Il lato nascosto del cinema: un accesso privilegiato alla vita tra una ripresa e l’altra. 

Jonathan Deman si è trasferito a Roma dall’Olanda a 22 anni per inseguire la sua passione per il cinema. Sul set, Jonathan è ufficialmente un aiuto regista: coordina, media, risolve problemi, cercando allo stesso tempo di mantenere un equilibrio all’interno del mondo fragile e imprevedibile del set cinematografico, fatto di persone, ritmi e tensioni. Le sue giornate sono lunghissime. E’ spesso lontano da casa e deve affrontare il lavoro emotivo necessario a mantenere un’intera troupe allineata e concentrata. Il suo ruolo richiede una combinazione rara di intelligenza emotiva, pazienza e capacità di mediazione. Scherza dicendo che metà del suo lavoro consiste “nel fare lo psicologo”.

Ed è proprio dietro questa vita professionale intensa che nasce la sua fotografia. Jonathan non è un fotografo di scena nel senso tradizionale: le sue immagini non sono semplici “foto di backstage”, ma piccoli atti di reportage, storie autonome e intime di ciò che accade quando nessuno guarda. La sua fotografia oscilla tra due modalità: un reportage quasi invisibile, di pura osservazione, e scene più costruite, piccole mise-en-scène create insieme agli attori.

André Bazin, uno dei più importanti teorici del cinema, scriveva che ogni fotogramma contiene sempre qualcosa che va oltre il film stesso, qualcosa che sfugge al controllo della regia. Fotografare dentro questo “spazio” significa preservare l’anima visiva del set. Ed è proprio questo che sembra guidare il lavoro di Jonathan: l’interesse per l’atmosfera umana del set, il modo in cui la luce sfiora il volto di un’attrice, i momenti silenziosi di gioia tra colleghi, le conversazioni private. Le sue fotografie non documentano il film in produzione, ma la vita che gli ruota intorno.

Da quasi vent’anni, Jonathan – metà scozzese, metà olandese, ma romano d’adozione – ha trasformato la fotografia sul set nel suo modo personale di vedere e interpretare il cinema. Lo abbiamo incontrato per parlare dell’evoluzione del linguaggio cinematografico, della perdita di profondità nelle narrazioni contemporanee, del ruolo dei social media nella costruzione dell’immagine pubblica e del privilegio, raro, di poter osservare gli attori da vicino. La conversazione attraversa tecnica, passione e visione e indaga cosa significa fotografare il cinema senza lasciarsi inghiottire dal set, mantenendo il proprio ritmo, il proprio spazio e una forma personale di narrazione.

Ogni carriera ha un punto di partenza spesso dettato da una passione. Per cominciare, mi piacerebbe sapere come è nata la tua passione per la fotografia e in particolare per la fotografia di scena.

La passione per le immagini è nata presto, già da bambino. Mi è sempre piaciuto il cinema: andavo spesso con i miei genitori a vedere i film e visitare mostre. Poi ho studiato Storia dell’Arte in Olanda e, dopo la laurea, mi sono trasferito a Roma per frequentare una scuola di cinema. Da lì è cominciato tutto, anche se in realtà la passione per le immagini – che fosse una fotografia, un quadro o un film – c’è sempre stata. Mi è sempre piaciuto guardare una bella immagine, in qualsiasi forma.

Per quanto riguarda la fotografia, credo che sia iniziato tutto quando avevo sei o sette anni. Avevo già la mia macchina fotografica, e infatti se mi chiedi dei ricordi, ne ho scatole piene: scatti su pellicola prima, poi con il digitale. Quando ho iniziato a lavorare sui set cinematografici, ho continuato a coltivare questa passione. Lavorare nei film o nelle serie ti dà accesso a luoghi e situazioni che altrimenti non vedresti mai: ambienti particolari, persone vestite in modi fuori dall’ordinario. Sono occasioni che ti permettono di osservare e fotografare cose che, altrimenti, resterebbero invisibili. È anche questo che mi affascina del mio lavoro.

Il mondo del cinema e della comunicazione è cambiato radicalmente con l’avvento dei social media, dove le star oggi hanno il controllo diretto sulla propria immagine, a differenza del passato. In questo scenario, è ancora rilevante il ruolo del fotografo di scena?

Il fotografo di scena, di solito, scatta le immagini delle scene che vengono girate, quelle che poi si usano per la promozione o gli archivi del film. Io invece non faccio esattamente quello, perché non mi piace limitarmi a fotografare ciò che succede davanti alla macchina da presa. Preferisco catturare quello che accade fuori, dietro le quinte, o creare qualcosa di mio. Per esempio, quando ho lavorato a I leoni di Sicilia, ogni volta che avevo un momento libero prendevo alcune persone del set, le mettevo in un contesto e scattavo, costruendo delle piccole messe in scena.
Per questo non direi che faccio le classiche foto di scena: è un approccio un po’ diverso, più personale. Una specie di reportage all’interno del film. 

Ma per tornare alla tua domanda- secondo me il lavoro del fotografo di scena è ancora utile, anche oggi. È vero, ormai tutti hanno un telefono e tutti fanno foto e video, ma la qualità, la composizione, l’immagine… sono un’altra cosa.
La maggior parte delle immagini che vedo in giro, onestamente, sono brutte o poco curate. Le fotografie scattate da un fotografo professionista invece continuano a essere usate: per le locandine, le campagne pubblicitarie, le riviste. L’occhio del fotografo fa davvero la differenza.
Lo vedi anche tu: apri Instagram e trovi di tutto, tanta spazzatura visiva. È facile fare un selfie o una foto al volo, ma se vuoi un’immagine più completa, più curata, serve ancora qualcuno che sappia costruirla.
Quando realizziamo gli scatti promozionali, per esempio, il fotografo di scena ha ancora un ruolo importante – non è scomparso.
Certo, la sua presenza sul set è molto più ridotta rispetto al passato, questo sì. Oggi spesso le produzioni o gli stessi attori scattano da soli le immagini che servono, ed è diventato tutto molto più immediato. Però la differenza, alla fine, si vede sempre.

Io cerco sempre di dare qualcosa di mio. Secondo me, guardando le mie foto, si riconosce uno sguardo personale. Anche se sullo stesso set ci sono altri fotografi, ognuno ha il proprio stile, la propria visione.
A me piace creare immagini costruite, delle messe in scena che magari non sono reali, ma che restituiscono una certa bellezza visiva. Allo stesso tempo però mi piace molto anche il reportage, sia sul set che fuori, quando riesco a cogliere momenti spontanei, rubati.
Insomma, mi affascinano entrambe le dimensioni: quella più costruita e quella più istintiva.

Il tuo lavoro si svolge in un ambito molto specifico, ma le tue immagini hanno un impatto che va oltre il set cinematografico. Spesso ricrei scene che riflettono la tua sensibilità personale, più che seguire il copione. In un’epoca dominata dal digitale, senti la mancanza di mostre o spazi dove la fotografia di scena e di backstage possono essere celebrate come meritano? 

Secondo me il backstage vero e proprio è interessante soprattutto per chi lavora nel settore, per gli addetti ai lavori. Al pubblico, invece, non credo interessi più di tanto.
Se però parliamo degli scatti più costruiti, delle messe in scena come quelle che ho realizzato per
 I leoni di Sicilia, allora sì, secondo me diventano più appetibili anche per un pubblico più ampio.
In quelle foto si vedono le scenografie, i volti, i costumi… tutti elementi che possono affascinare anche chi non conosce il lavoro che c’è dietro un set. Le immagini più tecniche, invece, quelle che riguardano le maestranze o i momenti di produzione, credo che interessino molto meno alla gente.

I Leoni di Sicilia è una serie televisiva di grande successo. Mi interessa capire come prende forma un tuo progetto fotografico all’interno di un set: parti da un’idea già definita o le immagini nascono progressivamente, seguendo l’evoluzione del lavoro? Inoltre, come viene accolta la tua proposta fotografica all’interno della troupe?

In realtà non è che lo chiedo: lo faccio e basta. Ti faccio un esempio con I Leoni di Sicilia: io ero presente fin dall’inizio della preparazione, ho seguito tutte le prove e documentato quasi tutto il processo. A un certo punto ho proposto il progetto anche alla produzione, ma siccome si trattava di una coproduzione – e tra le due case c’erano divergenze sui diritti – dopo sei mesi di tentativi mi sono un po’ stufato, e purtroppo non se n’è fatto nulla. Mi è dispiaciuto molto, te lo dico sinceramente.

Quando scatto sul set, non sempre il fotografo di scena ufficiale è entusiasta del fatto che lavori anch’io, ma in generale vengo accolto bene. La maggior parte delle persone che fotografo conosce il mio modo di lavorare, sa che tipo di immagini cerco e, di conseguenza, è contenta che le realizzi.

Ovviamente dipende molto dal progetto. I Leoni di Sicilia è stato un caso particolare perché era un lavoro in costume, con un immaginario molto definito e una cura estetica forte. Altri progetti, invece, sono contemporanei, e lì le idee mi vengono più sul momento- dipende da dove siamo, da chi ho davanti, dall’atmosfera.
Ci sono anche progetti più pensati in anticipo, ma di solito non legati al set. Per esempio, se voglio realizzare una serie di ritratti di un certo tipo, allora sì: li preparo prima, scelgo i volti, i costumi, i luoghi. Insomma, varia molto da caso a caso.

C’è una fotografia scattata durante le riprese de I Leoni di Sicilia a cui sei particolarmente legato? Raccontaci la storia che c’è dietro: come nasce un tuo scatto sul set e come riesci a trasformare una scena cinematografica in qualcosa di completamente tuo?

Una cosa che mi affascina molto, in generale, sono le fotografie che catturano il movimento. Mi piace vedere gli abiti, i capelli, i piccoli dettagli che si muovono, che svolazzano. È un elemento che ricorre spesso nel mio lavoro, come anche la presenza di elementi naturali, come insetti o foglie, ad esempio, che si posano sul viso o sul corpo e aggiungono qualcosa di vivo, di spontaneo all’immagine.

Per esempio, ricordo alcune foto che ho scattato a Miriam Leone. Lei si prestava molto, si divertiva, e questo rendeva tutto più naturale. Una delle immagini che preferisco l’abbiamo fatta sulla spiaggia: lei indossava solo un sottabito, mentre intorno c’erano persone che prendevano il sole o leggevano. Mi piaceva molto quel contrasto tra la quotidianità, la normalità della scena, e la presenza di questa figura elegante, quasi sospesa in un’altra epoca.

In passato, una singola fotografia poteva definire l’identità di un film e diventare un’immagine iconica, immediatamente riconoscibile. Oggi, con la saturazione di contenuti visivi, credi che una buona fotografia di scena possa avere ancora un impatto così forte da contribuire al successo di un film?

No, sinceramente non credo. Una fotografia o una locandina possono sicuramente incuriosire, attirare l’attenzione, ma non penso che da sole possano determinare il successo di un film. Una bella immagine può colpire, certo, ma se il film non funziona, resta solo una bella immagine.
Puoi avere novanta minuti di un film mediocre e comunque ricavarne delle fotografie straordinarie – ma questo non cambia la qualità del film.
Se penso a immagini davvero iconiche, mi vengono in mente esempi del passato, non di oggi. Penso, per dire, a 
The Breakfast Point – erano altri tempi, quando una singola foto poteva davvero definire l’immaginario di un film, perché non c’erano trailer ovunque, né i social che ti bombardano di contenuti.
Oggi, con la quantità di immagini che vediamo ogni giorno, una fotografia può ancora incuriosire, ma difficilmente ha quel potere di sintesi e di impatto che aveva una volta.

Hai un curriculum internazionale e hai lavorato in vari paesi, ma hai scelto di stabilirti in Italia. Potresti raccontarci cosa ti ha attratto di questo paese e in che modo l’ambiente italiano ha influenzato la tua professione?

Quando vivevo in Olanda, il mio migliore amico era di Treviso; quindi, fin da ragazzo venivo spesso in Italia con i miei genitori. Dopo l’università, dove ho studiato storia dell’arte, volevo dedicarmi al cinema e mi trovavo davanti a una scelta: Londra o Roma. Alla fine, ho scelto Roma, anche un po’ spinto da un’idea romantica del cinema italiano che poi, con il tempo, ho capito non essere proprio come la immaginavo.
Ma a quel punto ero già qui, e devo dire che l’Italia mi è sempre piaciuta moltissimo. Mi sento davvero a casa. Quando mi sono trasferito, ero con due amiche olandesi e un amico inglese – loro dopo un anno sono tornati indietro, mentre io sono rimasto. Roma, con tutti i suoi pro e contro, continua a piacermi molto. Forse sono anche fortunato, perché ho sempre vissuto in centro, e questo fa una grande differenza.

Dopo aver terminato la scuola di cinema, ho iniziato a lavorare come stagista in una grande produzione americana girata a Roma, un’esperienza davvero formativa. All’inizio ho lavorato soprattutto su produzioni straniere, poi, dopo qualche contrasto in una di queste, mi sono spostato su progetti italiani, e devo dire che non me ne pento affatto.

Certo, dopo i primi anni di entusiasmo, ci sono stati momenti di dubbio: mi sono chiesto se avesse senso restare o se fosse meglio tornare in Olanda. Ma alla fine, qui mi sento bene. Anche se sono metà olandese e metà scozzese, l’Italia è diventata casa mia. Mi piace vivere e lavorare qui, e credo che questo senso di appartenenza si rifletta anche nel mio lavoro.
E poi, per fortuna, il mio mestiere mi porta spesso in viaggio, fuori Roma e anche fuori dall’Italia, quindi non mi pesa restare qui. In fondo, ogni paese ha le sue difficoltà, ma l’Italia continua a darmi molto, sia a livello umano che professionale.

Hai detto di essere un grande appassionato di cinema da sempre, una passione che ti accompagna fin da bambino e che oggi è diventata anche il tuo mondo professionale. Secondo te, quali sono le principali differenze tra il cinema di oggi e quello del passato?
Devo ammettere che guardo al cinema con un po’ di nostalgia: ho l’impressione che quello di oggi, e forse anche quello del futuro, faccia più fatica a suscitare le stesse emozioni di quando eravamo bambini. Sei d’accordo?

Sì, sono d’accordo. Anch’io sono cresciuto con il cinema degli anni ’80, e potrei farti un lungo elenco di film che mi hanno davvero emozionato. Purtroppo, oggi capita molto più di rado. Credo che questo dipenda dal fatto che si è un po’ impoverito tutto: la scrittura, la qualità delle produzioni, perfino la recitazione.

Parlando del cinema italiano, mancano quelle storie che negli anni ’60 avevano reso il Paese famoso nel mondo- i gialli, i film sociali, la satira. Oggi quel tipo di narrazione quasi non esiste più. E anche tra gli attori, spesso non si trova più la forza o il carisma di un Volonté o il fascino di una Claudia Cardinale. È come se ci fosse stata una semplificazione generale, un appiattimento.

Penso che c’entri anche il fatto che in Italia non esiste più una vera industria cinematografica, come invece accadeva allora. In Paesi come l’Inghilterra, la Francia, la Spagna o gli Stati Uniti, il cinema continua a funzionare come un sistema strutturato, con ruoli ben definiti. Qui invece spesso il regista vuole fare tutto: scrive, dirige, interpreta… e questo finisce per indebolire il risultato, perché manca la collaborazione.

Un altro problema, secondo me, è la superficialità con cui vengono affrontati certi temi. Mi capita spesso di vedere registi o attori che lavorano su argomenti complessi senza davvero approfondirli. E questa mancanza di profondità si percepisce, inevitabilmente, sullo schermo.

Negli ultimi cinque anni c’è un film o una serie a cui sei più legato? Un titolo che, guardandolo oggi, ti fa dire: “Sono davvero orgoglioso di averne fatto parte”? Immagino che I Leoni di Sicilia sia uno di questi.

Sì, certo, mi è piaciuto lavorarci. Poi, come sempre, ci sono delle cose che mi convincono meno. Ad esempio, trovo che in certe produzioni italiane manchi un po’ di realismo. Faccio un esempio banale: se due personaggi passano un’intera giornata chiusi in una carrozza, dovrebbero uscirne stanchi, sporchi, provati. Invece, spesso nei film italiani escono perfetti, pettinati, come se niente fosse. È tutto molto “bello”, un po’ troppo levigato, direi.

Se guardi invece certe produzioni inglesi, come Taboo, vedi la differenza: lì tutto è più realistico, più sporco, più vissuto. Da noi, invece, prevale ancora l’estetica sul realismo.

Un’altra cosa che noto è che in Italia gli attori devono sempre essere belli. Non vedi personaggi come il nano di Game of Thrones, o protagonisti con disabilità, o fisicità diverse. Ci sono, certo, ma raramente vengono messi al centro della scena: restano sullo sfondo, come figure secondarie. Ed è un peccato, perché limita tantissimo le possibilità narrative.

Un po’ come accade con i film di genere, che una volta erano una grande forza del cinema italiano- pensa agli anni ’60- e oggi, purtroppo, si vedono sempre meno.

Guardando le tue immagini e ascoltando i tuoi racconti, mi fai venire in mente il fotografo e scrittore britannico, Peter Hince, noto soprattutto per essere stato assistente personale e roadie dei Queen per oltre un decennio. In quegli anni documentò la vita dietro le quinte, realizzando fotografie intime e spontanee di Freddie Mercury e la sua band. Anche tu consideri il tuo lavoro da fotografo backstage come un privilegio? Nel senso che, mentre sei immerso nel lavoro quotidiano, hai la possibilità di fermarti un momento, prendere la macchina fotografica e catturare immagini che nessun altro potrebbe vedere?

Sì, assolutamente. Mi considero fortunato, perché spesso mi trovo in luoghi dove una persona comune non avrebbe mai modo di arrivare. E poi c’è la possibilità di stare a contatto diretto con gli attori, di cogliere quei momenti dietro le quinte che di solito restano invisibili. È davvero un privilegio.

Oltre al tuo lavoro sul set cinematografico, ci sono altri generi di fotografia che ti appassionano e che in qualche modo influenzano il tuo stile?

Sì, certo. Mi piacciono molto i reportage. Prima di questa estate, per esempio, sono stato due mesi a Palermo per le riprese di un film, ma nei weekend mi dedicavo a girare per il centro, nei luoghi più particolari. Ho scattato moltissimo: amo la Sicilia, e Palermo in particolare, la trovo una città ricchissima e piena di spunti interessanti.
Lì ho realizzato un intero reportage.
Mi piacciono anche molto i ritratti; ultimamente sto lavorando a un progetto sui corpi tatuati. In realtà ho tante idee e progetti che mi piacerebbe portare avanti, e alcuni li sto già facendo.

Restando sul tema delle ispirazioni e della ricerca visiva, ti volevo chiedere cosa ne pensi di un servizio come Shotdeck. Si tratta di un database di fotogrammi di film di alta risoluzione che possono essere cercati in base a criteri molto specifici, come la luce, la composizione e la palette di colori. Credi che uno strumento così analitico possa essere utile per il lavoro di un fotografo oggi? 

Secondo me sì. Anch’io, per esempio, spesso cerco immagini su Internet o su Pinterest per trovare ispirazione e nuove idee. Qualsiasi cosa tu veda può esserti utile, può farti scoprire qualcosa di nuovo, o darti uno spunto per sperimentare a modo tuo. Quindi sì, lo trovo sicuramente utile.

Lavori in un ambiente dove la regia è un elemento centrale. Molti fotografi di scena si ispirano a registi specifici per il loro modo di lavorare con la luce, la composizione o la narrazione. Ci sono dei registi del passato che hanno plasmato in modo particolare il tuo modo di vedere e interpretare una scena? 

Sì, uno dei miei registi preferiti è Peter Greenaway. Ho visto tutti i suoi film, le mostre, ho letto i suoi libri, mi piace da morire. Restando in tema di tatuaggi, lui alla fine degli anni ’90 ha realizzato Il libro del cuscino, con Ewan McGregor, che racconta la storia d’amore tra lui e una ragazza giapponese. Lei scriveva sui corpi dei suoi amanti una sorta di diario, ed è un film visivamente straordinario.
Greenaway mi ha sempre affascinato moltissimo, anche perché viene dalla pittura, e questo si riflette nel suo cinema: i suoi primi film sono dei veri e propri quadri viventi. Ogni inquadratura è fissa, ma dentro succede di tutto, è un’esplosione visiva, bellissima.

Quindi tu stai praticamente sempre con la macchina fotografica al collo durante le riprese? Immagino che le giornate sul set siano piuttosto lunghe e intense- lavori con la macchina sempre addosso per tutto il tempo? La tua deve essere una fotocamera abbastanza leggera, giusto?

Sì, la maggior parte delle volte sì. Poi, ovviamente, ogni tanto devo anche discutere un po’ con i fotografi di scena – capita che si infastidiscano. Quindi, devo sempre capire con chi sto lavorando: se è una persona con cui posso collaborare facilmente o se è meglio mantenere un po’ di distanza. Tanto il fotografo di scena non è presente tutti i giorni. Se, per esempio, le riprese durano quaranta giorni, lui o lei sarà lì per una quindicina. In quei giorni devo solo cercare di evitare sovrapposizioni.

Io, comunque, scatto con una Fuji X-T30, leggera, perché altrimenti sarebbe impossibile portarla addosso tutto il tempo. È la mia macchina “da battaglia”: la tengo nello zaino, la tiro fuori quando serve, senza troppi pensieri. Ho anche altre macchine, anche a pellicola, ma non le porto mai sul set – sarebbero troppo ingombranti, dovrei portarmi dietro anche obiettivi e borse. E poi spesso gli attimi da catturare sono pochissimi: con la macchina al collo riesco a scattare al volo, mentre se dovessi tirare fuori tutto il resto, l’occasione sarebbe già passata.

Volevo ragionare con te su un aspetto: Fujifilm ha puntato molto sulla digitalizzazione delle sue pellicole storiche, riproducendone le caratteristiche anche nel digitale. Ti chiedo: sei uno di quelli che ama usare queste simulazioni di pellicola e si accontenta del JPEG finito in macchina, oppure preferisci lavorare in post-produzione in modo più maniacale, intervenendo sui file dopo lo scatto?

No, io detesto le foto troppo ritoccate, le trovo innaturali. Certo, può capitare che ritocchi qualcosa, magari per eliminare un piccolo dettaglio, ma sempre in modo molto leggero, perché mi piacciono anche le imperfezioni. Non sono uno che usa molti filtri o interventi pesanti: preferisco che la foto resti il più possibile autentica.

Volevo chiederti quanto è diffuso oggi il tuo mestiere e come vedi il suo futuro. Pensi che questo ruolo, e quelli simili al tuo, stiano crescendo e trovando nuovo spazio, oppure anche voi state risentendo della crisi che negli ultimi anni ha colpito il cinema?

Beh, sì, in Italia una crisi c’è, obiettivamente. E secondo me dipende anche dal fatto che qui la politica ha ancora troppo potere sul cinema, molto più che altrove. In Olanda o in altri Paesi, per esempio, non funziona così. Trovo assurdo che quando c’è la sinistra al governo lavorino di più i registi di sinistra, e quando c’è la destra, quelli di destra. È una dinamica che non dovrebbe esistere.

Poi, con tutti i tagli che ci sono stati negli ultimi anni, devo dire che – pur andando contro i miei stessi interessi – capisco in parte le ragioni. Negli ultimi tempi sono usciti tanti film che hanno ricevuto finanziamenti importanti, senza che fosse davvero chiaro il perché. Insomma, di soldi nel cinema se ne sono mangiati parecchi, quindi capisco la volontà di rimettere un po’ d’ordine.

Secondo me non può funzionare così. Trovo assurdo che si continuino a finanziare film solo per farli esistere, senza preoccuparsi davvero di chi li guarda. Non puoi dare 30 milioni a qualcuno che non ha mai diretto un film o che non ha mai avuto un riscontro di pubblico. Dovrebbero esserci delle vie di mezzo, ma qui spesso mancano, e le dinamiche sono davvero particolari.

Come dicevo prima, purtroppo in Italia la meritocrazia è ancora molto limitata. Nel cinema, come in tanti altri ambiti, conta più chi conosci che quanto vali. Io, quando sono arrivato qui, non conoscevo nessuno e mi sono dovuto costruire tutto da zero. Però mi rendo conto che intorno a me lavorano tantissimi “figli di”, nipoti d’arte o persone che stanno lì solo per conoscenze, anche se non sono particolarmente capaci. In Olanda, per dire, se sei raccomandato ma non rendi, dopo un po’ ti mandano via. Qui no. E questo pesa su tutto il sistema.

Detto ciò, credo che il cinema non sparirà mai. Anche con l’intelligenza artificiale che comincia a produrre immagini o scene, ci sarà sempre bisogno di persone reali che sappiano gestire, pensare e dare forma a quei contenuti. È come è successo con il passaggio dalla pellicola al digitale: qualcosa cambia, nascono nuovi ruoli, ma il mestiere non si estingue – si trasforma.

Hai mai pensato, in futuro, di entrare nel mondo del cinema con un ruolo diverso, ad esempio come regista.

Sì, mi piacerebbe molto. In realtà, due anni fa ho anche scritto una sceneggiatura e l’ho fatta un po’ girare, ma la risposta è stata sempre più o meno la stessa: “non stiamo cercando un film di genere, ma qualcosa di più leggero.” Mi piacerebbe davvero passare dietro la macchina da presa, ma so che non è facile – soprattutto perché, come dicevo, non vengo da una famiglia del settore.

Con la fotografia ho il vantaggio di poter controllare tutto da solo: l’idea, l’immagine, il processo. Nel cinema invece è diverso, servono molte persone, collaborazioni, e naturalmente anche più risorse economiche.
E poi, se dovessi farlo, vorrei realizzare qualcosa di bello, non una cosa improvvisata o fatta tanto per fare. Non amo il cinema vérité o le cose troppo grezze – mi piace quando un film, come una fotografia, è anche esteticamente curato.

A volte mi dispiace, perché anche nei progetti fotografici che porto avanti da solo arrivo a un punto in cui da solo non basta: servirebbe qualcuno che mi aiuti a creare la scena, come capita nei lavori di Gregory Crewdson, che può contare su una vera e propria troupe.
Però sì, in definitiva, mi piacerebbe davvero raccontare una mia storia e dirigere un film tutto mio.

Silvia Donà