Il Giappone fotografico. Shunji Dodo

Tra le tante peculiarità che identificano e donano alla vita del popolo giapponese quella particolare caratteristica di essere così lontana e, in certi dettagli, così vicina alla nostra, può essere ascritto a buon titolo il concetto di compenetrazione, alla base di quello che più generalmente chiamiamo equilibrio delle forme e dei modi di organizzare gli spazi, tipico del paese del Sol Levante.

Durante una semplice passeggiata in una delle tante città, si srotola dinanzi all’occhio anche del turista più distratto un senso di ordine dal caos, un ordine composto da centinaia di piccole e grandi strade intrecciate con altrettanti pali elettrici dai cavi penzolanti, insegne, cassette delle lettere, distributori automatici di generi alimentari, negozi minuscoli e, ovviamente, la componente umana dei tanti passanti. Basta però svoltare un angolo e tutto questo sparisce, sostituito improvvisamente da piccoli e grandi spazi verdi minuziosamente curati, spesso templi con annessi cimiteri, in cui il passaggio ambientale è così fulmineo da interrompere qualsiasi suono provenga dalla strada accanto, o perlomeno da fornire una sensazione tale.

La compenetrazione di questi spazi viventi è alla base della sopravvivenza morale del popolo giapponese che, pur dovendo soddisfare la richiesta di abitazioni per 110 milioni di persone, non dimentica che se si prende qualcosa dalla Natura si deve sempre restituirne almeno una parte.

Shunji Dodo è considerato uno dei maggiori talenti della fotografia giapponese, nato nel 1947 fa parte di quella generazione cresciuta sotto l’ombrello di americanizzazione del paese dalla quale provengono anche altri grandi fotografi del calibro di Daido Moriyama, che hanno saputo raccontare la presa di coscienza di un popolo che si voleva a tutti i costi rinnovato e dimentico del recentissimo passato imperialista, ma che ha saputo invece anche ribellarsi (seppur quasi sempre alla maniera “educata”) alle imposizioni esterne.

Nel 1968, quando era ancora studente di fotografia, Dodo sarà infatti presente a Sasebo, Nagasaki per documentare il movimento dei cittadini locali che protestavano per l’imminente visita al porto della portaerei nucleare USS Enterprise e forma la propria coscienza sociale fotografando gli anni in cui i popoli si infiammavano per un mondo più giusto, raccogliendo gli scatti di questo periodo nel lavoro “Un orizzonte lontano 1968-1977“.

Ma la produzione fotografica che maggiormente lo ha reso noto a livello planetario attinge proprio al suo raccontare con scatti spesso istintivi, a volte obliqui, quasi furtivi la compenetrazione equilibrata di umanità e spazi di vita tipica dei paesaggi urbani del Giappone e di alcune città asiatiche.

Lo ha fatto con la sua città natale Ōsaka, che aggiunge a case e parchi anche la componente di paesaggio marittimo, per la quale Shunji Dodo ha immaginato e sviluppato un progetto fotografico che può essere considerato come una vera e propria ode di amore (“Ōsaka – 1978-2010”).

Ha poi ripetuto questa volontà di raccontare la vita urbana attraverso continue visite tra la metà degli anni ’80 ed il 2019 alla città di Bangkok che daranno luogo all’opera “Una città ardente – 2019”, dalla quale si evince anche la smisurata forza di volontà di una capitale nell’andare avanti e crescere nonostante le difficoltà, al pari di un vero organismo vivente, forse meno equilibrato di una città giapponese ma di sicuro vivo e bruciante.

Ma Dodo non può sottrarsi all’equilibrio già descritto tra vita urbana e spazi naturali che governa l’anima dei giapponesi e tra le sue opere annovera un altro vero e proprio canto d’amore, questa volta per il mare, che dalla baia della sua Ōsaka abbraccia tutta la nazione. L’opera “Il mare del Giappone” a scapito del titolo didascalico racconta con straordinaria delicatezza e forza, a seconda dei casi, il ruolo di coste ed oceani che da sempre garantiscono sopravvivenza e conforto al popolo nipponico.

Tra i vari passaggi importanti della propria carriera diventa professore all’Osaka Shashin Senmon Gakko nel 1972, di cui diventa direttore nel 1998. Nel 2015 è stato nominato direttore dell’Irie Taikichi Memorial Museum of Photography a Nara.

Shunji Dodo è stato anche produttore video, fotografo di scena e attore, non sono disponibili molti dettagli sulla sua vita se ci si allontana dalle fonti scritte puramente in giapponese, ed è possibile ammirare la sua opera soprattutto attraverso i libri stampati, molto ricercati tra gli appassionati.

Continua ad occuparsi di fotografia sia come fotografo che come educatore, con un occhio sempre rivolto al rapporto tra lo spazio vivente e coloro che ne fanno parte e che lo trasformano attraverso la propria presenza, in una continuazione compenetrazione tra ordine e caos.

Silvio Villa

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