La terra dell’abbondanza

Tito Livio intorno all’anno zero sosteneva che “l’abbondanza genera fastidio”.

Negli ultimi vent’anni il digitale ha contribuito ulteriormente alla produzione di fotografie, pratica che già nel secolo scorso aveva iniziato il suo percorso di popolarità grazie alla facile accessibilità di mezzi e materiali.

La fotografia è diventata un atto necessario a livello personale, addirittura nelle nuove generazioni spesso sostituisce il testo nelle comunicazioni sociali. Ci troviamo oggi ad avere milioni di immagini scattate giornalmente, una vera e propria bulimia incontrollata.

All’interno dei nostri dispositivi si accumulano migliaia di fotografie che non rivediamo, che non stampiamo e che materialmente non esistono.
Non produciamo più album di famiglia e stiamo perdendo la memoria. L’emergenza sanitaria mondiale non ha rallentato questo processo, anzi ne ha reso ancora più evidente l’abuso.

I mezzi fotografici moderni sono progettati per ottenere risultati tecnicamente corretti da parte di chiunque e così il merito della creazione di una buona immagine si sposta nella capacità di dare senso e significato. Ma se questo senso non è l’autore a saperlo dare, a chi spetta farlo?

Per rispondere fermiamoci e rivolgiamo lo sguardo a certi artisti che senza scattare ulteriormente lavorano su materiale già esistente e sulla concettualizzazione e ri-semantizzazione della fotografia stessa.

A proposito di questo, Juan Fontcuberta scrive: “A questo livello la post-fotografia ci appare come un corpus critico utile per affrontare tali questioni, definire l’orizzonte nel quale collocarci o preparare contromisure per i pericoli che vogliamo evitare”.

Chiamato “il fotografo che non fotografa”, Joachim Schmid (Balingen, 1955) lavora da quarant’anni con la fotografia senza produrre alcuna immagine propria. «Nessuna nuova fotografia finché non siano state utilizzate quelle già esistenti!» è la sua famosa dichiarazione in occasione del centocinquantesimo anniversario dell’invenzione della fotografia.

L’artista tedesco colleziona un numero enorme fra figurine, cartoline, manifesti, immagini recuperate nei mercatini e negli archivi, oltre ad immagini scaricate da internet. Le isola dal loro contesto originario e se ne appropria, le combina tra loro, talvolta manipolandole, alla ricerca di nuovi significati.

Ne è di esempio la bellissima serie Photogenetic Drafts del 1991.
Schmid nel ’90, come evidente provocazione, si inventa un “Istituto per il riciclaggio di fotografie usate” ed invita istituzioni pubbliche e privati cittadini a non gettare il loro esubero di immagini, e si propone di accoglierle.

Ricevette una quantità enorme di fotografie, fra le quali centinaia di negativi di ritratti realizzati negli anni ’60 da uno studio fotografico bavarese, tagliati però in due parti per impedire il riutilizzo.

Studiando i negativi, Schmid scoprì che la ripetitività delle pose e l’uso degli stessi angoli di ripresa gli permetteva di affiancare due metà provenienti da ritratti di persone diverse, ottenendo una nuova immagine visivamente credibile.

Una mescolanza fra il readymade di Duchamp, e la teoria della “morte dell’autore” di Barthes.

Photogenetic Drafts, 1991 © Joachim Schmid

Photography in abundance” è l’installazione realizzata nel 2011 dall’olandese Erik Kessels (Roermond, 1966), artista poliedrico, direttore creativo, curatore, designer, collezionista, gallerista.

Kessel ha raccolto e stampato tutte le immagini caricate in un solo giorno su Flickr, nota piattaforma di condivisione di fotografie. Successivamente ha riversato caoticamente tutto questo materiale, ben 350mila fotografie, nelle sale espositive del Foam di Amsterdam.

Questi cumuli di materiale, che si possono calpestare e maltrattare, offrono al visitatore diversi spunti di riflessione.

La prima è legata alla restituzione dello spazio fisico che le immagini smaterializzate non possono rivendicare.
La seconda si riferisce direttamente alla perdita di valore delle singole immagini come ricordo personale e come funzione di memoria, sommerse come sono da un flusso continuo di produzione.
La terza è l’incosciente esposizione, a chiunque, delle nostre esperienze e delle nostre unicità, privandole di quella intimità custodita proprio dalla fotografia dei primordi.

24HRS in Photos, 2011 © Erik Kessels

La fotografa ed artista svizzera Corinne Vionnet con “Photo Opportunities“, sovrappone centinaia di fotografie di monumenti famosi scattate nel mondo da turisti e caricate su internet. Il risultato è una nuova immagine dello stesso monumento dai tratti e colori morbidi, ma comunque riconoscibile.

L’artista produce così una provocatoria e lucida analisi sulla democratizzazione della fotografia e la conseguente omologazione delle immagini di viaggio, oltre che una riflessione nei confronti del turismo di massa.

Quasi tutti noi scattiamo distrattamente ed in modo automatico la stessa identica immagine, nello stesso identico luogo, per attestare la nostra presenza agli altri. Procedimento opposto dell’artista che fa leva sulla propria sensibilità per trasmettere una visione personale frutto di studio e ricerca.

San Francisco, from the series Photo Opportunities © Corinne Vionnet

Penelope Umbrico (Filadelfia, 1957) è un’artista americana che si appropria di immagini trovate su internet.

Il suo progetto Suns from Flickr è iniziato nel 2006 quando, alla ricerca del soggetto più fotografato presente sulla piattaforma Flickr, ha trovato 541.795 immagini di tramonti. 

L’artista decide allora di creare un singolo collage composto da 2500 immagini, prelevando soltanto il sole dall’intera inquadratura dell’immagine originale, e successivamente prodotte con una stampante istantanea Kodak.

Ogni installazione è semplicemente intitolata riportando il numero di presenze del tramonto in quel momento nei database di Flickr.
La prima installazione è stata “541.795 Suns From Flickr” nel 2006; le installazioni successive furono: “2303057 Suns From Flickr (partial) 25/09/07” (2007); “3.221.717 Suns From Flickr (partial) 31/03/08” (2008); “5.911.253 Suns From Flickr (partial) 8/03/09” (2009).

In questo modo il titolo stesso dell’opera diventa la riflessione sull’uso della fotografia, una massa di immagini anonime e uguali a se stesse, che sono un muto autoritratto della cultura visuale odierna.

Un ulteriore fatto curioso è il cortocircuito che si è venuto a creare dopo le installazioni della Umbrico: i suoi collage rientrano involontariamente nei risultati dei motori di ricerca quando si digita la parola “tramonto”.

Suns from flickr, 2006 © Penelope Umbrico