“Una donna in controluce” – Il libro di Gaëlle Josse che ricostruisce il mistero di Vivian Maier

A chi non è nessuno”.

Poteva forse esistere una citazione migliore per aprire un romanzo che ha come protagonista Vivian Maier? Lei, la regina della Street photography newyorkese la cui vita, ormai diventata leggenda, altro non è che un’esistenza invisibile, cancellata, fluttuante: la vita della signora “nessuno”.

A metà tra un romanzo e una biografia, a quasi dieci anni dalla sua scomparsa, Gaëlle Josse ci consegna “Una donna in controluce”, edito da Solferino Libri, un ritratto delicato e potente che ha come obiettivo quello di ripercorrere e ricostruire la vita dissolta, impossibile da afferrare, di Vivian Maier. Il risultato altro non è che un’istantanea sfocata, una pellicola bruciacchiata, una stampa sgranata che racconta l’immagine di una donna libera, una magnifica esclusa, ma che ha scelto di vivere con gli occhi ben aperti, mentre nessuno poteva vederla. 

Vivian o Viviane? Maier o Mayer? O forse Meyer, oppure era Meier? Tanti sono i misteri, le storie, le bugie e i miti che aleggiano attorno alla figura tanto oscura quanto affascinante di Vivian Maier. Persino il suo vero nome è una incognita. Che cosa sappiamo realmente di quella bambinaia dalle origini francesi ossessionata dalla sua Rolleiflex? Poco, o forse nulla, se non che il suo talento e il suo sguardo attento, sempre rivolto agli umiliati, agli offesi e ai perdenti – categoria cui lei stessa apparteneva – sono la testimonianza che tra noi è vissuta una semplice bambinaia destinata a diventare una leggenda. 

Una leggenda che sarà tale solo a seguito di una sconvolgente e inaspettata scoperta: un garage colmo di vecchie pellicole ritrovato, per puro caso – o per ironico colpo del destino – da un giovane agente immobiliare che presenterà al mondo il talento della Maier, confermandola come una delle artiste più talentuose di tutto il Novecento. Titolo che, paradossalmente, lei, in vita, mai rivendicherà. Vivian non si considera una fotografa: lei per vivere fa la bambinaia, un impiego secondario, ma indispensabile. Non è una bambinaia che scatta foto per diletto, ma un’artista che si accontenta di un lavoretto per vivere. Questione di focalizzazione, di punti di vista: che la sua produzione rimanga segreta, in gran parte sconosciuta, persino ai suoi occhi, è un enigma a cui ci si avvicina per cerchi concentrici.

Due poli decisamente opposti, la bambinaia e la fotografa, difficilmente conciliabili in una sola figura. Eppure, leggendo le pagine di questo romanzo, sarebbe impossibile immaginarla diversamente. In una New York ricoperta di neve, che si tinge dei colori del bianco e nero dell’analogico, la vediamo passeggiare per i viali ghiacciati di Central Park, un po’ sbadata, ma sempre con lo sguardo vigile, intenta a rubare i baci dei giovani newyorkesi appollaiati sulle panchine; a scovare un sorriso beffardo sul volto di un senza dimora che ha bevuto un po’ troppo; a immortalare la stramberia delle donne dell’est che paiono in gara per un concorso di bellezza di secondo ordine.

Sul rapporto con i soggetti fotografati le opinioni sono divergenti: c’è chi pensa che si tratti perlopiù di foto rubate, scattate in tutta fretta, suscitando spesso la rabbia della persona rapita dall’obiettivo. Eppure, la maggior parte delle foto parlano di un vero e proprio incontro con il soggetto, di un momento di condivisione, di un inequivocabile consenso. Vivian si avvicina il più possibile alle persone, senza timori e senza timidezza. 

D’altronde, niente si fotografa per caso: ogni artista insegue ciò che lo assilla, lo ossessiona, lo tormenta, e chissà se anche Vivian non riconoscesse se stessa in quegli sguardi disperati, angosciati, spauriti. Impossibile negare, infatti, le somiglianze che il passato di Vivian condivide con questi reietti: un’infanzia difficile, un’adolescenza burrascosa, segnata da estrema povertà, eccessi di alcol e di violenza, una vita in bilico tra due continenti. È forse per questo motivo che Vivian ha deciso di annientarsi? Da chi cercava di nascondersi, se non da se stessa? Spesso, quando le chiedevano come si chiamasse, non rispondeva, oppure ribatteva un secco: “Chiamatemi Smith” o “Chiamatemi Jones”. Un inquietante diluizione identitaria, fatta di pseudonimi, bugie, contorni sfocati, ai limiti della cancellazione che, negli ultimi anni della sua vita, sfocerà addirittura in paranoia e ossessione. Questo è probabilmente il più grande interrogativo – che tuttavia rimane irrisolto – che il libro tenta di sbrigliare, mettendo al centro del racconto la vita di una persona che ne è sempre rimasta ai margini. 

Ai margini, ma non del tutto fuori. Sì, perché se osserviamo attentamente le fotografie della Maier, lei c’è sempre. Certo, prova a scappare, sfugge, sfuma, si dissolve in un fuori fuoco, in una sfumatura impossibile da afferrare, ma in qualche modo è sempre presente. Che sia in un riflesso di una vetrina di un negozio di dolciumi, in un’ombra proiettata sul marciapiede o riflessa in uno specchio di un bagno sbeccato, Vivian ama catturare la propria immagine e renderla indelebile sulla pellicola. Forse per la necessità di sentirsi viva in un mondo di morti viventi, o forse per il bisogno di autodeterminarsi come donna finalmente indipendente e libera. Insomma, più che un approccio narcisistico, Vivian sembra prendersi come oggetto di studio, come materiale a disposizione: sono un mistero, questi ritratti, che basterebbero da soli a farne un’artista, testimonianze di una presenza nel mondo, tracce, segni di un passaggio. 

Nei suoi scatti la vediamo: se prima è una ragazza impacciata, presto la scuola della strada la forma, trasformandola in una fotografa integra, solida, consapevole. Con il suo inconfondibile stile – ampio cappotto o impermeabile sciupato, scamiciati o gonne a metà polpaccio, giacche abbottonate alte, camicie tinta unita o a fiori, comode scarpe da passeggio e l’immancabile fermaglio tra i capelli e un informe cappello di feltro – vediamo la sua ombra grigia, anonima, aggirarsi per le strade della città. E se il suo stile si consolida, lo fa anche il suo carattere. New York, Los Angeles e infine Chicago: i testimoni la definiscono socievole, determinata, energica, piena di ironia e sempre con la risposta pronta. Curiosa di tutto: arte, politica, cinema, vicina agli “spiantati” d’America, ma rimanendo pur sempre al di sopra delle parti. Vivian è infatti una solitaria, con un occhio che dice – e mostra – più di mille parole. 

D’altronde, tutto quello che sappiamo ad oggi su di lei proviene da testimonianze, non sempre veritiere, confessate da persone che in maniera più o meno indiretta sono entrate nel magico universo della Maier. Ricostruire la sua esistenza – ammette Gaëlle Josse – non è certo stata un’impresa semplice. Di Vivian Maier possediamo solo qualche punto fermo, tracce leggere, spesso confuse, della sua opera. Con lei, tutto ruota attorno alla cancellazione e all’abnegazione mente, paradossalmente, ogni sua foto è un inno alla vita e una celebrazione di forza.

Una domanda assillante l’autrice ci lascia prima di chiudere il romanzo: perché Vivian non ha mai mostrato il suo lavoro a nessuno? Perché non ha mai sottoposto le sue foto a uno studio, un’agenzia, una rivista? Perché non ha mai cercato il minimo riconoscimento? Le possibilità sono infinite: paura di un rifiuto, dell’insuccesso, del confronto o del giudizio altri. O ancora, timore di non essere compresa, apprezzata o semplicemente considerata. Nonostante le teorie siano tante, la risposta è solo una: non lo sapremo mai.

Forse è proprio questo il grande mistero dietro alla tanto affascinante figura di Vivian Maier. Non tanto i fotogrammi ammucchiati in un vecchio garage come oggetti senza importanza; né tanto meno la verità dietro la sua storia familiare, quanto più il suo voler rimanere anonima. Vivian Maier è di quelli che non sono “niente”, che non chiedono, che non si aspettano e non pretendono niente. È di quelli che subiscono le sorti del mondo, le ingiustizie, le esclusioni e le violenze. È una magnifica invisibile, una figura anonima, una sconosciuta nel mormorio dell’oceano cittadino che, mediante le sue fotografie scattate in maniera perfetta ma senza pathos né pietà, ha saputo catturare l’immediatezza e la verità dei volti pieni di fatica, di dolore, di dignità. Fotogrammi che non necessitano spiegazioni, preamboli o descrizioni, ma che parlano da soli. Capolavori desinati a fare la storia della street photography e che oggi, a distanza di decenni, sono ancora in grado di emozionarci con la loro assolutezza espressiva. 

Chiara Cagnan