Sclavanie: territorio e memoria nelle fotografie di Davide Degano

Fin dai suoi albori la fotografia fu eletta come strumento per indagare le trasformazioni del paesaggio e del territorio, perché capace con le proprie caratteristiche di generare riflessioni importanti, riprese ed approfondite successivamente da altre discipline.

Ed è proprio con questo strumento che Davide Degano, giovane fotografo friulano, racconta la riscoperta di un’area montana al confine tra Italia e Slovenia, là dove affondano le sue radici. Questo complesso progetto, dal nome Sclavanie, si appresta ad essere pubblicato in forma di libro grazie ad una campagna di crowdfunding (raggiungibile a questo collegamento) ed ha già collezionato diversi riconoscimenti: vincitore dell’Urbanautica Institute Awards 2020, Menzione d’onore al Paul Schuitema Award 2020, selezionato per Athens Photo Festival 2020, selezionato per Photo Vogue Festival

Abbiamo raggiunto Davide per una chiacchierata di approfondimento sul suo lavoro.

Prima di tutto la domanda di rito di Discorsi Fotografici: qual è la tua personale storia della fotografia? 

Da bambino mi hanno regalato una macchina fotografica, scattavano le foto ai compleanni e a tutti gli eventi di famiglia, perché mio zio era un grandissimo appassionato. E poi questa passione un po’ si è persa negli anni per poi riaffiorare una volta preso il diploma. 

Così ho deciso di partire per l’Australia dove ho seguito diversi corsi tecnici e dove ho iniziato a lavorare nella fotografia commerciale, fino a quando un mio amico di Udine ha visto degli scatti di fotografia di strada – che facevo per interesse personale – e mi ha posto una domanda interessantissima, che mi porto ancora dentro: “vuoi imparare a raccontare storie attraverso le immagini?“.

Questa domanda ha aperto un mondo nuovo nella mia percezione della fotografia e da lì a poco ho fatto domanda per Royal Academy of Art (KABK), all’Aia. Senza molte speranze in realtà, avendo fatto un liceo scientifico. Quindi pensavo che selezionassero studenti con una formazione artistica. Invece mi hanno preso e mi sono catapultato immediatamente in questa realtà olandese. 

La mia passione è cresciuta fino a diventare un’ossessione, per scoprire ed ascoltare storie, oltre che per la grande capacità del medium fotografico di narrarle personalmente.  

©Davide Degano – Sclavanie

Per gli studenti che ci leggono può essere interessante una testimonianza sulla tua esperienza di studio all’estero. Come ti sei trovato e che cosa ti sei portato a casa? 

Sono stato sulle montagne russe! Mi sono portato a casa tutto anche se è stato un percorso piuttosto complicato, nel quale ho dovuto intraprendere un lavoro di introspezione. La valuto una esperienza tutto sommato positiva, fatta di alti e moltissimi bassi, dove mi sono scontrato soprattutto con la cultura individualista, orfana del concetto di comunità. Le mie origini umili e semplici si sono scontrate spesso con realtà elitarie e competitive, lontane da logiche collaborative e sature di persone spocchiose. Di conseguenza la fotografia subisce questo condizionamento diventando per lo più un mercato d’arte.  Al contrario di ciò che mi sarei aspettato di trovare e cioè molta apertura mentale. Questo non mi ha fatto sentire e mio agio e mi ha deluso enormemente. Ho individuato così la possibilità di concentrarmi verso un tipo di fotografia più “popolare”. 

©Davide Degano – Sclavanie

Negli ultimi periodi abbiamo notato un rinnovato interesse per i temi che trattano il territorio e la memoria. I tuoi sforzi si concentrano sulla fotografia di paesaggio e di indagine. Come sei arrivato a questo tipo di fotografia partendo da un’accademia d’arte? 

Ho preso ispirazione dal mio professore Donald Weber che lavora su progetti a lungo termine, e racconta storie complesse dove le fotografie sono parte integrante della storia stessa.  
 
I primi due anni di scuola ci venivano assegnati dei progetti fotografici dei quali però non mi trovavo mai soddisfatto soprattutto dal punto di vista narrativo, anche se le immagini erano sempre apprezzabili. Questo per via della difficoltà di relazione con gli olandesi, che ti accettano e si aprono soltanto se oltre all’inglese parli anche la loro lingua. Solo in quel frangente il rapporto si approfondisce. E la fotografia subisce di riflesso questo limite. 

Ero frustrato e quindi decisi di rientrare in Italia e fotografare i luoghi della mia infanzia, così, senza nessuna ispirazione. Investivo due o tre mesi all’anno cercando di scattare più immagini possibile, tornavo in Olanda e sviluppavo le pellicole. 

Ragionavo sulle fotografie, su me stesso, sulla mia famiglia, sul mio passato, sulle tradizioni. Nel corso degli anni ho rafforzato questo interesse per il locale in relazione alla città globalizzata, attraverso la memoria comune, perché tutti i ragionamenti nascevano dalle conversazioni che avevo con le persone del luogo. Ho sviluppato così un progetto che non si può definire concluso perché le storie sono moltissime ed una ne richiama un’altra e sono collegate fra loro. 

Sono riuscito a capire il mio interesse, ovvero l’indagine attraverso la memoria comune, sottovalutata, come il valore degli anziani nello strato culturale di un territorio. Specialmente nel mondo moderno, dove tutto corre veloce, ritagliarsi momenti per parlare con una persona sembra una perdita di tempo, ma in realtà quelle chiacchierate mi hanno arricchito moltissimo.  E in maniera quasi spontanea ed inaspettata, quelle chiacchierate arricchivano anche la mia fotografia. Quando vedevo le fotografie, non vedevo più immagini dal punto di vista estetico, ma ci vedevo delle storie. 

Da quel momento, lentamente, ho sviluppato il progetto che poi ha preso corpo e si è ampliato occupandosi anche delle minoranze linguistiche delle realtà culturali, all’interno del Friuli e dei villaggi montani al confine con la Slovenia, le famose città fantasma. Ma tutto è partito perché non mi sentivo a casa in Olanda e volevo in qualche maniera fotografare qualcosa a me vicino. 

©Davide Degano – Sclavanie

La fotografia perciò è soltanto l’incipit di una indagine che vede coinvolte anche altre discipline. Da dove nasce il titolo e come si sviluppa il progetto? 

Il titolo è una parola utilizzata nella lingua friulana e racchiude il senso del progetto, perché quando perdi la memoria e le tue radici le cose cambiano di significato in maniera improvvisa. Scalvanie non è altro che un termine geografico per indicare quella zona prevalentemente montana, che va dalle valli del Natisone a quelle del Torre fino alla Val Resia, abitata a partire dal VII secolo d.c. dalle popolazioni slave e che si è sviluppata nel corso degli anni prendendo il nome di Friuli.  

Dal secondo dopoguerra, il termine Sclavanie veniva utilizzato dei friulani per indicare in modo dispregiativo le persone di confine, in maniera quasi di superiorità, riferendosi ad individui di montagna e contadini. Pertanto, il titolo è sicuramente provocatorio ma mi piaceva perché era una parola della lingua locale, schietta e diretta, che aveva un doppio significato. 

Parlando del progetto, mi piace la fotografia quando è in relazione e connessa al resto del mondo, perché solo così può ambire ad assumere un significato importante. Proprio per questo ho voluto coinvolgere dei professionisti e legittimare con ricerche autorevoli il mio lavoro fotografico: un’antropologa, Livia Maria Raccanello, ed un ricercatore indipendente dell’Università di Innsbruck, il professore Michael Biesmann, esperto di cambiamenti demografici e minoranze etniche delle Alpi; entrambi trattano tematiche quali lo spopolamento e ripopolamento dei piccoli borghi montani.

Questi contributi sono per me determinanti per tre motivi: danno un arricchimento culturale, restituiscono degli strumenti per capire meglio come e cosa fotografare, danno un respiro più ampio al mio progetto.  

L’obiettivo è quello di raggiungere con queste tematiche il più alto numero possibile di persone, perché il problema dello spopolamento dei piccoli borghi è molto diffuso, e l’Italia è composta per il 60% da comuni con meno di 5 mila persone. Se queste realtà scompaiono, si perdono tradizioni e culture. E questo riguarda tutti noi. 

©Davide Degano – Sclavanie

Un video che promuove la raccolta fondi per stampare Sclavanie in forma di libro, testimonia il fatto che utilizzi una macchina in pellicola. Nel testo di presentazione ho letto che hai raccolto più di 2000 negativi. Quale valore ha oggi la lentezza nella fotografia? L’utilizzo di mezzi di medio e grande formato ti costringono alla meditazione e sono parte fondamentale del processo creativo? 

Sono completamente d’accordo con te. In generale la tecnica viene vista come una cosa noiosa e vissuta in maniera superficiale rispetto ad altri aspetti. 

All’inizio del progetto, senza nemmeno accorgermene, avevo portato i ritmi frenetici dell’Aia anche qui in Italia e ci ho messo del tempo a capire che l’approccio era sbagliato e che avrei dovuto rallentare e ragionare prima di ogni scatto. Da qui la scelta di usare il grande e medio formato in pellicola. 

Inoltre, la lentezza è fondamentale anche nelle relazioni sociali, permette alle persone di aprirti la porta di casa e di farsi fotografare, perché capiscono che sei interessato alle loro storie e a quello che hanno da raccontare. E dalle fotografie questa cosa verrà fuori prepotentemente. 

Proprio dalla ricerca delle mie radici ho scoperto che mia nonna, che pensavo fosse friulana, in realtà era slovena e parlava come prima lingua lo sloveno. Quando si è trasferita in pianura dalle montagne, veniva derisa, qualche volta minacciata, con il termine Sclavanie. Quindi lei parlava lo sloveno solo con la sorella e non l’ha insegnato ai figli, perciò nemmeno a mio padre. 

L’ho scoperto soltanto ora che mia nonna non c’è più, e puoi immaginare tutte le domande che avrei voluto farle. Ma in qualche maniera ho ricevuto risposte da persone che l’hanno conosciuta. Non avrei potuto scoprire tutto ciò, che riguarda anche me, se non avessi fatto le cose con calma.  
 
Quindi un tecnicismo iniziale, e cioè il voler utilizzare il banco ottico, si è rivelato fondamentale per il prosieguo del progetto. 

©Davide Degano – Sclavanie

Utilizzare una macchina incapace di restituire immediatamente il risultato, permette di avviare un ragionamento scevro da condizionamenti visivi. Lo scatto è avvenuto, ma per vedere l’immagine finale passa del tempo, in realtà tempo prezioso. Anche tu lo percepisci in questa maniera? 

Sono completamente d’accordo con te. Quando ti astrai dalla conversazione per fissare lo schermo della macchina digitale si interrompe il rapporto che si è creato e le persone vogliono vedere a loro volta il risultato. Nelle situazioni peggiori il soggetto impone la sua visione perché non si è riconosciuto o non si è piaciuto, e vorrebbe ripetere lo scatto. 

Non è che io voglia in qualche misura manipolare le persone che ho di fronte, però vorrei prendermi la libertà di decidere come ritrarle, in maniera rispettosa. Il progetto è un mio viaggio personale, quindi sono importanti le mie sensazioni.  

Tutto il resto inquina in modo negativo il procedimento, il rapporto col soggetto, la comunicazione, il fluire della storia e di conseguenza il risultato finale. Con la pellicola tutto questo è scongiurato, per fortuna! 

©Davide Degano – Sclavanie

Il testo di apertura di Sclavanie riporta una testimonianza che mi ha colpito molto e cioè una citazione di un emigrato nelle miniere di Germania e Belgio, e recita così “[…] i guadagni promessi servivano solo per sopravvivere. Si pensava che con quei soldi avrei potuto comprare ad esempio un vestito nuovo, senza la necessità di aggiustare sempre lo stesso. Invece ho dovuto comprare del cibo, il che per noi era davvero strano”.  Lo possiamo commentare insieme?

È una citazione di Dino, l’ultimo scalpellino della regione ed il suo ritratto è stato scelto per la copertina del libro. Qualche volta ho registrato le nostre conversazioni per essere il più accurato possibile in quello che poi avrei riportato.  
 
Questa frase mi è rimasta impressa senza nemmeno la necessità di doverla risentire, per il semplice fatto che all’inizio, mentre parlavo con le con persone, tutti mi parlavano di miseria.  

Prima di emigrare le persone erano molto povere ma non compravano cibo perché lo producevano loro stessi dai campi e dall’allevamento. La vera miseria di cui si lamentavano era riferita all’impossibilità di comprare cose materiali.. 

Per questa ragione tanta gente aveva lasciato la propria casa per cercare fortuna all’estero. Ma molti di loro sono rimasti delusi perché hanno dovuto fare i conti con questioni che prima davano per scontate, come ad esempio avere cibo fresco e buono sulla tavola, e non hanno migliorato la propria condizione. 
 
Quando perdi la connessione con il tuo territorio e perdi la memoria, puoi andare incontro a delusioni. E quindi abbiamo ragionato insieme sul significato del progresso, sulla mancanza di prospettive e sul senso di comunità.   

©Davide Degano – Sclavanie

Ed è proprio di Dino l’immagine di copertina di Sclavanie. Ritratto in interno, con una luce laterale, di grande delicatezza e profondità. La resa morbida della pellicola e lo sfocato tipico del medio formato, sottolineano lo sguardo stanco di quest’uomo, ma con una grandissima dignità.  
Perché la scelta di un ritratto sulla copertina del libro, e soprattutto, che importanza hanno i ritratti nell’indagane del territorio e in che modo si inseriscono nella fotografia di paesaggio? 

Il ritratto è la forma di fotografia che ho sviluppato sin dall’inizio. Il viso e l’espressione facciale spesso trasmettono di più delle parole.  
 
Le persone di questi luoghi hanno un vissuto importante. Sono stati partigiani, sono sopravvissuti alle guerre, e i loro sguardi raccontano la storia di quei luoghi. La zona che ho fotografato è stata, tra le altre cose, lo scenario dell’eccidio di Porzus nella Seconda guerra mondiale. 

Ho cercato perciò di sovrapporre il cambiamento del territorio col vissuto di queste persone. Ho raccolto più di mille fotografie d’archivio ed ho scoperto che negli ultimi 40 anni queste montagne si sono trasformate moltissimo: quelle che adesso sembrano soltanto boschi, prima erano appezzamenti di terreno coltivati e terrazzamenti adibiti a vigneti. 

La scelta di mettere un ritratto in copertina è stata un po’ azzardata perché può indirizzare il progetto, visivamente parlando, verso una direzione sbagliata. Tuttavia confrontandomi con Steve Bisson, caporedattore di Urbanautica ed editore di Penisola (casa editrice che si occuperà di pubblicare il volume NDR), ci siamo decisi di confermare questa scelta.  

Lo sguardo di Dino mi parlava in un modo profondo e paterno. Mi ha visto crescere e poi sparire per nove anni, ed al mio ritorno, con i capelli lunghi e la barba, faticava a riconoscermi. Per i successivi cinque anni è stato il mio modello e gli ho scattato tantissime fotografie. Non poteva che essere lui in copertina! 

©Davide Degano – Sclavanie

Un altro ritratto in interno, ambiguo e misterioso, mi ha colpito particolarmente per l’atmosfera. Si vede un parroco seduto, attraverso la soglia di una porta socchiusa, all’interno di un confessionale perlinato di legno. La composizione obliqua richiama ad una certa trasversalità fra la religione e territorio. Ce ne vuoi parlare? 

L’aspetto affascinante di questi territori è che la religione è importante tanto quanto i riti pagani, sopravvissuti alle tradizioni slave. Ho dedicato un capitolo del libro a questo tema perché sono queste contraddizioni, in realtà stupende, che creano cultura e tradizione. Puoi fare molte ricerche storiche ed antropologiche, ma la realtà dei fatti è che non riuscirai mai a capirle. Siamo esseri umani e viviamo di contraddizioni. 

La foto è stata fatta a Castelmonte, un santuario del 1100 circa ricostruito per tre volte, gestito da frati dove la gente si reca in pellegrinaggio per ricordare la liberazione dal nazifascismo per mano dei partigiani. Ho fotografato questo luogo perché simbolo di contraddizioni: nonostante sia un santuario cristiano, la gente lo frequenta anche per credenze pagane, legate ad una leggenda che narra che il diavolo e la Madonna fecero una gara a chi arrivasse per primo sulla cima della montagna; vinse la Madonna ed il diavolo, sconfitto, andò a sprofondarsi nell’inferno aprendo la voragine chiamata “bùse del Diàul” [buco del Diavolo], che ancora oggi si può vedere sul vicino monte Spich. Le persone vanno lì, nei momenti di sconforto, e pregano la Madonna rivolgendosi al diavolo

È molto complesso spiegare con un ragionamento lineare e razionale la storia di queste terre. E paradossalmente dopo il mio progetto ne capisco ancora di meno! Ma è proprio in questo mistero che risiede tutto il fascino. 

©Davide Degano – Sclavanie

E in questo risiede un po’ anche il senso della fotografia. perché non serve a dare risposte, piuttosto ne fa nascere di nuove?

Sono completamente d’accordo, perché come società ci stiamo muovendo dal concetto che la fotografia rappresenti il vero. E in generale questo dibattito ormai penso che sia uscito dai salotti artistici. 

Secondo me non esiste medium migliore per rappresentare queste contraddizioni, come la fotografia che è una contraddizione di per sé. 

©Davide Degano – Sclavanie

Come dicevamo, la fotografia è ambigua e non dà risposte certe, perciò, oltre ai saggi di cui abbiamo parlato, per legittimare il tuo racconto, hai corredato il libro di materiali di archivio. Quanto tempo hai impiegato a trovare questo materiale?  

Fotografare con il banco ottico e con il medio formato mi ha regalato la possibilità di entrare nelle case della gente, ho pranzato con loro e spontaneamente mi portavano le loro foto di famiglia. 

Sono così arrivato a collezionare una grandissima quantità di materiale d’archivio che rappresentava un po’ la memoria di quei luoghi e di quelle persone, e quindi volevo cercare di una connessione tra passato e presente. Avevo bisogno di avere una rappresentazione fisica della memoria per ragionare ed immaginare il futuro, oltre che per pensare alle didascalie inserite all’interno del volume. 

Sono presenti anche le citazioni delle persone del luogo per introdurre i vari capitoli ma ho deciso di lasciare la parte fotografica personale libera da troppi testi, lasciando la narrazione alle immagini. Non mi occupo di cronaca e tutto è pur sempre frutto della mia libera interpretazione. 
 
Quali aspettative riponi in questo libro e credi che possa avere a tutti gli effetti un valore sociale, educativo e soprattutto civico? 

Lo spero vivamente. C’è l’intenzione di portare il progetto nelle scuole ma anche negli istituti d’arte, oppure di creare dei workshop.  

Le storie, le discussioni, i confronti a cui ho avuto la possibilità di partecipare negli anni della mia ricerca, hanno dimostrato che è possibile pensare ad una società universale, diversa dal concetto superficiale di globalizzazione, troppo spesso semplificato.  

L’idea di uguaglianza è una delle cause di conflitto e io penso che tutti debbano essere coscienti della diversità di ognuno, soltanto così il dialogo porterà ad un confronto costruttivo senza la volontà di sopraffare l’altro, fino al punto di svolta che è l’ascolto e la riflessione sulle proprie origini. 

Così il valore sociale e civico di un progetto del genere nasce nel momento in cui l’interesse per la propria storia personale si trasforma in ascolto verso le storie degli altri, e porta ad imparare che non esiste una sola verità ma che ogni persona ha la propria.

Mirko Bonfanti

http://davidedegano.com/ 
https://www.produzionidalbasso.com/project/sclavanie/