In bilico tra arte contemporanea e fotografia: intervista all’artista e stampatrice Alessandra Calò

Artista e fotografa, originaria di Taranto ma cittadina di Reggio Emilia, classe 1977.

Fin dall’inizio della sua carriera Alessandra Calò non si limita a scegliere un’unica forma d’arte, ma opta per la sperimentazione. Per questo motivo, le sue opere le si potrebbero definire come un ponte tra arte contemporanea e fotografia, raccontate attraverso i fili sottili di temi delicati e sublimi quali la memoria, l’identità e il linguaggio fotografico. 

Per anni ha ricercato sul tema della memoria, partendo da luoghi abbandonati e fissandosi come obiettivo quello di ristabilire un legame tra ambiente e uomo. Pratica dominante nel suo lavoro è, non a caso, il recupero e la reinterpretazione di materiali d’archivio, attraverso i quali non intende attuare una rievocazione nostalgica del passato, ma proporre una nuova visione della realtà.

Nei suoi lavori spesso sperimenta e riporta alla luce antiche tecniche di stampa con le quali realizza opere, installazioni e libri d’artista. Le sue opere, ad oggi, fanno parte di importanti collezioni, e vengono esposte in prestigiose mostre e festival internazionali.

Incuriositi dal suo approccio intimista e sensoriale, abbiamo fatto quattro chiacchiere con Alessandra in occasione di “Herbarium. I fiori sono rimasti rosa“, il suo ultimo progetto in mostra al Festival di Fotografia Europea dal 29 aprile al 12 giugno 2022.

Raccontaci la tua personale storia della fotografia: come è nata? Che rapporto hai con essa?

A 3 anni mio padre mi regalò una macchina fotografica giocattolo e da lì… non me ne sono mai più separata. Ricordo una marea di rullini al ritorno dalle gite scolastiche (qualcuno si lamentava che fotografavo luoghi e non persone). Ho sempre pensato che accumulando immagini non avrei mai dimenticato. Oggi la fotografia è diventata il mio mestiere e il divertimento si è trasformato in qualcos’altro: responsabilità.

© Alessandra Calò

Che cosa rappresenta per te il mezzo fotografico?

È la parola “mezzo” quella che mi interessa davvero. Nella mia pratica artistica lavoro spesso off camera, quindi potrei affermare che per me il mezzo fotografico rappresenta il processo per arrivare all’immagine. Nel mio processo, attingo a materiali già prodotti per rielaborarli, senza quasi mai scattare. Faccio molta ricerca, raccolgo immagini dal web, creo negativi digitali che utilizzo come matrici per realizzare stampe fotografiche. Immagino il risultato finale delle opere con l’aiuto della tecnologia per poi abbandonarla e rielaborarla in camera oscura.

© Alessandra Calò

Artista, fotografa e…stampatrice. Da dove nasce e come si è sviluppata la passione per la stampa fotografica?

Da ragazzina mi sono appassionata alla camera oscura grazie ad un gruppo di amici che ne avevano realizzata una nel sottoscala di una casa. Facevamo collette per acquistare carta e sviluppi, sigillavamo le porte con lo scotch nero rubato nella cassetta degli attrezzi di qualche padre elettricista… Sono stati anni divertenti. Nel tempo, ho scoperto che non esisteva solamente una “ricetta” e che i processi erano differenti e la loro storia veniva da molto lontano. Ho sperimentato moltissimo cambiando supporti, cambiando tecniche e procedimenti. Dagli errori ho capito che è proprio la pratica ed il processo a rendere un’opera unica: oggi siamo abituati a ricercare la perfezione attraverso la stampa digitale e la post-produzione. Questo, tende ad allontanarci dal concetto di “umanità” facendo decadere il lato romantico della stampa analogica.

© Alessandra Calò

Nel corso degli anni ti sei specializzata in tecniche di stampa fotografica: qual è quello che preferisci?

Trovo stimolante lavorare in situazioni improbabili e improvvisate (forse perché sono sempre stata autodidatta) e quindi devo tener conto di una serie di variabili, spesso incontrollabili, quando mi cimento nella stampa. Il risultato è sempre lontano dalla perfezione ma accentua l’umanità di un processo complesso e il relativo difetto, che rende l’opera unica ed è per me motivo costante di riflessione, soprattutto sul tema legato all’immagine latente. Tra le tecniche che preferisco c’è sicuramente il collodio ma quella che amo più praticare è la callitipia. Sono legata a questo tipo di stampa perché il suo colore mi riporta a qualcosa di primordiale, mi fa ricordare la terra e un possibile contatto con la natura.

© Alessandra Calò

Da fotografa che scatta in analogico – e conseguentemente da animale da camera oscura – mi viene naturale domandarti: quale è il tuo rapporto con la camera oscura?

Della camera oscura mi piace immaginare sia una stanza interiore, un luogo di creazione. Potrebbe anche non esistere in un luogo fisico o essere costruita/allestita all’occorrenza. L’importante è sapere “cosa succede” al suo interno. Nonostante le parole che la compongono, nella camera oscura è la luce la chiave, metafora della percezione umana e della creazione di immagini.

A proposito di “Herbarium. I fiori sono rimasti rosa“. È un progetto che mira a coinvolgere le persone fragili nella realizzazione di un erbario. Pensi che l’arte possa essere un mezzo per abbattere le barriere della disabilità e avvicinare anche i più fragili a questo mondo?

In questo percorso, i tentativi sono stati molteplici. Ho cercato di destrutturare il concetto di bellezza, allargandolo fino ad includere l’imperfezione, la fragilità e la marginalità, grazie ad un processo fotografico antico; ho cercato di coinvolgere persone fragili nella comprensione e nel motivo della pratica artistica, della simbologia e del significato che si nasconde dietro di essa. Realizzare con loro stampe a contatto e performance sono state esperienze uniche, che non credo dimenticherò facilmente. “Herbarium i fiori sono rimasti rosa”, potrei definirlo il risultato di un percorso condiviso, dove l’abbattimento delle barriere è avvenuto allenando la mente ad una visione di bellezza interiore con il tentativo di applicarla nella realtà (spesso non bella come immaginiamo).

© Alessandra Calò

Come è nata la scelta di “Herbarium. I fiori sono rimasti rosa“?

Sono stata invitata a partecipare ad un progetto sociale che pone l’attenzione sul tema dell’incontro tra fragilità e creatività. L’obiettivo era realizzare un percorso laboratoriale che ci ponesse in dialogo con le collezioni dei Musei Civici di Reggio Emilia – luogo che ci ospitava – e la realizzazione di un’opera d’arte, ispirata a questa esperienza. Incuriosita dalla ricca collezione custodita ed esposta nella sezione Spallanzani del museo, ho cercato di dirottare l’attenzione del gruppo su ciò che non è realmente visibile al pubblico: una serie di erbari custoditi in un vecchio armadio nella Saletta della Botanica. Nonostante il carattere scientifico che li contraddistingue (famosa è la collezione settecentesca del botanico reggiano Filippo Re), ci siamo soffermati su un erbario dilettantistico dell’allora quattordicenne Antonio Casoli Cremona (1885) che catalogava in maniera amatoriale tutte le erbe presenti nel suo giardino e nei dintorni della città. Seguendo lo stesso percorso emozionale, ho invitato il gruppo ad osservare la natura spontanea della strada, riflettendo su come oggi la società tende ad ignorare o eliminare tutto quello che non è conosciuto come bello: durante i nostri incontri, la parola “erbaccia” (dispregiativa) iniziava a caricarsi di un significato che diventava più ampio e complesso.

© Alessandra Calò

Quale è, secondo te, lo stato dell’arte in Italia circa il rapporto arte – disabilità?

Questo argomento mi tocca profondamente, per varie vicende personali. L’arte è un linguaggio, è spirituale e come tale deve essere inclusivo perché è legato all’espressione di sé, indipendentemente dall’involucro che ci accompagna. In Italia la parola “disabile” è ancora legata ad un’immagine negativa che spesso fa paura (o peggio fa pena). Sono tante le persone escluse dalla fruizione della cultura e ancora di più quelle che svolgono attività artistiche. Progetti come quello a cui ho preso parte sono un piccolo passo verso un percorso di educazione collettiva e per questo ringrazio la mia Città per essere sensibile all’argomento.

© Alessandra Calò

La memoria, l’identità e il linguaggio fotografico sono i temi ricorrenti delle tue opere. Quali sono, invece, i messaggi che queste veicolano?

Nonostante la mia ricerca verta sempre su temi legati alla memoria, non intendo attuare rievocazioni nostalgiche. Quello che vorrei trasmettere con le mie opere è una nuova visione della realtà, che parte da radici lontane per proiettarsi in un possibile futuro. Non è un caso se le mie opere “galleggiano” su livelli di lettura differenti: mi piace immaginare un ponte temporale su cui far viaggiare lo spettatore. L’arte (e la fotografia) deve far riflettere, deve mettere in moto una serie di ragionamenti, porre domande alle quali tutti noi siamo chiamati a rispondere.

© Alessandra Calò

Se potessi descrivere la tua fotografia con tre parole, quali sarebbero e perché?

Penso sempre che sia un disastro. Quando qualcuno mi dice è “poetica potente” io – che non me ne rendo conto – ringrazio, e continuo a lavorare.

Chiara Cagnan