricchissimo archivio che la Fondazione conserva e valorizza, grazie a un team di specialisti con profili di storia contemporanea, valorizzazione dei beni culturali, didattica della storia e della cultura tecnico-scientifica, insieme a una fornita biblioteca specializzata in storia industriale e del lavoro, è a disposizione della comunità e degli studiosi. Esso comprende, oltre a documenti storici di vario genere, disegni tecnici di progettisti che hanno collaborato con l’azienda e, soprattutto, circa 100.000 fotografie e 900 audiovisivi relativi ad architetture e spazi industriali, prodotti, processi, persone e attività: un importantissimo patrimonio visivo da tutelare che rappresenta lo “specchio fedele delle grandi trasformazioni vissute nel corso del Novecento da un’industria, un territorio, un paesaggio”.

Per conoscere la consistenza di questo patrimonio e farci un’idea degli scopi e delle attività della Fondazione, soprattutto in rapporto alla fotografia, abbiamo incontrato la responsabile dell’archivio Silvia Giugno e la Vice presidente della Fondazione Carolina Lussana, che gestisce anche il Techint Group Archive Center di Buenos Aires, chiedendo di spiegarci il segreto di questa “arte di conservare e descrivere documenti che ci restituiscono storie, […] che permette di raccontare e riportare in vita imprese e personaggi lontani nel tempo”.

Cosa si intende per “cultura di impresa”? Spesso questi due termini sono considerati antitetici, sottovalutando il ruolo dell’impresa che produce cultura, innovazione e ricerca. Quali sono gli obiettivi della Fondazione?

La cultura di impresa, in passato intesa solo come sponsorizzazione di eventi e attività culturali, è per noi un percorso volto a lasciare traccia della cultura industriale (intesa in senso antropologico come insieme di prodotti, manufatti e azioni, ma anche come espressione della vita di una comunità, con risvolti sociali e culturali) della nostra azienda, investendo sull’archivio e sulla memoria, per testimoniare un mondo e il modo in cui esso vive e muta nel tempo.

Il caso di Dalmine è un esempio significativo di come è cambiata in un secolo l’industria italiana e l’archivio fotografico è una testimonianza fondamentale di questo passaggio: noi abbiamo ereditato un patrimonio enorme e inestimabile che si incrocia con le vicende nazionali, europee e mondiali del Novecento, e questo ci porta a divulgarlo e diffonderne la storia e quello che porta con sé, perché generi ogni giorno, attraverso il nostro operato, cultura. E’ per questo che il nostro lavoro, pur partendo dalle fonti storiche e guardando al passato, è lanciato verso il futuro: essendo l’azienda ancora attiva abbiamo il compito – attraverso l’archivio e le nostre attività, soprattutto di “education” – di lasciare le tracce di come essa era e di come si sta trasformando, interpretando quello che fa quotidianamente senza musealizzarla, ma diffondendone la cultura industriale presente e futura per tramandare alle giovani generazioni una storia in continua evoluzione.

Qual è il valore di memoria che può avere tramandare una storia come quella di Dalmine? Quali spunti può offrire per il futuro?

Tantissimi. Non ci sono confini. Grazie alla tipologia di prodotto e al contesto multinazionale in evoluzione in cui l’azienda si è mossa fin dalle sue origini, l’archivio ci apre ogni volta porte che ne schiudono ulteriori su mondi diversi e diversificati: ricostruendo l’impiego dei tubi, ad esempio, possiamo leggere i paradigmi energetici nazionali, passando dalle condotte forzate per l’energia idroelettrica all’elettrificazione delle reti ferroviarie, dalle prime perforazioni petrolifere del secondo dopoguerra alla conduzione di acqua e gas nelle città del boom economico, fino a bombole e serbatoi.

Bottega di fotografia Chiolini Turconi & C. Pavia, Metanodotto sul Ticino (inizio anni ’50) © Fondazione Dalmine

I temi sono innumerevoli e mai blindati. Abbiamo un approccio a 360 gradi e grazie a un archivio così ricco e ben conservato, in parte ereditato, in parte continuamente alimentato, ci sono spunti infiniti di ricerca e di racconto, che passano per la storia delle autostrade attraverso i ponteggi serviti per costruirle a quella delle ferrovie con i pali delle linee elettriche, per arrivare alle città italiane con lampioni, pennoni alzabandiera, tralicci pubblicitari e altre strutture simboliche che ne hanno segnato l’immaginario collettivo, grazie a fotografie inaspettatamente presenti nel nostro archivio che permettono di costruire legami e collegamenti con numerose realtà. La nostra azienda – come altri esempi nazionali – diventa così lo spunto che offre una chiave di lettura di fenomeni storici di lungo periodo.

Publifoto – Autostrada Milano-Firenze. Centina per il viadotto sul torrente Biscione, tra Bologna e Firenza (fine anni ’50) © Fondazione Dalmine
Publifoto – Milano, struttura a ponteggi per insegne pubblicitarie (inizio anni ’50) © Fondazione Dalmine
Roma, via Olimpica. Pali conici per illuminazione (1960) © Fondazione Dalmine

Questo viaggio nel passato, però, ci porta sempre a riflettere sul presente e ci permette di approfondire problemi legati al futuro come il paesaggio, la transizione energetica, l’impatto dell’industria sull’ambiente. Un archivio come il nostro, inoltre, essendo riferito a un’azienda radicata in una comunità, non è autoreferenziale, ma oltre ad edifici, macchine e prodotti, si occupa anche della collettività che ruota intorno all’industria.

Chi è il vostro pubblico?

Grazie ad attività diverse cerchiamo di arrivare a un pubblico variegato e differenziato, che non sia composto solo da studiosi e ricercatori: con un progetto didattico rivolto alle scuole del territorio partiamo infatti dai bambini delle materne, lavorando anche con fonti d’archivio e attività calate sull’infanzia, arrivando fino ai ragazzi delle superiori e dell’università, con visite, attività e laboratori volti ad avvicinare le giovani generazioni alla conoscenza dell’industria. Visite guidate (anche della città industriale) e mostre fotografiche, punto di partenza nei percorsi didattici, sono invece rivolte a un pubblico più ampio, mentre attività legate al mondo della fotografia si rivolgono agli appassionati del genere e non solo.

Il vostro archivio possiede numerose immagini provenienti da fonti diverse scattate da fotografi professionisti o amatoriali. Com’è composto?

Il nucleo dell’archivio della Fondazione, che ampliamo periodicamente con una politica di continua acquisizione, risale al 1906 (nascita dello stabilimento) e si è arricchito via via di archivi di altre aziende del gruppo Techint e di fondi donati da privati. In particolare il Fondo Dalmine e partecipate (archivio storico dell’azienda e di società controllate e consociate) rappresenta la parte più consistente, con quasi 2 km di documentazione storica, circa 100.000 supporti (positivi su carta, negativi su pellicola e vetro o diapositive) corrispondenti a oltre 40.000  immagini prodotte a partire dagli anni Venti relative ad aree e stabilimenti industriali, processi produttivi, macchinari, lavoratori, prodotti, pubblicità, eventi aziendali, tra cui rivestono grande rilievo quelle della città di Dalmine.

Ad esso si aggiunge il fondo del Gruppo Techint, con fotografie dagli anni ’70 in poi relative ad opere di ingegneria civile e industriale, aree produttive o lavoratori, e quello della Famiglia di Agostino Rocca, amministratore delegato della Dalmine e dell’Ansaldo negli anni ’30 e fondatore nel 1945 del gruppo Techint, che nel 1997 ha acquisito la Dalmine (dagli anni ’30 azienda pubblica), facendo della Fondazione una base per la raccolta di documentazione sull’azienda e la famiglia: esso è composto da documenti di varia natura, tra cui fotografie sulla vita e carriera del fondatore.

Di acquisizione più recente sono invece i fondi degli architetti che hanno contribuito allo sviluppo della città industriale di Dalmine (Giovanni Greppi) e dell’immagine coordinata dell’azienda nei diversi impianti produttivi nel mondo (Studio Corsini e Wiskemann): questi patrimoni archivistici, per i quali la Fondazione ha partecipato al censimento degli archivi di architettura di Regione Lombardia, testimoniano quanto la città industriale e lo stabilimento siano integrati all’estetica del paesaggio e del contesto di riferimento.

Infine il fondo donazioni è composto da immagini, per lo più amatoriali, oltre a oggetti, pubblicazioni aziendali e altri materiali derivanti da donazioni non sistematiche di dipendenti o consulenti della Dalmine, avviate nel progetto Faccia a faccia (confluito nel portale www.facciaafaccia.org) con l’obiettivo di recuperare la memoria storica di ex dipendenti, dipendenti e familiari delle aziende Tenaris nel mondo.

Quanto la fotografia è importante per voi?

Oltre che documento storico da preservare e tramandare ai posteri, cosa che cerchiamo di fare attraverso l’archivio, la fotografia è per noi fondamentale in quanto, grazie alla sua efficacia, ricchezza e forza espressiva, a differenza della parola scritta che richiede capacità di interpretazione, è immediata e di facile lettura e – con un archivio ricco come il nostro –  ci permette di raccontare molteplici storie e veicolare più rapidamente messaggi diversi, quale “linguaggio ideale per rappresentare il mondo dell’industria e del lavoro”, facilmente comprensibile da un pubblico ampio ed eterogeneo, strumento di valorizzazione e di divulgazione, nonché sguardo contemporaneo per interpretare la storia guardando al futuro.

Da sempre, inoltre, tra industria e fotografia c’è uno stretto legame che passa attraverso il lavoro di importanti fotografi che l’azienda ha utilizzato per raccontare e rappresentare la propria realtà, ognuno con il proprio sguardo.

Bruno Stefani per Studio Boggeri – Dalmine. Applicazioni speciali. Dilatatore a lira (anni 30) © Fondazione Dalmine
Studio De Beauchamp M. Dupuis – Dalmine. Reparto carpenteria Grosso collettore Huet (anni ’30) © Fondazione Dalmine

E’ per questo che, all’interno delle attività della Fondazione, cerchiamo di confrontare differenti punti di vista sul tema, direttamente o indirettamente legati all’impresa. Siamo anche parte di Rete Italiana Fotografia e SISF (Società italiana per lo studio della fotografia).

Oltre che come fonte come utilizzate la fotografia nel programma di attività della Fondazione?

Organizziamo periodicamente mostre fotografiche con intento divulgativo, con immagini contemporanee o tratte dall’archivio, partendo dal racconto della nostra identità come azienda e comunità industriale secondo temi guida, spunto per trattare argomenti più ampi e universali attraverso ulteriori eventi, conferenze, workshop, pubblicazioni. Negli anni siamo passati dalla città industriale alle infrastrutture, dall’architettura al paesaggio, come nella mostra recentemente conclusasi “Paesaggi industriali”, sezione di “Cultura d’impresa. Storie di innovazione in fotografia”, parte del programma per “Bergamo e Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023”, dedicata alle trasformazioni del paesaggio di Dalmine attraverso immagini tratte dall’archivio.

Dalmine. Panoramica dello Stabilimento (1954) © Fondazione Dalmine

Ad essa è stata affiancata l’esposizione a cielo aperto “Intersezioni/confini”: sguardo contemporaneo sulla città da parte del fotografo Giovanni Hänninen, con un focus sui luoghi di cerniera e di passaggio.

Giovanni Hanninen – Cartolina mostra “Intersezioni/confini” @ Fondazione Dalmine

Il punto di vista di un fotografo è molto diverso da quello di uno storico e conservatore: è per questo che, in base agli obiettivi, di volta in volta auto curiamo o affidiamo gli allestimenti a un curatore, con risultati differenti. Alla GAMeC di Bergamo, ad esempio, una selezione di immagini realizzate tra gli anni ’30 e ’70 dallo studio bergamasco Da Re (che per oltre mezzo secolo ha collaborato con l’azienda) da noi esposte cronologicamente per raccontare la storia dello studio e della fabbrica, sono state reinterpretate secondo un percorso visuale costruito secondo una logica completamente diversa, a dimostrazione della versatilità dello strumento. Questa occasione, omaggio al lavoro di professionisti che hanno saputo interpretare con il proprio stile e qualità formale le richieste della committenza, ha portato anche all’acquisizione di nuovi documenti e all’arricchimento dell’archivio, come è avvenuto per quello di Buenos Aires in seguito alla collaborazione con un fotografo locale.

Studio Da Re, Dalmine. Acciaieria Martin Siemens, veduta interna (fine anni ‘50) © Fondazione Dalmine

L’appuntamento con la fotografia, oltre che dalle mostre, da noi passa anche attraverso il progetto Fotografi in archivio: un gioco di parole che abbraccia fotografi, archivi di fotografi e archivi aziendali, con esperienze diverse sul rapporto tra industria, storia e fotografia. Nel 2006, ad esempio, per il centenario della Dalmine, Maurizio Buscarino, noto per i suoi scatti di teatro, è stato invitato a compiere un viaggio nel nostro archivio e farne una propria lettura, con una selezione di documenti e immagini molto diversa da quella di uno storico e un’interessante ricostruzione interpretativa che ha dato luogo ad un volume.

Maurizio Buscarino, Dalmine, acciaieria. Linea di colata continua, 11-08-2006 © Fondazione Dalmine

Tramite cicli di seminari, in presenza o virtuali, inoltre, invitiamo altri archivi, scegliendo un autore e confrontandone le collezioni, oppure, partendo da agenzie fotografiche come Farabola Foto o Publifoto, cerchiamo di ricostruirne la storia rintracciando le immagini nei vari archivi di impresa. Emblematica di questo approccio è la pubblicazione “Fotografi in Archivio: Studio Da Re” dedicata a questo studio, di cui la Fondazione conserva il fondo legato alla committenza aziendale.

Un vostro interessante progetto è “Faccia a faccia”. Come nasce?

Faccia a Faccia è un progetto di costruzione partecipata della memoria da parte dei lavoratori delle nostre aziende nel mondo, che abbiamo chiamato a riconoscere e/o donare fotografie da loro scattate relative alla vita nella fabbrica o nella comunità in cui la stessa è inserita.

Bruno Stefani per Studio Boggeri – Dalmine. Acciaieria elettrica. colata in fossa (1937) © Fondazione Dalmine

Iniziato nel 2006 e sempre aperto, è volto a valorizzare la storia dell’azienda e del lavoro conservata nei propri archivi nel mondo e in quelli personali di dipendenti, ex dipendenti e familiari. Il progetto oggi conta centinaia di immagini digitalizzate e fruibili on line suddivise per temi, anni e luoghi, che raccontano “la storia di un’azienda attraverso le storie delle persone […] da sfogliare, riconoscere, raccontare”.

Bruno Stefani per Studio Boggeri – Dalmine. Reparto calche. Preparazione dei giunti (fine anni ‘30) © Fondazione Dalmine

Grazie a un format flessibile che può essere declinato in vario modo, con queste fotografie organizziamo mostre nei nostri siti produttivi in occasione di particolari eventi, selezionando le immagini di riferimento, talvolta integrate da quelle di aziende del territorio. Ad esempio a Piombino, città industriale per antonomasia dove abbiamo un piccolo stabilimento, sono state coinvolte la Magona e le Acciaierie di Piombino realizzando un’esposizione sui lavoratori delle industrie siderurgiche della zona. Lo stesso è avvenuto per la mostra “Pausa pranzo” sul rapporto tra cibo, pausa pranzo e fabbrica (altro aspetto di vita nell’industria), più volte esportata e riadattata con l’aiuto di archivi locali per ricostruirne il racconto, come a Reggio Emilia con quello delle Reggiane o a Monfalcone con Fincantieri. In questo modo le mostre divengono strumenti per raccontare, attraverso le immagini degli operai, la storia di una comunità, dei suoi costumi e delle sue abitudini: sono le comunità che fanno la storia e questi contenitori di senso permettono di renderla viva.

Bruno Stefani per Studio Boggeri – Dalmine. Lavoratori nella mensa aziendale (anni ’30) © Fondazione Dalmine

La Fondazione collabora con scuole, Enti e musei d’impresa, non a caso è socio di Museimpresa e AIPAI, di cui Carolina sei vicepresidente nella prima e nel direttivo della seconda. Quanto è importante in questo lavoro fare rete?

L’industria è un sistema e non opera in maniera isolata, soprattutto con un prodotto come il nostro: un archivio d’impresa deve far parte di una o più reti, collaborando costantemente con altri musei, archivi o aziende, cosa che da un lato arricchisce la ricerca individuando legami o storie comuni (come per l’oleodotto Suez-Cairo realizzato con i tubi della Dalmine, con immagini conservate sia da noi che negli archivi dell’ENI con didascalie differenti), dall’altro amplia le possibilità di raggiungere un pubblico sempre più vasto e mostrare che la cultura d’impresa – che spesso non viene percepita come tale ed è vittima di pregiudizi – va oltre le singole identità.

Egitto. Oleodotto Suez Cairo (anni ’50) – © Fondazione Dalmine

Per fortuna è superata la fase in cui gli archivi rimanevano chiusi in sé stessi, perché la vera forza è quella di lavorare insieme, creando sinergie e unendo competenze diverse. A differenza della parte produttiva di un’impresa, infatti, volta a fare business mantenendo i propri segreti industriali, il patrimonio storico non prevede competizione ma collaborazione, apertura e curiosità, seppur tutelando la privacy di dati personali o segreti aziendali, con regole da rispettare con cui ci muoviamo costantemente nel nostro lavoro, sapendo quanto possiamo e dobbiamo condividere.

Quanto un’attività come la vostra può favorire la consapevolezza della necessità di tutela del patrimonio industriale?

La natura di un’industria viva come la nostra, molto diversa da quella di fabbriche dismesse che necessitano di tutela, non è quella di conservare ma di attuare una continua trasformazione e riuso degli spazi, proiettandosi verso il futuro. Anche molti edifici della città non più di proprietà dell’azienda (ex magazzini, chiesa, case ecc.) sono soggetti a continue trasformazioni, con interventi più o meno virtuosi. Il nostro archivio, grazie alle immagini che li ritraggono in varie fasi storiche, potrebbe aiutarne il processo di restauro e riuso, oltre ad alimentare il senso di comunità e appartenenza a un sistema unitario.

Da parte nostra, dopo essere intervenuti sulle ville storiche, stiamo per terminare la ristrutturazione dell’ex foresteria, da adibire a nuova sede della Fondazione e delle sue attività di Heritage, Culture ed Education, con un intervento contemporaneo che, pur mantenendo la salvaguardia del bene storico, gli ridia nuova vita.

Quali sono i vostri progetti per il futuro?

Nell’immediato ci sarà il trasloco dell’archivio nella nuova sede della Fondazione con spazi volti alla sua valorizzazione. Stiamo inoltre lavorando al restauro, descrizione e digitalizzazione dei due fondi di architettura prima menzionati, che rappresentano l’altra faccia, insieme a quella fotografica, di un archivio industriale, con disegni di edifici civili e opere che questi professionisti hanno sviluppato a prescindere dalla committenza aziendale: nel caso di Greppi, ad esempio, la Fondazione conserva anche i suoi progetti legati ai sacrari militari; nel caso dello Studio Corsini e Wiskemann la storia delle documentazione è invece più articolata poiché una parte dell’archivio non riguardante l’azienda è conservata presso la Fondazione Legler: per valorizzare questo fondo si sta lavorando a una pubblicazione ad hoc.

Grazie per il tempo concesso e per quello che fate per tenere viva la cultura industriale. Continueremo a seguirvi per poter raccontare nuovi progetti!

Patrizia Dellavedova

Immagine di copertina: Studio Da Re – Dalmine, costruzione serbatoio per acqua industriale (fine anni ’50) © Fondazione Dalmine. Ove non specificato le fotografie sono dell’autore.

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