La mia è una fotografia randagia. Intervista a Francesco Faraci

Ci sono volte in cui è sufficiente soltanto una immagine di un tale autore ad innescare una scintilla, il classico punctum di barthesiana memoria. Che istiga poi alla ricerca di ogni singola immagine dei suoi lavori. E così la scoperta che quelle successive immagini custodiscono una sorpresa: quel particolare pizzicotto non è riferito e circoscritto ad un dettaglio nel riquadro dell’immagine, ma piuttosto rivela una chiara poetica di fondo. Rare volte ci si innamora, una delizia quando accade.

È questo ciò che succede con le fotografie di Francesco Faraci. Giovane fotografo e scrittore palermitano, racconta in particolar modo storie legate alla sua terra, attraverso progetti di lunga durata. Francesco si è messo a nudo in questa intervista, che si è protratta ben oltre il testo che state per leggere, grazie alla sua voglia di condividere la propria visione senza risparmiare nulla.

Qual è la tua personale storia della fotografia?

Ho cominciato “per caso”. Un amico un giorno mi mise in mano una macchina fotografica e, senza saper bene cosa farci, ho iniziato a camminare senza sosta e da lì a vedere con occhi nuovi quello che avevo sempre guardato, ma mai visto veramente. Parlo della mia città, i luoghi in cui sono cresciuto, la Sicilia, il Mediterraneo. Prendere delle fotografie è stata una conseguenza dell’avere nuovi occhi. Hanno risuonato, e ancora oggi risuonano, corde che vengono da lontano e che ho imparato a identificare con il fischio delle navi che entrano ed escono dai porti. L’acqua è il mio elemento e la fotografia non rientrava nei miei programmi, ma è stata ed è ancora la scusa per avvicinarmi all’umanità.

Quanto i tuoi studi accademici, antropologia e sociologia, hanno influenzato, formato e accompagnato la tua visione e la tua indagine fotografica?

Gli studi accademici hanno avuto sicuramente la funzione di aprire la mente, formare un retroterra culturale che negli anni è andato sempre di più ampliandosi. L’interesse per l’umanità c’è sempre stato, di fatto fin da bambino ero molto molto curioso, parlavo tanto e con tutti, le cose del mondo, le dinamiche dei rapporti, i luoghi, oggi in modo molto più maturo, mi attiravano già tantissimo. Forse, però, ciò che a contribuito a formare la mia visione e quindi la mia indagine fotografica più di ogni altra cosa è stata la letteratura.

 

 

Non è mai intelligente ricondurre la fotografia a dei generi prestabiliti. Ma a volte è necessario per cercare di studiare meglio le intenzioni di un autore. Ti ritrovi di più in una categoria di fotografia di reportage sociale/documentaria oppure in una categoria di fotografia di ricerca?

La mia è una fotografia randagia. Fatta di e con il movimento. Vado di pancia, seguendo l’istinto, buttandomi a piedi pari in ogni situazione. I recinti delle definizioni e delle categorie, che spesso vogliono dire tutto e niente, non li ho mai più di tanto tollerati. Fotografare è libertà. C’è in lei il seme dell’anarchia, che non ha nulla a che fare con la politica in senso stretto, parlo di una anarchia romantica, quella dei vagabondi e dei visionari che travalica il limite dei generi e si fa linguaggio universale. La fotografia non è disgiunta dalla vita. È la vita stessa. Non facciamo i fotografi, lo siamo con tutta l’anima. Ecco perché non amo i generi e le definizioni.

 

 

Possiamo ancora oggi consegnare alla Fotografia il ruolo di veicolo di messaggi importanti ed ambiziosi?

Assolutamente si. La fotografia per la fotografia non serve a niente, è poca cosa se non c’è dietro un pensiero, se non fa suonare una musica, se non c’è un’ambizione che sia pure utopica. Deve avere un senso la fotografia, deve raccontare e quindi non può che essere un veicolo. Non è mai il fine, ma solo il mezzo attraverso il quale ci esprimiamo. Siamo “chiamati”, in un certo senso, a creare un immaginario attraverso il linguaggio. È auspicabile che ogni autore abbia la propria voce, trovi la propria strada.
È certo che una fotografia non salva il mondo, non fa smettere le guerre né la fame nel mondo, ma non possiamo fare a meno che guardare in verticale, con un occhio all’immensità e pensare che se riusciamo a creare un’emozione e trasmetterla a più gente possibile, avremo fatto il nostro lavoro.

 

 

La Sicilia è una terra meravigliosa, che per sua natura storica è ricca di suggestioni, piena di contrasti, carnale e calda.
Wim Wenders parlando di Palermo disse “Non credo di conoscere nessun’altra città in cui il senso della vita è così forte. Forse perché è altrettanto forte il senso della morte. Solo a Palermo il protagonista capisce come vivere il presente. La questione del tempo sta diventando centrale nella mia vita. E ogni volta che vengo a Palermo per me significa fare un salto in un tempo diverso: è come se in questa città si fosse costretti ad entrare in contatto con il tempo presente.
Questa è la tua terra ed è il luogo principale delle tue produzioni fotografiche, può diventare un limite oppure è condizione necessaria e fondamentale per accarezzare la tua poetica?

Che belle queste parole di Wenders! C’è un suo film, “Palermo shooting”, che a dire il vero non è un granché, ma ha dentro delle scene incredibili, che mi ha influenzato non poco. C’è la mia città, questo fotografo che gira per la città cercando di ritrovarsi. Si sente forte in questo film il tempo, quello che è passato e quello che ancora deve essere. Sono siciliano, so di avere dentro l’anima della tragedia, l’inclinazione a una filosofia che fa essere la morte nient’altro che l’altra faccia della vita. Come Wenders, anche per me è centrale la questione del tempo. Non vorrei proprio dire di esserne ossessionato, ma quasi. Lo sento, molte delle fotografie che prendo hanno radici lontane, vorrei che il futuro arrivasse domani. Vorrei stringerlo, a volte dilatarlo, vorrei che certi momenti non passassero mai, così come certe sensazioni, invece tutto passa, non è una cosa che si può cambiare, come la vita e la morte.
Se ogni tanto ci fermassimo al pensiero che abbiamo una data di scadenza, morderemmo la vita con più forza. Mi piace illudermi di fermarlo, il tempo, con le fotografie.

 

 

Nel tuo primo lavoro divenuto libro, “Malacarne“, poggi lo sguardo sui bambini dei quartieri disagiati di Palermo. Ci vuoi spiegare come sei riuscito ad approcciarti ad una realtà così complicata pur riuscendo ad ottenere un lavoro delicato?

Con la sincerità. Mi sono mostrato nudo, ma in modo naturale. Quando ho capito che “quello” era il mondo che volevo raccontare e non un altro, sono tornato ad essere un ragazzino. Era un rapporto uno ad uno. Non ero il fotografo, ero come loro. Mi sono in qualche modo riappropriato della purezza, dell’ingenuità, è stato per me come fare un salto indietro nel tempo. Malacarne, come poi tutti gli altri lavori a venire, non è stato un lavoro. Niente di studiato a tavolino. Ho scambiato la mia pelle con quella degli altri ed è sempre così che vengono fuori le cose che faccio. Solo dopo i miei lavori si trasformano in libri, che per me poi sono il fine ultimo, la chiusura perfetta.

 

 

Nel tuo recente “Atlante Umano Siciliano” cerchi di descrivere la situazione contemporanea della Sicilia, terra di passaggio e luogo da cui si scappa. Ma la documentazione lascia il passo ad una indagine che ha il sapore della riscoperta delle proprie radici e della ricerca personale. Ce ne vuoi parlare?

Viaggiavo per paesi semi vuoti, per strade sperdute nei campi, giravo per chilometri e chilometri senza una vera e propria meta che non fosse quella di perdermi. Dormivo dove capitava, una volta sono rimasto in una specie di bunker sotto la neve per tre giorni. Ho passato molto tempo con un gruppo di gitani. Quello che nella mia testa doveva essere un lavoro del tutto antropologico si è trasformato in un viaggio a ritroso nel tempo, il mio, alla ricerca spasmodica di quelle immagini ancestrali che mi porto dentro da sempre. Ho percorso più di ventimila chilometri e sempre di più mi rendevo conto che ero io, pian piano, a ritrovarmi nella mia vera essenza. Il resto è venuto da sé. É venuto fuori un Atlante che segue le logiche delle emozioni e delle sensazioni. È il viaggio in se e per sé. La ricerca di qualcosa che non c’è e la ricerca di sé stessi. Tutto ciò ha a che fare con i limiti, con i confini, e oggi, in un mondo sconclusionato come quello che ci troviamo a calpestare, ha senso solo se ci sforziamo di superarli, di abolirli per essere persone migliori.
In Sicilia lo spopolamento sta raggiungendo livelli drammatici, ma ancora un volta è stato naturale cercare la poesia nel disastro, la bellezza di quello che rimane. È per questo che dico spesso che siamo quello che facciamo, che non c’è davvero alcuna differenza.

 

 

Una importante e bellissima collaborazione ha dato alla luce il tuo libro “Jova Beach Party“, sembra incredibile come funzioni davvero il tuo linguaggio trasportato nella fotografia di concerto. Come è avvenuto questo sodalizio fortunato e come ti sei trovato ad affrontare un impegno così importante?

L’incontro fra me e Lorenzo è avvenuto all’inizio tramite Instagram, mediato da sua moglie Francesca che è stata la prima interessarsi del mio lavoro e ha permesso che succedesse quello che poi, con mia enorme sorpresa, è successo. Qualche mese dopo i primi approcci ci siamo incontrati di persona e abbiamo entrambi scoperto di piacerci, di avere tante passioni in comune. Da quell’incontro è scaturito un dialogo continuo, uno scambio e un paio di giorni dopo la conferenza stampa di presentazione del Jova Beach Party mi arriva una sua mail in cui mi chiedeva di fare qualcosa insieme. Un libro, nello specifico. Lorenzo voleva che io raccontassi questo giro d’Italia incredibile con il mio sguardo.
La realtà è che fino a che non ho messo piede a Lignano Sabbiadoro, la prima data, non sapevo cosa aspettarmi. Ho dovuto all’inizio prendere le misure e capire come muovermi per adattarmi a quei contesti. Alla fine mi sono detto che non dovevo cercare di essere qualcosa che non ero, ma semplicemente me stesso, quindi non dovevo far altro che buttarmi fra il pubblico, lasciarmi trascinare dalla musica e dall’energia pazzesca che creava e fare quello che avevo sempre fatto. Mi sono messo in gioco, sono uscito dalla mia comfort zone, ma sono fermamente convinto del fatto che dobbiamo evolverci, e per farlo qualche volta bisogna mettersi in una posizione scomoda, accettare sfide che sembrano lontane da noi, ma che in realtà sono più vicine di quello che pensiamo.

 

 

Come spesso è accaduto nella storia della fotografia, per motivi diversi, tanti fotografi hanno sentito la necessità di scrivere. La Sicilia poi, soprattutto in ambito moderno, ha avuto esponenti importanti nella letteratura universalmente riconosciuti come Pirandello, Sciascia, Verga, Bufalino. Come dialoga con la fotografia il tuo romanzo “Nella pelle sbagliata“?

Ho sempre scritto in realtà. Le parole nella mia vita ci sono sempre state. Il sogno era quello di diventare uno scrittore. “Nella pelle sbagliata è il primo”, ce ne saranno altri nel prossimo futuro. Per me non c’è differenza fra fotografia e scrittura. É sempre ritmo, sempre movimento. Anzi, quello che mi piacerebbe, e che sto già facendo, è proprio unire le due cose in modo complementare. Le fotografie non devono seguire le parole e viceversa. Devono incontrarsi in qualche modo magico fino a diventare una cosa sola, ma senza che le une influiscano sulla comprensione delle altre.

 

 

Quali sono state le difficoltà che hai incontrato nella ricerca di visibilità del tuo lavoro?

La difficoltà maggiore, almeno all’inizio, è stata quella di farsi comprendere. sentivo una certa diffidenza intorno, forse perché mi presentavo con delle foto che ritraevano la vita quotidiana dei ragazzi di quartiere, perché ero “quello nuovo” spuntato dal nulla. Per questo e per tante altre ragioni di cui non ho nemmeno voglia di parlare e sulle quali adesso rido, ma ricordo che allora mi fecero parecchio male, perché è facile travisare o strumentalizzare i significati, trovare connessioni spesso assurde. Per un certo periodo di tempo alle mie orecchie arrivava di tutto ed è probabile che succeda anche adesso, solo che ho imparato a guardare avanti, non cerco di piacere a tutti costi, faccio solo le mie cose e le faccio per chi vuole ascoltare.
Ho usato e uso molto i social network per far muovere il mio lavoro e anche questo, in passato, è stato oggetto di critica.
Va bene così, in fondo. Il mondo è grande e c’è spazio per tutti. Sono del parere che se credi veramente in quello che fai, se hai un sogno da realizzare tocca andare avanti a testa bassa ma, attenzione, non significa che la mia libertà debba in qualche modo limitare quella dell’altro.

 

 

Come vedi la fotografia italiana in questo momento storico?

Vivo. Molto vivo, anche se spesso un pò piatto, soprattutto a livello contenutistico. Vedo un sacco di foto pazzesche tecnicamente parlando, ma che non parlano, non dicono del mondo, spesso non dicono nemmeno dell’anima di chi prende la fotografia. Sembrano tutte un pò ingessate. Allo stesso tempo ci sono fotografi della mia generazione che stimo, perché con le loro fotografie riescono ad andare oltre la fotografia, riescono a creare un immaginario, che è ciò che noi tutti dovremmo sempre fare. Faccio i nomi di Sofia Uslenghi e Lorenzo Zoppolato, per fare qualche esempio. In generale a casa tutto bene, comunque.

Un’ultima cosa che vorrei aggiungere, a mia discolpa, è che non ho mai voluto essere una cosa sola.
Cerco di mischiare i linguaggi, sperimentare, lasciarmi andare e vedere che succede, trovare, se non nuovi, modi inconsueti di mostrare ciò che faccio. Facciamo quello che facciamo per un’urgenza, per noi stessi senza dubbio, ma è interessante sapere che si può arrivare a più gente possibile, fuori dall’ambiente d’origine.
Ad esempio, “Atlante Umano Siciliano” farà un giro a teatro e in ogni luogo che vorrà ospitarlo sotto forma di reading.

 

Potete seguire il lavoro di Francesco sul suo sito personale e sui social:
https://www.francescofaraci.com/
https://www.facebook.com/faracifra/
https://www.instagram.com/faracifra/

 

Mirko Bonfanti
magazine.discorsifotografici.it